Smashing Pumpkins + Mark Lanegan Band @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 14/Luglio/2013]

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Con ancora negli occhi e nelle orecchie il concerto di Bruce Springsteen di pochissimi giorni fa, decidiamo di tornare sul luogo del delitto, in quel dell’Ippodromo delle Capannelle, per il ritorno in terra italiana degli Smashing Pumpkins, o per essere più precisi del sommo leader Billy Corgan e dei suoi nuovi compagni d’avventura (dei membri degli anni ’90 non è rimasto più nessuno). A rendere ancora più ghiotto l’evento, in apertura un ospite d’eccezione: Mark Lanegan, accompagnato dalla sua band. Che gli Smashing Pumpkins siano uno dei gruppi musicali più importanti degli anni ’90 è fuor di dubbio. Che la band sia da sempre saldamente nelle mani artistiche di Billy Corgan lo è altrettanto. Che nel 2013 la pelata alternative più famosa d’America riuscisse ancora a divertirsi sul palco e a coinvolgere il pubblico con ottimi concerti non era poi così scontato. Per fortuna, lo “Shamrocks and Shenanigans Tour” e, nello specifico, la data romana confermano ancora una volta le capacità artistiche e sceniche di un artista vivo e creativo dall’indiscussa caratura, accompagnato da tre musicisti che non sono, come le malelingue vorrebbero farci pensare, semplici comparse attorno all’immenso ego del frontman ma attori non protagonisti di ottimo calibro. Ma andiamo con ordine.

Arriviamo all’Ippodromo delle Capannelle intorno alle 19.15, giusto in tempo per assistere all’esibizione dei Beware Of Darkness. Il trio californiano presenta al pubblico i brani del proprio album di debutto, ‘Orthodox’, nel quale la band è riuscita a creare un interessante mix di rock e blues che tanto deve ai The Black Keys e ai The White Stripes, ma che sa presentarsi fresco e, soprattutto, non parodistico. Molto acuta e originale la voce di Kyle Nicolaides, la quale ha il merito di saper arricchire una proposta che rischierebbe altrimenti di suonare eccessivamente derivativa. Una mezz’oretta di impatto e personalità, con la conclusiva ‘Howl’ a svettare sui brani proposti. Devono crescere e acquisire maggiore sicurezza da un punto di vista scenico, ma le premesse sono ottime. Sperando non si tratti di un ennesimo fuoco di paglia. “Ma io lo so chi è Mark Lanegan…” affermava Max Collini degli Offlaga Disco Pax in ‘Tono Metallico Standard’, di tutta risposta ad un arrogante bottegaio che ne aveva messo in dubbio le competenze musicali in virtù dell’aspetto fin troppo ordinario. Per chi non lo sapesse, Mark Lanegan è uno dei personaggi più importanti che il rock alternativo americano ricordi negli ultimi 25 anni. Prima cantante nei seminali e fin troppo sottovalutati Screaming Trees, poi alle prese con una iperproduttiva carriera solista, last but not the least collaboratore part-time dei Queens Of The Stone Age e tra i realizzatori di quel capolavoro imprescindibile che risponde al nome di ‘Songs For The Deaf’. Insomma, un artista meraviglioso, del quale desidererei ardentemente avere la voce in una vita futura. Solo una mezz’oretta scarsa, per Mark Lanegan e la sua band, tra i mugugni dei fan presenti che avrebbero gradito qualcosa in più, quantomeno a livello di minutaggio. Sull’esibizione in sé e per sé, facile dictu, non v’è nulla da eccepire. In abito scuro, di pochissime parole, affiancato da quattro ottimi musicisti, Mark regala una mezz’ora di emozioni, grazie ad una voce di rara bellezza, calda e penetrante. Si parte con il blues marcio di ‘The Gravedigger’s Song’, perla estrapolata dall’ultimo album (tra quelli a nome di Mark Lanegan Band) ‘Blues Funeral’. Incredibilmente ammaliante, il concerto continua, tra le altre, con ‘Sleep With Me’, ‘One Way Street’, ‘Gray Goes Black’. Dal repertorio degli Screaming Trees viene recuperata l’ottima ‘Black Rose Way’, per la gioia dei fan di vecchia data presenti. La splendida ‘Creeping Coastline of Lights’ (cover dei Leaving Trains) e ‘Metamphentamine Blues’ fanno calare il sipario su un concerto fin troppo conciso se comparato alle sensazioni che ha suscitato nei presenti, i quali salutano l’artista americano bramosi di altra musica ma senza stupirsi troppo, della serie “è fatto così e ci va bene”. La voce di Mark Lanegan dà dipendenza, è innegabile. Così come la sua presenza scenica del tutto nulla riesce ad essere più efficace e attraente di quella di tanti altri che si cimentano in tripli salti carpiati pur di catturare l’attenzione. Grazie di esistere, Mark.

