Sleepy Sun @ Blackout [Roma, 2/Dicembre/2009]

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Non vengono da New York, non fanno musica sperimentale e (probabilmente) non saranno in nessuna delle Top 5 più cool. Giovanissimi eppure con un’attitudine decisamente old school, gli Sleepy Sun sono quanto di più unfashionable si possa immaginare nell’attuale panorama indie-wave-gaze degli anni zero ma, non per questo, sono stati semi-snobbati all’estero. Sarà il giorno infrasettimanale, sarà lo spostamento di location eppure, con rammarico di chi scrive, anche stavolta (come a maggio al Sinister Noise) la quantità di pubblico non è direttamente proporzionale alla bravura del sestetto californiano. Pazienza. Nonostante sia forte la convinzione di trovare al Black Out un pubblico più nutrito – in fondo, si tratta di un gruppo di casa ATP Recordings e in giro non c’è una recensione negativa né sul loro debutto ‘Embrace’, né tantomeno sulla loro abilità on stage – la sorpresa maggiore è che, ancora più di qualche mese fa, Bert Costantino, Rachael Williams e co. trovano nella dimensione live il luogo migliore per esprimersi.

Si era già parlato della loro provenienza dalla comunità di Santa Cruz, della nascita del gruppo sotto la luna piena della West Coast, dell’oceano e delle foreste il cui spirito aleggia libero tra riff pastosi, intrecci vocali ed abbandoni lisergici. E s’era già fatto cenno anche a quel misto tra stoner e psichedelica, che attinge a certo rock storico classico (Black Sabbath, Creedence Clearwater Revival e il passo da lunga cavalcata dei Can), presentando assonanze con una serie di giovani musicisti visionari d’oltreoceano (Black Mountain, Comets On Fire, Black Angels). Ristabilite, quindi, le coordinate storico-geografiche, quello che forse era meno lampante lo scorso maggio è un certo scarto tra una rifinitura, una produzione piuttosto pulita, riscontrabile su disco e una spontaneità un’”autenticità rock” decisamente più tangibile dal vivo. ‘Embrace’ è bello, ma si sente che è un prodotto dei nostri giorni. Gli Sleepy Sun dal vivo, oltre ad essere a mio avviso tecnicissimi – prima chitarra, nonostante qualche imprevisto tecnico, da plauso e arrangiamenti molto curati – trasmettono una genuinità, una naturale aderenza al mood Summer of Love, risultando in qualche modo personali, veri, meno rifiniti e più essenzialmente rock, in un senso quasi fuori dal (nostro) tempo, fatto di band costruite ad arte. Forse l’intreccio della voci di Rachael e Bert, forse un certo animismo (la natura che diventa animata, a tratti divina) coniugato a quella sezione ritmica così terrena, forse la spontaneità con cui chiacchierano tra un pezzo e l’altro, forse perchè per la maggior parte del tempo siamo tutti ipnotizzati, scuotendo lentamente la testa come vuole la prassi psichedelica. Potrebbero essere una serie di ragioni, ma, considerando che non è questo il genere che solitamente appaga maggiormente chi scrive, è proprio una sensazione a pelle – di quelle che fanno pensare che “scrivere di musica è come danzare di architettura” – per cui gli Sleepy Sun sembrano avere qualcosa di (paradossalmente) fresco e non costruito, sebbene una solida tradizione californiana è proprio lì, pronta ad adombrarli. Del resto, quando gli viene chiesto se l’influenza psichedelica tangibile nella loro musica venga direttamente dal ’67, loro rispondono che, in realtà, ancora oggi non c’è luogo più psichedelico del nord della California. Con ‘Open Your Eyes’ il sestetto da un assaggio del prossimo album. Chissà se le danze meno figlie dei fiori e più r’n’r di Rachel e la maggiore rumorosità – almeno – di questo brano, non siano indizi  per il prossimo album?

Chiara Colli