Sleepy Sun @ La Casa 139 [Milano, 1/Dicembre/2009]

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Oggi alla Casa 139 non c’é nessun gruppo spalla, troppa la strumentazione degli americani per poter permettere ad un altra band di stare sull’accogliente palco del locale. Così ci scappa qualche birra, si ricambiano saluti di persone non ben identificate e si chiacchiera poco. Poi lentamente saliamo al piano di sopra, non c’é moltissima gente, ma fortunatamente il posto è piccolo ed il colpo d’occhio comunque discreto. Sul palco spicca qualche Orange d’ordinanza. Poi finalmente questi giovani californiani escono dalla porticina che porta al backstage, sembrano venuti fuori da una comune che guarda inesorabilmente verso la “Summer of Love”, e non a caso si sono trasferiti a San Francisco. Attaccano con un pezzo che non riconosco, che parte bello acido per poi svilupparsi in un’orgia percussiva da sballo. Roba perfetta che esemplifica  il loro motto “Let’s get weird”. L’originalità non è proprio di casa Sleepy Sun ed anche musicalmente nulla di nuovo sotto il sole. Rispetto al disco c’è molto più spazio per la bellissima voce di Rachel, una hippy fatta e finita, che quando non canta ballicchia, saltella e ride istericamente tra un pezzo e l’altro. Bret Constantino è invece un belloccio dalla presenza magnetica e catalizzante, sicuramente le ragazze apprezzano e sbavamo, nonostante i baffetti un po’ così. Il chitarrista biondo sembra uscito da un film porno tedesco anni ’70, mentre l’altro è un po’ più tenebroso. La sezione ritmica beh… si fa i cazzi propri e tira dritto. Dopo l’apertura si susseguono ‘New Age’ e ‘Sleepy Sun’, due dei pezzi più sostenuti (nelle party più heavy la lezione dei Black Sabbath è palese) e migliori dell’album.

La gente gratisce ma pare un po’ distante, probabilmente ci vorrebbe un bel cannone per tutti, tanto per entrare nel mood della serata. La band introduce poi ‘Open Eyes’ da quello che sarà il prossimo disco, apparentemente intitolato ‘Superhigh’ visto che “We like to smoke stuff”. Bello ma io inizio a concentrarmi sulle bizze dello speaker sinistro del locale, che per troppo tempo l’unica cosa che produce è un ronzio fastidiosissimo. Cose che succedono, ma pur sempre situazioni irritanti. Per un po’ mi appanno, ma vengo riportato in vita da una bellissima e potente versione di ‘White Dove ‘, probabilmente il loro pezzo più heavy e psichedelico. Piccola pausa e poi tornano con il bis, non prima di aver chiesto ad un assonnato pubblico se ne volevano ancora. Risposta più o meno affermativa e quindi ripartono con l’acustica ‘Duet With The Northern Sky’ e con la conclusiva versione di ‘The Chain’ dei Fletwood Mac che aggiunge poco all’originale. Classic rock. Prima di andarmene una veloce capatina al merch dove, tra le altre cose, ci sono dei gustosissimi 10 pollici con il bellissimo artwork di Steve Quenell (www.stevequenell.com), già visto anche su dischi di Warlocks e Six Organs Of Admittance. Tornandomene a casa, visto che non l’hanno fatta, canticchio la tristissima ‘Lord’ e mi chiedo che ci sta a fare un piano alla Casa 139 se poi non viene utilizzato.

Chris Bamert