Mentre scende la sera un bambino di dieci anni scarsi con la maglia dei Nirvana si aggira tra il pubblico, guardato a distanza dai genitori, tra lo sguardo sorpreso dei presenti. Sono queste le cose che fanno sperare in un futuro migliore (insieme a Bruce Springsteen, ça va sans dire). Con dieci minuti di anticipo rispetto a quanto annunciato, salgono sul palco gli Smashing Pumpkins: il lider máximo Billy Corgan, l’ormai fido chitarrista Jeff Schroeder, la bella bassista italoamericana Nicole Fiorentino (a conferma della fissa per le bassiste-donna) e l’ottimo batterista Mike Byrne. Si parte sparati con la doppietta iniziale dell’ultimo album ‘Oceania’, ‘Quasar’ e ‘Panopticon’. I suoni non sembrano ancora settati al meglio e per la prima parte del set regna sovrana una certa confusione. Ciò semplicemente ad onor di cronaca, giacché Billy Corgan e soci, dal canto loro, non si risparmiano e sono protagonisti di un’ottima prova, da tutti i punti di vista. ‘Starz’ rappresenta il primo dei due salti indietro al primo album post-reunion ‘Zeitgeist”'(l’altro sarà ‘United States of America’, giusto prima dei bis d’ordinanza). Si torna dritti dritti agli anni ’90, invece, con ‘Rocket’, durante la cui esecuzione il pubblico risulta ancora parecchio statico e timido. Per fortuna, col tempo ci si scioglie, con la polvere che sale verso l’alto a causa del pogo sotto palco. La band non manca di prestarsi a tributi ad artisti del passato: stasera Billy sembra più che mai in fissa con l’Inghilterra degli anni ’70, epoca da cui proviene una quasi irriconoscibile ‘Space Oddity’ del patrimonio dell’umanità David Bowie. L’ultimo album ‘Oceania’ (un disco di buon livello) viene ulteriormente saccheggiato con ‘Pinwheels’, ‘One Diamond, One Heart’, la psichedelica e davvero convincente in sede live ‘Pale Horse’ e la title-track, prima della quale Billy scherza con il pubblico facendo intervenire anche i suoi musicisti e non mancando ovviamente di far riferimento ai consueti clichés sull’Italia, coadiuvato dalla nostra connazionale al 50% Nicole.

È con i brani di vecchia data che, naturalmente, il pubblico va in visibilio. ‘X.Y.U.’, ‘Disarm’ (i cui archi pre-registrati non le rendono giustizia fino in fondo), la b-side ‘Tonite Reprise’, la meravigliosa ‘Tonight, Tonight’. ‘Ava Adore’ è l’unico estratto da ‘Adore’. Peccato per la scelta dei visuals sullo sfondo, decisamente poco azzeccati e che forse sarebbe stato meglio accantonare. Tra gli altri classici del set l’immancabile ‘Zero’, una ‘Today’ cantata all’unisono dal pubblico, l’ancora sorprendente ‘Thirty-Three’. Dopo quasi due ore e con le immagini di una sventolante bandiera a stelle e strisce sullo sfondo la band saluta il pubblico. A gran voce, però, Billy e soci ritornano… ed è subito goduria. Si torna al 1991, l’anno di ‘Nevermind’ dei Nirvana e del debutto degli Smashing Pumpkins con ‘Gish’. Viene riproposta la tripletta iniziale di quel fantastico esordio: ‘I Am One’-‘Siva’-‘Rhinoceros’. Su ‘Siva’, la sorprendente citazione di ‘Breathe’ dei Pink Floyd, accolta con un boato dagli astanti. Sembra sia finita e in tanti cominciano ad allontanarsi, ma è solo un falso allarme perché il gruppo ritorna per un ultimo uno-due di chiusura: la classicissima ‘Immigrant Song’ dei Led Zeppelin, su cui Billy dimostra ancora di avere una signora voce, e ‘Cherub Rock’, tra i pezzi più famosi del quartetto dell’Illinois. Due ore e mezza di concerto decisamente godibili e convincenti. Una voce che rimane limpida come quella dei giorni migliori e che, soprattutto, riesce ancora ad emozionare e a rapire il cuore. Una band che, nonostante le vicende storiche e l’innegabile ego del suo frontman, sa imporsi ancora come tale e non come una mera operazione commerciale della serie “Billy Corgan & The Smashing Pumpkins” (per quanto la scelta di riesumare il nome storico sia stata sicuramente voluta per scongiurare nuovi fallimenti sulla falsariga dei dispensabili Zwan e del brutto disco da solista ‘TheFutureEmbrace’). Il coraggio, poi, di presentare materiale nuovo con ostinata convinzione e senza lasciarsi andare al concreto rischio di scalette ipernostalgiche. Daje tutta, Billy, siamo con te.

Livio Ghilardi

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