Slipknot + At The Gates @ Rock In Roma [Roma, 16/Giugno/2015]

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E’ difficile. E’ difficile cercare di esprimere che cosa significhi, dopo tanti anni tornare ad ascoltare il gruppo che ha segnato la tua adolescenza, è difficile inoltre tentare di riassumere una carriera folgorante lunga sedici anni, che non ha mai subito battute di arresto, ma d’altra parte, non priva di difficoltà e avversità di ogni sorta (su tutte la prematura scomparsa del bassista e fondatore Paul Gray nel 2010), che poco a poco ha portato i nove di Des Moines, a riscrivere la storia del metal moderno riuscendo a codificare un linguaggio del tutto innovativo, in grado di portare un genere tra i più ‘estremi’ alle attenzioni del grande pubblico e soprattutto di farcelo rimanere. E’ difficile e non lo farò, perché gli Slipknot sono una realtà che, ormai, non ha più bisogno di presentazioni, fa parte dell’immaginario collettivo e ognuno di noi in qualche modo, almeno una volta, ha avuto modo di incontrarla ed amarla o di scontrarcisi e non volerne mai più sentir parlare. Lo scenario, che dopo il bagno di folla dello scorso febbraio in quel di Milano, accoglie i nove mascherati dell’Iowa (per la prima volta a Roma) è il consueto palco dell’Ippodromo delle Capannelle e il nostro arrivo sotto l’immancabile monsone stagionale, avviene sulle note del primo gruppo designato ad aprire la serata, gli italiani Temperance. La band, in realtà non giovanissima, non osa, proponendo un gothic metal di sostanza e dimostrandosi compatta, rodata e assolutamente in grado di reggere un palco come quello della kermesse romana, in un’esibizione fluida, che forse trova il suo punto debole proprio nel songwriting dei pezzi, decisamente ripetitivi e, a tratti,  di difficile impatto. Pochi minuti di cambio palco ed ecco troneggiare sullo sfondo la scenografia che annuncia il secondo opening act della serata, i padri  del melodic death metal svedese At The Gates, che a seguito della reunion avvenuta nel 2007, sono in Italia per promuovere l’ultimo lavoro in studio ‘At War with Reality’, uscito l’anno scorso. I cinque di Goteborg, capitanati dallo storico frontman Tomas Lindberg, propongono un’ora di live di intensità notevole, sciorinando grandi classici dai primi album degli anni ’90 e nuovi inediti dall’ultimo lavoro, fondendo i ritmi forsennati del death della prima scuola, con le atmosfere cupe derivanti dalle influenze black metal, tratto peculiare della band svedese. Conclusosi il set degli At The Gates, l’atmosfera comincia a riscaldarsi e l’area a riempirsi, tra lo stupore del pubblico viene raccolto il gigantesco drappo nero che nascondeva la parte estrema dello stage e a far capolino è la mostruosa scenografia (comprensiva di lanciafiamme e una testa di demone a grandezza luna- park), che di lì a poco sarà lo sfondo dell’esibizione degli headliner. Ad una manciata di minuti dalle ventidue, il palco si oscura, ed ecco risuonare dalle casse l’oscura opening track del nuovo album, ‘XIX’, ultimo saluto al compianto bassista Paul Gray e intro designato per ogni show del tour. Ancora nella penombra, i nove mascherati fanno il loro ingresso on stage e sulle note della nuova ‘Sarcastrophe’ le danze hanno inizio. L’impatto sonoro è devastante e la teatralità della scenografia, vero e proprio decimo elemento della band, conferisce all’esibizione una marcia in più; la presenza di Corey Taylor è impressionante sia a livello scenico che vocale, e la perfezione della sezione ritmica, che vede due nuovi acquisti, Jay Weinberg alla batteria e Alex Venturella al basso, rende il sound degli Slipknot un muro invalicabile, che crolla sulla folla e porta tutto via con sé. Si succedono ‘The Heretic Anthem’ e l’unico estratto dal penultimo album ‘All Hope is Gone’, ‘Psychosocial’, per poi dare inizio ad  una carrellata di brani tratti dall’ultimo lavoro, che conducono ai cavalli di battaglia ‘Vermillion’ e ‘Wait And Bleed’ infiammando ogni singolo spettatore, in un flusso di intensità e precisione tecnica di livello magistrale. Quasi ogni pezzo è introdotto da uno “speech” di Taylor, che di volta in volta chiama a raccolta “la sua Famiglia” italiana, come un generale con i suoi soldati e in men che non si dica è già tempo di artiglieria pesante con gli ultimi cinque pezzi della scaletta, vero tributo ad ogni momento significativo della carriera dei nove di Des Moines, che regalano anche una perla, suonando l’iconica ‘Eyeless’, che da tempo latitava nelle apparizioni italiche della band. Il tempo di riprendere fiato ed è ahinoi, già tempo di encore, il trittico finale (sic), ‘People=Shit’ e ‘Surfacing’, il nostro “nuovo fottuto inno nazionale” (come tiene a ricordare lo stesso Taylor), sugella un’esibizione di livello incredibile, che ci da l’ennesima e non più necessaria conferma, che di gruppi come gli Slipknot, ne esistono pochi al mondo e seppur ammesso che possa non piacere quello che fanno, ogni amante di musica dovrebbe inchinarsi di fronte a quelle, che non facciamo fatica a definire come nuove leggende del metal. Immensi.

Alberto Paone

Foto Livio Ghilardi