Slayer @ Postepay Rock In Roma [Roma, 12/Luglio/2016]

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Mi ricordo che da ragazzino nel cortile di scuola un mio compagno più grande, reduce da un concerto degli Slayer, mi fece un resoconto dettagliato della sua esperienza, a suo dire, trascendente. Il racconto, in uno spiccato accento romanesco, iniziava con un “Non te lo puoi manco immaginà che roba è un concerto degli Slayer”. L’apice emotivo della narrazione lo raggiungeva (la storia fu iterata nel corso degli anni assumendo sempre più contorni mitopoietici) ogni volta che descriveva il comportamento di un energumeno del pubblico che, uscito dalla calca in una maschera di sangue, con gli incisivi frantumati, non si scompose di una virgola davanti alla reazione di panico del mio amico, preoccupato e inorridito dalla scena che aveva sotto gli occhi. Il gigante, anzi, se ne uscì con una massima consona forse più a un cenacolo di esistenzialisti heideggeriani che a un concerto di balordi metallari, “Il vero problema – disse – è che gli Slayer non potranno mai prendere parte a un pogo degli Slayer”, per poi sparire per sempre, superuomo sanguinolento e senza denti, tra la folla sotto il palco. Nell’immaginario di un adolescente un racconto del genere mise subito profonde radici, e da quel giorno, senza neanche averli mai visti dal vivo, gli Slayer assursero al pantheon dei miei gruppi favoriti. Nel corso degli anni, tra le varie evoluzioni dei miei orizzonti musicali, ho partecipato a più di un concerto di Tom Araya e compagni, e pur non arrivando a toccare con mano i macabri picchi dei racconti del mio amico, ho assistito a scene indimenticabili (persone che vomitavano per i volumi troppo alti, risse, pianti) e ho goduto momenti di pura e catartica euforia. Tutto ciò non ha fatto altro che incrementare l’ascendente che ha su di me questo gruppo, ancora oggi, nonostante ormai sonorità del genere non occupino più una fetta importante dei miei ascolti come in passato. Dopo tanto tempo non potevo riaffrontare un concerto di musica estrema se non grazie agli Slayer e al loro ritorno a Roma all’interno della rassegna estiva del Postepay Festival. Con loro, in veste di open act, ci sono gli Amon Amarth, una scelta che non può che lasciarmi l’amaro in bocca. Pochi giorni fa a Milano c’erano i Carcass ad aprire lo show dei thrasher americani, e non me ne vogliano gli Amon Amarth e i loro aficionados, ma il confronto tra le due band non può neanche lontanamente sussistere.

In realtà la performance degli svedesi è stata anche abbastanza piacevole, un po’ troppo sfarzosa per i miei gusti, con tutto quell’ostentato ricorrere ad apparati scenici d’impatto e dal gusto decisamente opinabile. Mi riferisco alle teste di drago giganti (quando i musicisti ci salivano sopra l’effetto “Atreyu in groppa a Falkor” era inevitabile nonché ridicolo), i lastroni di pietra illuminati con le rune, i martelli di Thor, i corni potori e ogni cosa utile a rinverdire quell’iconografia norrena che come avrete capito non riscuote più di tanto il mio interesse. Tecnicamente ineccepibili eh, ma il death metal scandinavo che solletica il mio palato è ben altro.
Molto più minimali dal punto di vista scenico, gli Slayer, stavolta senza neanche la consueta muraglia di diffusori Marshall (che era un po’ l’unico piacere estetico che si concedevano), entrano sul palco e suonano dritti sparati praticamente senza neanche un’interruzione fino alla fine del concerto. L’attitudine hardcore punk è da sempre stata il fulcro della loro idea di musica e di live set, li ha resi una band appetibile sia all’ascoltatore medio punk che al metalhead di turno, permettendogli di costituirsi come una valida alternativa ai gruppi storici thrash della Bay Area, che dagli anni Novanta in poi hanno cercato la propria ispirazione musicale lontano dai confini del metal più ortodosso. Gli Slayer, ad eccezione di qualche mezzo passo falso (qualcuno ha detto ‘Diabolus in Musica’?), hanno fatto della velocità e della violenza la propria bandiera, e da quei binari non si sono mai discostati. Quest’aria di ostinata e fideistica adesione al quel concetto di estremismo sonoro, contenutistico e ipostatico, che sintetizzerò semplicisticamente col terribile termine “metallo”, si è sempre respirata ai loro concerti, e ha permesso appunto ai pazzoidi sopracitati di spaccarsi la faccia e continuare come se nulla fosse a menare le mani sotto al palco. O magari  c’è solo gente con una soglia del dolore molto alta in giro eh, non so. So però che anche oggi il rito collettivo, nonostante la platea stavolta non fosse molto nutrita, è stato celebrato dai quattro cerimonieri di Los Angeles nelle stesse identiche modalità che da trent’anni ormai, con piccoli assestamenti di line up, caratterizzano le loro esibizioni. A suon di granitici muri di riff, tra pochissime parole e con la solita scaletta piena zeppa di classici (le ultime sei canzoni della setlist sono state di fila ‘Dead Skin Mask’, ‘Seasons In The Abyss’, ‘South Of Heaven’, ‘Raining Blood’, ‘Black Magic’ e ‘Angel of Death’, per dire) che porterebbero anche un infermo a tentare l’insano gesto e a gettarsi nella mischia. Ripetitività? Mancanza d’idee, coraggio o estro artistico? Probabilmente sì. E so anche che con molti altri gruppi non sarei così indulgente. Forse perché gli Slayer per me rappresentano più di una band. Sono uno stato, un’idea. Gli Slayer dal 1981 costituiscono la quinta essenza del “metallo”, il nichilismo sfrenato che va a braccetto con la provocazione più ardita e fine a sé stessa. Brutali, menefreghisti, genuini, incazzati. In una parola, gli Slayer sono l’adolescenza, e riviverla di tanto in tanto è come ricevere una testata ben assestata sui denti.

Dario Iocca

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