Sóley @ Locanda Atlantide [Roma, 11/Dicembre/2011]

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Dall’Islanda giungono verso il Mediterraneo, oltre alle rivoluzioni, anche musicisti pregni di atmosfere nordiche proprio niente male. È la volta di Sóley Stefánsdóttir, polistrumentista del collettivo indie-folk Seabear. Nella veste da solista, questo cigno bianco ha debuttato nel 2010 con l’EP ‘Theater Island’ e quest’anno con un album vero e proprio intitolato ‘We sink’, entrambi prodotti da Morr Music. La sua formazione musicale nasce con il piano, solo in seguito scopre le sue doti di cantante. E per fortuna! – direi – dal momento che la sua è una voce rilassante, che sussurra, emoziona tantissimo. Lo stile è intimistico, i toni chiaroscurali, la musica minimale, poggiata sulla melodia del piano, sulla dolcezza della voce, qualche effetto e una batteria suonata per accompagnare con delicatezza e mettere in risalto i cambi di ritmo e le aperture sonore.

Un’oretta circa di concerto, forse il duo (Sóley e il biondissimo batterista) poteva concedere a questo pubblico partecipe e disciplinato qualche pezzo in più. Otto brani eseguiti, tratti chiaramente dall’ultimo lavoro. Ha iniziato con ‘The Sun Is Going Down II’, uno dei pezzi più riusciti dell’album. Degna di nota anche le esecuzioni di ‘Kill The Clown’, brano notturno, il singolo ‘Smashed Bird’, la ballata ‘Blue Laeves’, l’amatissima ‘Pretty Face’ e la singhiozzante ‘I’ll Drown’. I due escono, ma è il momento di rientrare: la cantante gioca o non capisce la richiesta del bis, infatti, fa la faccia stralunata e dice: “Why peas?!”(probabilmente), poi le si spiega e lei ripropone, a richiesta, il pezzo più conosciuto e apprezzato dal pubblico: ‘Pretty Face’. Emozionatissima, si blocca un paio di volte durante l’esecuzione, specie quando dal pubblico si leva un’alta e fuori tempo voce maschile a cantare il ritornello, poi riprende tra i sorrisi e il suo fare goffo e delicato al tempo stesso. La brevità dell’esibizione mi ha lasciato una sensazione d’incompiutezza. Ha da crescere ancora questa ventiquattrenne polistrumentista dalla voce che sussurra piacevolmente. Forse anche la continua interruzione tra un brano e l’altro – per carità, lei è molto simpatica e ilare – ma probabilmente non permette all’ascoltatore di immergersi completamente nell’atmosfera in chiaroscuro che Sòley riesce a creare… ma questo è un mio gusto personale, il pubblico della serata sembra, invece, aver apprezzato moltissimo il dialogo instauratosi tra sopra e sotto il palco. E questo è l’importante.

Lina Rignanese

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