Slint @ Circolo degli Artisti [Roma, 29/Maggio/2007]

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Concludiamo l’avvincente (concertisticamente parlando) mese di maggio col botto, ovvero con l’attesissimo ritorno di una delle band più importanti per l’evoluzione della musica rock nei secoli dei secoli amen. Si tratta anche di uno di quei gruppi che in questo periodo stanno proponendo interi album dal vivo secondo la curiosa moda del momento (i prossimi a Roma saranno i Sonic Youth con “Daydream Nation”). Si tratta degli Slint. Si tratta di “Spiderland”.

Il Circolo degli Artisti è già pieno a metà quando poco prima delle 22 Alexander Tucker (ex Unhome e di passaggio nei Fuxa) inizia a mettere in loop suoni atipici di violino, di chitarra acustica menomata (distorta e non) e linee vocali che ricordano vagamente l’attudine di Tim Buckley o di Scott Walker. Tra feedbback, distorsioni, echi, droni e lied il suo set di poco più di mezz’ora alla fine convince per la qualità e per il gusto architettonico di costruire per accumulazione bei tappeti sonori.

Il tempo di fare un giro all’esterno, di prendere una birra, di incrociare il solito Max Gazzè ed è ora di tornare dentro per l’evento. Ora la sala è (come facilmente prevedibile) stracolma e decido di rimanere piuttosto arretrato per non soffrire troppo il caldo. I nostri (per questo tour sono in cinque) salgono sul palco sulle note di un blues andante tra gli applausi del pubblico. Qualche secondo di trepida attesa ed arriva finalmente l’attacco di “Breadcrumb Trail” con i tre commoventi armonici (l’incipit più semplice e geniale mai ascoltato) e insieme a queste note arriva anche l’ovazione entusiasta dell’intero locale (cosa che si ripeterà ad ogni attacco di ciascuno dei sei brani che compongono l’album). Quella che seguirà sarà una vera e propria lezione di musica, una tribute band di se stessa che esegue magistralmente un proprio capolavoro come un’orchestra di musica classica eseguirebbe una sinfonia di Beethoven. Il suono è perfetto, le chitarre sono penetranti come nella versione da studio, con in più l’impatto emotivo dovuto alla dimensione live. Brian McMahan canta e recita disilluso (e ogni tanto suona la chitarra) in un angolo nascosto dietro una cassa. David Pajo e il chitarrista aggiuntivo si intrecciano alla perfezione tra suoni puliti e distorsioni, mentre la sezione ritmica (ovviamente per gli Slint è un eufemismo in quanto è molto più che semplice ritmo) vede protagonista un nuovo bassista nerdissimo e il batterista Britt Walford nascosto dietro i tamburi. La sequenza dei brani come previsto è la stessa di quella di “Spiderland”. Nessuna sorpresa quindi, ma si sapeva. Si susseguono così l’obliqua e sincopata “Nosferatu Man”, la funerea e ipnotica “Don, Aman” (la mia preferita qualora ve ne freghi qualcosa) in cui Britt Walford dalle pelli passa alla chitarra e alla voce sedendosi accanto a David Pajo. Tocca quindi al pezzo più famoso, ovvero l’epica “Washer” addirittura cantata in coro dal pubblico (da non credersi), alla strumentale e soporifera (ma in senso buono) “For Dinner”. A chiudere la parte del set riservata a “Spiderland” c’è ovviamente “Good Morning, Captain”, ma è un finale non finale (d’altronde ho sempre avuto la sensazione di un finale aperto alla fine dell’ascolto di questo fantastico album), in quanto il set continua. Vengono infatti proposti anche i due brani strumentali senza titolo che compongono l’EP omonimo del 1994 (che comprai di seconda mano a Seattle a due dollari e che dopo tantissimo tempo ho rispolverato al termine del concerto) e un ultimo pezzo mai sentito prima d’ora dove la coda finale si avvicina terribilmente al krautrock dei Neu!. Non ci sono bis, per cui usciamo e nel giardino poco dopo incontriamo proprio Britt Walford insieme al bassista. Ne approfittiamo per farci due chiacchiere: scopriamo che il terzo chitarrista è il fratello di McMahan e che stanno ancora decidendo se sia il caso di incidere nuovo materiale o meno. Staremo a vedere.

Daniele Gherardi

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