Sleaford Mods @ Monk [Roma, 31/Maggio/2017]

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Due concerti di fila nella seconda metà di maggio ed in entrambi i casi si tratta di band che vediamo live per la seconda volta, a distanza di anni. Mentre per i Motorama il paragone con quello che erano stati per noi nel 2013 è stato impietoso, nel caso degli Sleaford Mods possiamo dire di aver assistito a una crescita: di padronanza del palco; di spettacolo, ora messo a punto e non più sgangherato come quello del defunto Init, due anni or sono in questo stesso mese; di pezzi, ora più apprezzabili anche da chi non viene da Nottingham, nonostante lo slang rimanga il solito (e ovviamente poco comprensibile a questi lidi) le basi sono ora più catchy, anche grazie all’inserimento in scaletta di pezzi tratti dal nuovo ‘English Tapas’. Il Monk è pieno fino al paravento, posto in sala subito dietro la postazione del mixer, e l’entusiasmo e l’attesa sono palpabili. Rispetto allo scorso live romano, quando il duo inglese era visto con curiosità, ma i presenti stavano ancora cercando di capire se promuoverli a beniamini o declassarli a cialtroni, stavolta, dopo un secondo disco che gli ha fatto salire posizioni nel gradimento generale, i pollici sono solo alti. C’è il doppio della gente rispetto al primo concerto capitolino e siamo di fronte a un duo, che con una proposta originale, quanto folle, ha conquistato un ruolo privilegiato, riservato a pochi. Ci siamo sempre chiesti se gli artisti lo apprezzino o se ne sentano soffocati, ma tant’è. Il pubblico li idolatra a prescindere, qualunque cosa dicano tra un pezzo e l’altro, anche la più stupida o banale. Gli applausi sono sempre a scena aperta, c’è un’adesione completa e acritica. Insieme a Jason Williamson, cantante che coinvolge il pubblico dandogli modo di capire col linguaggio del corpo i suoi concitati monologhi nel suo particolare idioma, sul palco c’è Andrew Fearn, maglietta dei Run DMC. Il suo ruolo potrebbe svolgerlo chiunque: dinoccolato, se ne sta in piedi in un angolo a ballare, cantare, rigorosamente senza microfono, e a bere birra in lattina (conteremo sette carcasse vuote sul palco al termine dello show). Sembra un qualsiasi ragazzo che si sollazza ascoltando e canticchiando brani degli Sleaford Mods, se non fosse che ne è un membro a tutti gli effetti e ormai anche poco sostituibile, visti gli osanna che gli vengono dedicati dai fan. Il frontman al contrario beve solo acqua e ha un atteggiamento che sembra provocatorio verso il pubblico, sembra arrabbiato anche quando chiede se stiamo passando una buona serata. Non prende mai fiato, le basi musicali vanno a scemare e i brani non hanno un vero e proprio finale, giusto il tempo di un rapido applauso prima di attaccare con un altro pezzo ed un altro concitato monologo. Quando ci perdiamo nei meandri del loro dialetto stretto malediciamo il fatto che non abbiano pensato a far scorrere i loro testi su un telo alle loro spalle, nei brani che conosciamo di meno facciamo fatica a comprendere e visto che le parole sono il pezzo forte, nonostante le basi siano comunque accattivanti e facciano muovere la testa, ce ne dispiace. Proprio le loro parole nelle interviste, tutt’altro che scontate, li hanno fatti conoscere a molti. Hanno ammesso di parlare del loro vissuto nei brani, di situazioni nelle quali si sono trovati nel passato, quello senza le luci del palcoscenico. Williamson è stato dipendente dalla cocaina e ha smesso una volta resosi conto di essere rimasto coi soldi sufficienti solo a comprare una barretta di Mars e una lattina di Special Brew, cosa che fece e con la quale si nutrì per circa una settimana. In questi giorni, dopo questa interessante spesa, fatta in pigiama al supermarket, ci scrisse su un brano, ‘Teacher Faces Porn Charges’, e da lì grazie ad un amico che gli portò delle basi musicali di un altro amico si resero conto che i suoi testi e quelle basi si fondevano a meraviglia. Così nacquero gli Sleaford Mods, nulla a che fare con l’iconografia dei Mods, se non per un certo modernismo, ma comunque omaggiati dai presenti con il coro ‘Sleaford Mods’ sulla base di quel ‘We are the Mods’ rimasto impresso nella memoria di chiunque abbia visto il film ‘Quadrophenia’. Non sono nemmeno di Sleaford, se è per questo, ma di Nottingham, ed anche questi nonsense hanno aiutato ad attirare l’attenzione di un numero di appassionati di musica sempre maggiore. I brani in scaletta sono quasi tutti piacevoli, ma le perle sono sul finale: da ‘B.H.S.’ con la quale si chiude la scaletta regolare, fino alle celebrate ‘Tied Up in Nottz’ e ‘Jobseeker’. La chiusura sarà con ‘Tweet Tweet Tweet’, dopodiché ci sarà modo di parlare con degli amici incontrati per caso al termine del concerto. Si ragiona sulla differenza degli Sleaford Mods, su ciò che ti fa decidere di tagliare in due la città per andare a vedere un loro concerto: è l’originalità della loro proposta, e si tratta di qualcosa di cui gli va dato atto, a prescindere dai gusti.

Andrea Lucarini

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