Slow Magic @ Monk [Roma, 15/Settembre/2017]

388

Sono tempi perfetti per portare una maschera, molte occasioni si offrono per farlo. Una di queste è la possibilità di scrivere la propria biografia a uso e consumo dei lettori sul web. Sembra che sia stata redatta da un punto di vista esterno, ma altro non è che frutto dell’immagine che si vuol dare agli altri, facendo recepire un’autovalutazione come se fossero delle referenze. Indossare una maschera serve sempre a trovare qualcosa: lavoro, fama, amore (quest’ultimo obiettivo nella sua accezione più vacua è spesso collegato alle prime due), ma in parte anche ad evitare se stessi. È importante fare attenzione a non scordarsi di averla indosso per non rischiare di assumere il contegno del personaggio che si rappresenta con una convinzione tale da dimenticare, quando il sipario cala, di essere se stessi. In quei casi chi è attento e virtuoso potrà notare che oltre alla maschera c’è ben poco e dicendolo alla persona in questione la farà sentirà nuda, sotto la scorza della sua copertura facciale. C’è chi invece usa una maschera per portare una maggiore attenzione alla sua personalità, al suo carattere, alla propria abilità. Un volto, armonico o irregolare che sia, può distogliere da ciò che effettivamente il proprio intelletto è in grado di produrre e spesso ci è capitato di vedere ai concerti spettatori invaghiti del volto dell’artista prima ancora della sua musica, un amore distorto e con ogni probabilità non apprezzato dal musicista non narcisista che ricerca un certo tipo di tributo, ma non per frivole ragioni. Crediamo che nessuno o quasi sia capace di riconoscere Slow Magic per la strada e che lui non faccia uso del suo volto per portarsi a casa qualche partner facile, ma chiunque abbia ascoltato i suoi pezzi più di una volta potrà riconoscere alla prima nota se qualche dj sta passando un brano suo o di qualcuno che sta cercando di copiarlo. Il sound è ben definito fin dall’esordio sulla lunga distanza, quel ‘▲’ (anche noto come ‘Triangle’) che col titolo strizza l’occhio agli hipster dell’ultim’ora, intesa nell’accezione moderna, come al solito dovuta a uno stravolgimento dei media, che quel simbolo geometrico hanno preso ad effige di una generazione che si basa sull’apparenza prima ancora che sulla competenza o la passione per qualcosa che non sia appartenere a una categoria che va “di moda”. Abbiamo avuto la possibilità di assistere a più live di questo producer americano, autodefinitosi “il vostro amico immaginario che fa musica” ed abbiamo apprezzato l’evoluzione sua e della maschera, che da lavoretto a mano da scuola elementare è diventata ricca di dettagli sempre più definiti e colorati, con luci intermittenti sul muso di una zebra multicolor. Dopo due album riusciti, siamo in attesa del terzo, anticipato dal singolo ‘MIND’, feat. Kate Boy. Sin dal suo arrivo, sul palco della sala concerti del Monk poco meno affollata del solito, le percussioni verranno violentate da questo tizio che con la sua esuberanza fisica e con la succitata protezione viso ci sembrerà più vicino ad un animale che a un uomo, anche per il suo particolare modo di dimenarsi. Mentre i vari pezzi si alterneranno senza lunghe soste, con lo zenit di entusiasmo al momento della splendida ‘Corvette Cassette’, basterà concentrarsi sulla musica e far viaggiare nemmeno troppo la fantasia per trovarsi di volta in volta su una spiaggia incontaminata, in cima a una montagna a quattromila metri o svegliarsi in una casa di campagna dove un gallo non smette di cantare (‘Girls’). Tutto ciò che ascoltiamo è molto evocativo e riempie di entusiasmo la totalità dei presenti che vengono catturati dal sound e lasciati andare soltanto a fine live. All’uscita veniamo accompagnati dallo stesso artista, che ci riporta nel mondo reale con un remix di ‘All The Small Things’ dei Blink 182 con tutto il suo corollario di ricordi di un’era in cui è stato colonna sonora adolescenziale per, e basta un rapido sguardo alla folla per capirlo, molti dei presenti. Quando lascerà il palco controlleremo il nostro orologio perchè ci sembrerà che abbia suonato solo pochi minuti, ma verremo smentiti: il live è stato molto più lungo di quanto pensassimo. Esserci immersi così intensamente nell’esperienza ed averla gradita così tanto ci ha fatto perdere la cognizione del tempo. In questo caso indossare una maschera non è servito a lanciare fumo negli occhi, ma a bonificare le orecchie dei presenti dall’insopportabile inquinamento atmosferico di una caotica metropoli.

Andrea Lucarini

Foto dell’autore

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here