Small Jackets + GSH + Muffx + Black Rainbows @ Jailbreak [Roma, 14/Dicembre/2007]

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La data era stata segnata da due mesi sul mio calendarietto da tavola di “Beautiful Landscape”. Era lì ad attendermi. Quando lessi il bill pensai di svenire. Quattro gruppi italiani, tutti e quattro da me amati, tutti assieme in una serata.

Una cosa intanto. Dove eravate? Dove cavolo eravate? Io capisco che nei giorni infrasettimanali non sia affatto facile alzarsi la mattina dopo, capisco anche che spesso non ci siano i soldi per concerto+birra ma quando è di Venerdì, quando l’ingresso è di 6 miseri euro, quando ci sono quattro gruppi di questa caratura, possibile che non si riescano a raggiungere le 50/60 presenze? (tra l’altro molti poi erano capitati lì per puro caso). Amara scoperta davvero.

Veniamo a questa serata. Il concerto è un mini tour itinerante organizzato dalla Go Down Records l’etichetta più stoner’n’roll d’Italia. (Gorilla, OJM, Los Fuocos, Underdogs, El-Thule…). I primi due gruppi, i romani Black Rainbows e i salentini Muffx, che hanno sostituito degnissimamente i Los Fuocos, non sono però legati alla label ma ospiti.

Si inizia con i padroni di casa Black Rainbows. In soli 20 minuti squassano il locale con uno stoner d’altisismo valore. Il brano ‘Constellation’ è superbo nel mescolare Kyuss e space rock ’70, i ritmi sono altissimi e il volume è una montagna che crolla vertiginosamente addosso. Un peccato i tempi siano stati troppo stretti. I Black Rainbows si confermano in ogni modo per quello che sono: la miglior stoner band della capitale.

Fortunatamente in salento non c’è solo l’odiosa pizzica o la taranta power ma anche i Muffx. I leccesi sono la copia carbone dei Queens Of The Stone Age. E’ impressionante come siano simili in tutto. Suono delle chitarre, arrangiamenti, struttura dei pezzi, i riff spezzettati, la batteria sincopata, persino la voce con il falsetto alla Josh Homme. Ma i Muffx, nonostante ciò, sono un gruppone. Hanno dei pezzi con un senso della melodia da far invida agli stessi QOTSA (ora il capo mi scuoia) e almeno due o tre di essi non avrebbero sfigurato su ‘Era Vulgaris’ (farai la fine del protagonista di ‘Hostel’, ndr). Parlo ad esempio di ‘Song For You’ e ‘Omertà’. Ma tutto il resto del set sarà di livello altissimo. Salutano con ‘So Fucking Way It’, un’altra spinosa bordata in viso.

Tempo di sciacquarsi il gargarozzo con della buona birra annacquata e tocca ai Grand Sound Heroes, il cui cantante è l’uomo ovunque della label visto che era anche il roadie degli OJM e cantava pure i brani con loro. Il disco d’esordo ‘Fuel’ è davvero un gran lavoro che ho ascoltato un sacco di volte nei mesi scorsi per cui mi attendevo un gran concerto. Invece sono stati deludenti. Il loro stoner paga troppo all’immagine che alla musica. Forse se si pensasse più a “suonare” e meno a trovate sceniche, specie del cantante, sarebbe meglio. Non basta la sola granitica ‘Fuel’ a sollevare la serata. Un po’ fiacchi ma comunque il metro di paragone con le altre band stasera era troppo alto. Avessero suonato in qualsiasi altra occasione sarebbero spiccati come miglior band. Peccato, occasione sfumata.

Ed eccoci al gran finale. Mentre mi guardo indietro nella speranza di vedere finalmente un po’ di pubblico (povero illuso) accordano gli strumenti gli Small Jackets. Li avevo già visti dal vivo di spalla agli Hellacopters e sapevo benissimo di cosa sono capace questi ragazzi. Ebbene, ricordavo male. Ricordavo una band ottima, capace di far sfigurare gli stessi Hellacopters. Ma qui, da headliner, gli SJ dimostrano tutto il loro valore assoluto. Sono semplicemente la più grande rock’n’roll live band in Italia. Poche, pochissime chiacchiere, questi sono i fatti. Il secondo disco, ‘Walking The Boogie’, si era mantenuto su livelli più hard rock allontanandosi leggermente dallo scan sleazy rock degli esordi ma dal vivo i brani sembrano dimenticare i tempi più rallentati del disco. Pensate ad una miscela assurda di MC5, i primissi AC/DC (alcuni riff erano veramente scippati da ‘There’s Gonna Be Some Rocking’ o ‘Ain’t No Fun’) che si tengono per mano ai Motorhead e l’intrusione scontrosa dei primi, primissimi, grezzi Motley Crue, quelli di ‘Live Wire’. Il tutto condito con un’attitudine selvaggissima molto ’70, evitando quindi ogni tipo di fastidiosa tamarrata. L’hard and roll rimane, nonostante tutto, il mio genere preferito, quello che vado ad ascoltare di nascosto, quando nessuno può vedere cosa metto sul piatto, il mio frutto proibito ecco. Gli Small Jackets sono stati capaci di farmi esaltare come se avessi di nuovo 16 anni, sentendo quei riff in cui sembrava veramente di ascoltare i fratellini Young giocare tra di loro e quella sezione ritmica mastodontica il cui basso sembrava quello di un cuore in corsa. Si prediligono i brani nuovi come ‘My Surprise’ e ‘Forever Night’, una delle mie preferite. Ma qualsiasi cosa suonano non sbagliano un colpo. Ogni canzone è un gioiello. Velocissimi nelle plettrate, potenti nella sezione ritmica, una voce quasi soul, a volte, che sa cantare e non solo ragliare come tanti altri cantanti, una gran classe e presenza scenica da professionisti. Sorridenti e umili. La loro esibizione dura un’ora ma l’idea di voler ascoltarli per altri 60 minuti non mi sarebbe dispiaciuta. Per cui non resta che lasciare il locale, scansare con la macchina il freddo gelido di questi giorni, rientrare a casa e scegliere il disco con cui addormentarsi. Ma niente Labradford stasera. Metto su ‘Powerage’.

Dante Natale

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