Slowdive @ Stadio Euganeo Park Nord [Padova, 16/Luglio/2014]

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24 gennaio 2014. Io questa data l’ho segnata sul cuore. Proprio come si faceva sul diario delle scuole medie. Disegnata con un pennarello indelebile di colore rosso. Il diario segreto che mia madre avrebbe sempre voluto conoscere. La data di un semplice annuncio (biografico) comparso via Twitter: “here she comes…”. Ho evitato di seguirli in giro per l’Europa. Evitato il corri-corri/fuggi-fuggi del Primavera catalano, la brezza portoghese, la pioggerellina britannica, la carne danese, il vecchio (in)continente. Volevo semplicemente rimanere “a casa”. Sopportando solo quelle tre ore (più o meno) di automobile che separano la mia Milano da Padova. Il Radar Festival è un fiore all’occhiello (uno dei pochi), un’oasi naturale di musica incastonata con intelligenza, un programma pensato con la testa e non con il conto corrente, con la pancia voluta piena. Perchè gli Slowdive hanno accompagnato quella parte ombrosa della mia adolescenza. Quando fuori tutto sembrava non appartenermi (più). Quando sentivo di essere troppo ingombrante o troppo inutile per il mondo intero. Il male cosmico, il mal di vivere, la lunga scalata “alle montagne della follia”. Momenti tratteggiati dalla musica, anche dagli Slowdive, dalla loro purissima, suprema idea di emozionalità, shoegaze partorito dal grigiore di Reading. Dietro ogni “male” c’è sempre la soluzione per la rinascita. E poi perchè non volevo mancare alla loro prima volta in Italia. Riapro il diario, sorrido a mia madre, parto per il Veneto. Da sola.

Avevano più o meno 19 anni quando Alan McGee li volle alla Creation. Il tempo però non sembra averli scalfiti. E Rachel Goswell appare ancora più bella e consapevole. Nel suo abitino nero, il rossetto rosso sulle labbra, presa in mezzo a Chaplin e Savill, mentre Neil Halstead rimane defilato più a sinistra e Simon Scott stagliato sul fondo nero, guardiano dell’enorme “S L O W D I V E”. Lo spazio dell’area è accogliente. Arrivo in ritardo (ma non so neanche io perchè, persa a trovare il mio alloggio, persa nell’emozione) quando cioè sono i Soviet Soviet a raccogliere l’attenzione del pubblico (ma purtroppo non la mia, fedeli come sono ad uno scontato recupero di sonorità post-punk). Mi ritroverò quasi sotto il palco, incredibilmente, pensando all’idiosincrasia che nutro nei confronti del contatto con la massa informe e in movimento perenne, con l’inesistenza di spazi vuoti di aristotelica memoria scolastica. Ma si sta abbastanza comodi per godere di uno spettacolo unico. Mi allontano da un ingombrante ragazzo con lo zaino sulle spalle che ondeggia scoordinato da destra a sinistra, scrivo un messaggino alla mia amichetta Cristy (era con me a Londra a condividere l’urto sonoro dei My Bloody Valentineleggi) perchè sento la sua mancanza e perchè ho paura di perdermi sulla strada del ritorno (l’emozione sarà sicuramente raddoppiata fino ad allora). Mi tranquillizzo quando gli Slowdive entrano in scena. Ed è come se avessero ancora 19 anni e io con loro. Il nostro mentore Emanuele Tamagnini dice sempre (da una vita, da quando cioè lo conosco) che non c’è cosa più inutile in un live report che elencare stancamente ogni singolo brano, importante è invece descrivere la suggestione, l’eccitazione (e perchè no cara Silvia anche la commozione, ndr). E’ quello che farò nelle prossime righe ma non sarò certo criticata se devo con tutte le forze soffermarmi su ‘Catch The Breeze’. Probabilmente uno dei brani shoegaze più straordinari di sempre, che scivola sul cuore portato da quelle lacrime che furtive ho sentito scendere dai miei occhi. Le luci bianche si alternano a quelle azzurrine, non servono chissà quali effetti speciali per accompagnare i cinque eroi di un’epoca impossibile da cancellare. Sarà forse stata la primavera del 1993, ‘Souvlaki Space Station’ aveva fatto da poco tappa nel mio walkman Sony di grigio-argentato rivestito, e con lui ovviamente tutto il secondo album. Ritrovarlo qui e come ritrovare quei profumi. Il rumore del play e del rewind che non mi ha mai abbandonata. Molta della mia coscienza musicale ha girato forsennata dentro quella scatoletta giapponese. Provo a cantare ‘Alison’ e ci riesco anche. Gli Slowdive sono perfetti, musicisti eccezionali, dispensatori di sogni e magia. I sorrisi di Rachel un incanto. Non ci sono pose, non ci sono musi lunghi, c’è professionalità estrema, tanta classe. Il pubblico è finalmente un pubblico attento, appassionato. Cristy mi risponde ma io non ho più paura. I pezzi, indelebili (alla fine circa una dozzina), ci sono tutti. Lo schermo maxi che campeggia alla sinistra del palco è una sorta di slow motion dentro al quale ogni tanto mi ritrovo. L’eterea ‘She Calls’ è l’orgia gaze che aspettavo, un corpo unico, prima della barrettiana-cavallo di battaglia ‘Golden Hair’ che conclude il set dopo poco più di un’ora, poco dopo le 23. C’è tempo ancora per un ritorno, uno solo, ma di quelli che rimangono per sempre: ’40 Days’. “40 days and I miss you. I’m so high that I’ve lost my mind. It’s the summer I’m thinking of 40 days and I’m blown away”. Si, è proprio l’estate. Ci voleva l’estate per riprendermi tutta la vita lasciata fuori da quella finestra. Seduta sui divanetti di quest’albergo squallido come gli uomini d’affari che lo popolano, cerco la parola fine, rileggo, salvo, invio, connessione scaduta. Torno a casa.

