Sleaford Mods @ Init [Roma, 4/Maggio/2015]

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Era da tanto che non provavo questa sensazione, uscito da un concerto. Appagamento, misto alla voglia di dire a tutti quelli che non c’erano, amici e conoscenti, di ricavarsi al più presto del tempo per scoprire questi tizi appena ascoltati. Tizi dei quali io stesso non sapevo molto, appena un’ora prima. Ne sapevo abbastanza per decidere di dargli una chance e andarli a sentire, certo, ma non da dare un giudizio, positivo o negativo che fosse. Degli Sleaford Mods, duo di Nottingham (non di Sleaford, come il nome di battaglia lascerebbe presagire) con un’estetica tutto fuorchè mods (come il nome di battaglia lascerebbe presagire), avevo ascoltato vari pezzi e su di loro avevo letto vari pezzi. Poi ho deciso di portarmi all’Init, ultimo baluardo della Casilina Vecchia dove si può usufruire di una programmazione musicale di qualità, trovando molti più spettatori di quelli che mi aspettassi per un lunedì sera, per degli artisti molto particolari, poco conosciuti nei patrii confini e non osannati fuori, per un tipo di musica difficile da incasellare. Ci sono gli addetti ai lavori, quasi tutti quelli di cui conosciamo le sembianze. Ci sono i mods, chissà se ingannati dal nome della band o attratti dal loro modernismo. Ci sono gli amanti dell’Inghilterra a prescindere, che si tratti di rock, hip hop o ragazze con le facce arancioni che sembrano uscite dal Jersey Shore poco importa, va bene tutto, purché provenga da lì. Ci sono abbastanza persone da riempire, senza invadere l’altrui spazio vitale, tutto il perimetro della sala concerti dell’Init, con qualche solitario esule nella zona bar. C’è un ottimo dj set che accompagna all’inizio del live. Conquista, calamita l’attenzione, e infine dà il colpo di grazia, servendo ‘Purple Haze’ dei Groove Armada (altro duo inglese che mischia elettronica e hip hop), brano che pensavo di conoscere solo io e coloro che lo avevano creato, ammesso che nel mentre non se lo fossero dimenticati.

L’orario designato per l’inizio del concerto doveva essere le 22:45, e dopo il classico quarto d’ora di ritardo, tollerato, almeno in Italia, in qualsiasi contesto, ecco i due inglesi prendere il loro posto. Jason Williamson, quarantenne fondatore del duo, sette album all’attivo dal 2007, ma solo due con l’attuale formazione, è voce e autore dei testi. Risulta in sovrappeso rispetto alle foto, unico punto di riferimento sul quale potevamo basarci prima di questo incontro dal vivo. Andrew Fearn, negli SM dal 2012, più alto e smilzo rispetto al compare, indossa un baseball cap, una t-shirt con il disegno del commissario Winchester dei Simpson ed il pantalone della tuta. Indossa anche una Birra Poretti, se è vero, come è vero, che la terrà tra le mani per lo stesso tempo in cui terrà i suoi vestiti. Ovviamente non sarà sempre la stessa, visto che ne berrà una dopo l’altra, noncurante del fatto che, per una questione di luppoli, è una delle birre che dà alla testa più rapidamente. Per il resto, la sua presenza sul palco sarà pressoché nulla. Premerà soltanto un tasto sul suo computer, tenuto in alto grazie ad una pila di cassette di plastica, ad inizio di ogni brano, per far partire le basi sulle quali Williamson rapperà. Poi ballerà sul posto à la Mauro Repetto, ma senza troppo impegno né convinzione. E senza dover dimostrare nulla per guadagnarsi la paga. D’altronde, il suo lavoro lo ha già fatto, fin troppo bene, preparando delle musiche di alto livello. E ora può tranquillamente gustarsi le sue birre, con l’altra mano in tasca. Le basi sono incalzanti, catchy, coinvolgono, fanno muovere ed hanno echi post punk. Punk, come l’attitudine dei due artisti. Oltretutto, e questo non è da sottovalutare, sono il letto perfetto per far adagiare le rime del cantante, in un dialetto del nord molto stretto, ancor più marcato di quello che si sente nelle versioni studio. Williamson, tatuaggio malfatto ad arte, con le iniziali della band sull’avambraccio sinistro, canta o grida, a seconda dei momenti, sempre con un tono molto potente, e riesce a coinvolgere da subito, nonostante non si riesca a capire più della metà di quello che dice. Sarà il più istrionico dei due, correrà goffamente a braccia basse intorno al palco, prima di tornare al microfono, durante i brani. Chiuderà alcuni pezzi grugnendo, ammiccherà alla platea, suderà, sputerà e riprenderà fiato tra un brano e l’altro, con il buon Andy Fearn che, serafico, gli chiederà se è pronto per un nuovo brano, prima di fare il suo semplice gesto di premere il tasto Play per far partire la base successiva. I presenti reagiranno in maniera eterogenea. Qualcuno riderà come ad uno spettacolo comico, altri muoveranno la testa con la faccia cattiva di chi è entrato in comunione col cantante e con le periferie depresse del nord dell’Inghilterra. Dal primo secondo, ogni brano sembrerà essere una possibile hit, provocherà urletti ed esaltazione, ma hit non sarà, perché gli Sleaford Mods, per statuto, sono destinati ad essere underground. O forse no, visto che una band abituata a ben altri prosceni come i Prodigy ha deciso di collaborare con loro in ‘Ibiza’, brano inserito nell’ultimo album, uscito a marzo scorso. E a proposito di nuovo materiale, ci sarà modo di ascoltare ‘Bronx in A Six’, brano che verrà inserito nel prossimo disco dei nostri prodi, in uscita il prossimo luglio e già con la benedizione, nel giorno della sua presentazione, dell’entrata tra i trending topics di Twitter. Il successo al giorno d’oggi si misura anche così. Dopo poco più di quaranta minuti di live session i due annunciano il termine dell’esibizione ed escono, tra le rimostranze dei presenti. Non dovranno disperare più di tanto, visto che ben presto rientreranno per un altro quarto d’ora di musica, e quattro brani, non all’altezza di quelli della scaletta regolare, tra i quali aveva spiccato ‘Jobseeker’, una perla rara che raccomandiamo a tutti coloro che volessero iniziare a conoscerli. A proposito, mi sono dimenticato di consigliarli ad amici e conoscenti. O forse no, l’ho fatto attraverso questo report, arrivando anche a quelli che ancora non conosco.

Andrea Lucarini
@ Lucarismi

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