Silvia Testa

foto di Marco Pasqualotto

3 COMMENTS

  1. C’ero anch’io. E non avrei mai pensato in vita mia di scrivere questa frase, con la gioia di aver assistito ad un evento indimenticabile. Pura magia elettrica. Anch’io li ho scoperti in fase adolescenziale, ma la mia adolescenza risale a circa otto anni fa. Comprai a scatola chiusa un loro cd dopo aver noleggiato e visto la videocassetta di “nowhere” di Gregg Araki. E fu amore al primo ascolto. Da allora, in questi anni, ho cercato di avere ogni loro disco ed ho amato tutta la loro opera. Ciò a cui ho assistito appena due giorni fa e’ stato un vero miracolo, uno spettacolo ricco di candore, bellezza, poesia. Un sound magnifico, mai sentito un rumore così vicino, così simile al più bel sogno. Ed anche a me è’ parso di rivedermi, in quelli che sono stati forse gli anni migliori della mia vita, mentre mi perdevo ascoltandoli. Una sensazione dolcissima, Leopardiana, romantica. Se questa Reunion sia nata per una questione di soldi, non m’importa, perché mi hanno regalato un sogno, forse il più bello di sempre, ed ho avuto la fortuna di condividerlo con la mia ragazza e con dei nuovi amici. Giusto un’annotazione su alcune imprecisioni vocali di Neil, che il mio orecchio non ha potuto far a meno di notare, ma che il mio cuore ha del tutto ignorato. Per poco più di un’ora la realtà, la misera realtà (così ben incarnata da quella pseudo tribute band italo-anglofona che risponde al nome di soviet soviet) e’ svanita. E anche diverse ore dopo la fine faticava a riaffiorare. Come i migliori sogni mi ha cullato fino al mattino, anche se ero sveglio.

  2. Silvia molto bello quello che hai scritto. E molto bello sapere che in mezzo a tutta quella gente c’eri anche tu.
    Mario, Padova

  3. ho tentato di provare sensazioni simili l’estate scorsa andando da solo a vedermi i mbv a bologna, fallendo miseramente per colpa di un’acustica pessima, che faceva perdere la imprescindibile unione creativa tra melodia e rumore. (unico momento ‘trascendente’ l’holocaust attack, in cui ho anche goduto vedendo alcuni alternativi-del-nulla scappare tappandosi le orecchie)

    ma con gli slowdive… (in questo caso l’acustica era buona)
    evento indimenticabile, ed e’ stato bello accorgersi che non ero l’unico a pensarlo

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