Sky Saxon & The Seeds @ Zoobar [Roma, 21/Settembre/2005]

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E’ la serata perfetta. Come l’onda che il surfista australiano agogna fin dalla nascita. E’ una serata nella quale avviene tutto quello che serve per tenere lontano la gente. Turno infrasettimanale di calcio, pioggia battente ad intermittenza (quella che disorienta e confonde) ed un concerto con un nome vecchio di 40 anni. L’Oscar della serata lo diamo alla Grinding Halt e agli attivissimi “pasionari” Emiliano ed Eva che spalancano le porte ad un autentico mito del (VERO) garage rock stelle e strisce. La storia dei The Seeds (che Muddy Waters definì i Rolling Stones d’America) è scritta ovunque, basterà sfogliare le pagine di quella splendida guida GARAGE ROCK uscita recentemente per la Gremese ed edita dalla coppia Bonini/Tamagnini, per avere un’idea a tutto tondo sulle radici di uno dei gruppi cardine del movimento che eccitò ed elettrizzò tutta l’America in quei contestati anni ’60. Quando smoking bianco ha già fatto il suo dovere da prossimo pallone d’oro, fuori al locale testaccino ci sono sei persone che ben presto diverranno numerose oltre ogni rosea aspettativa.

Richard Marsh meglio conosciuto come Sky Saxon è da tempo divenuto (da quando nel 1969 dissolse i “semi”) un autentico santone/profeta/guru di stanza alle Hawaii. Negli anni ha prodotto un’enormità di album sotto un’enormità di pseudonimi molto vicini a ciò che il barbuto Roky Erickson ha lasciato dopo la seminale avventura con i 13th Floor Elevators. Lo avviciniamo nei camerini del locale prima dello spettacolo per fargli dono del libro sopra pubblicizzato. Magrissimo, capelli biondi scapigliati, occhialoni da sole/vista, giacchettina in pajette, sigaretta sempra accesa e tanta tanta disponibilità. Dall’altro lato della stanza siede la sua compagna, più giovane di lui di almeno 30 anni. Sembrano una coppia di hippie usciti da una setta religiosa. La sua grafia è incerta, in pratica scarabocchia il libro e incide un autografo sul suo disco che gentilmente ci dona. Quando si avvicina una collega di Raro ecco che la logorrea di Sky prende il sopravvento: Dio, terra, pianeti, guerre, terrorismo, isole che risorgeranno, nomi, destino, Cristo… lo salutiamo e scendiamo nel locale!

Il concerto è aperto da un ottimo quartetto romano – The Victorians – che sorprende per vitalità e cura del repertorio. Cover psych garage (quali e quanti gruppi oggi citano ad esempio i Traffic?), brani originali e riproposizioni di brani garage in versione italiana dell’epoca. Coinvolgono, divertono e vengono applauditi e ballati dalla coppia di innamorati Sky e consorte che per tutto lo show dei ragazzi italiani se ne stanno sotto il palco. Lui quando balla sembra Tomas Milian nella sua caratterizzazione di Nico Giraldi biondo (ha anche il cappellino con visiera).

Prima che salgano sul palco i rivampati Seeds del nuovo millennio breve parentesi con il gruppo che accompagna proprio Saxon. Un quintetto chiamato Woolly Bullies (a riprendere storpiando ‘Wooly Bully’ il celebre anthem dell’epoca di Sam The Sham & The Pharaohs) dove compare il chitarrista incravattato Nate Greely ex membro degli Arlos con due dischi all’attivo per la Sub Pop tra il 2000 ed il 2002. Piace la piccola vocalist, frangetta alla Karen-O e maglietta con la faccia del Papa! Quando Sky Saxon e la sua storia salgono sul palco il locale ribolle gente curiosa, appassionati e garagiofoli incalliti. La voce è bassa, ammaliante, corrosa dall’alcol e non ha nulla a che vedere con quella demoniaca, stridula, acida di 40 anni fa. Scorrono i brani che hanno infiammato un’epoca: dalla leggendaria ‘Pushin Too Hard’ a ‘Satisfy You’ da ‘Can’t Seem To Make You Mine’ a ‘Mr. Farmer’. Il pubblico riceve e rispedisce al mittente, è un concerto suonato bene, vintage, con un’aura strana e a tratti irreale. Il garage rock rivive quando ancora molti di noi erano solo sbiaditi progetti di copule consumate al sole d’estate. Sale anche la compagna del santone sul palco, lo cinge alle spalle… ammiccano, strusciano… lui si toglie il cappellino e si intravede tutto quel fascino di quando se la cantava nel bosco nel cameo del film culto “Psych Out” con un giovane Jack Nicholson nel ruolo di bassista e con tanto di codino! Un inno alla psichedelia verace, ingenua e colorata che avrebbe di fatto influenzato gli anni a venire. Chiudono con la cover di ‘Summertime Blues’ di Eddie Cochran (mito venerato da Bolan e brano immortale rifatto anche in maniera detonante dai Blue Cheer) e con quella ‘Tripmaker’ inserita in ‘Web Of Sound’ che fu scritta da Saxon con il produttore Marcus Tybalt. Due sprazzi di luce che illuminano una serata speciale. Fatta da gente speciale. Quello scarabocchio sul mio libro è quanto di più bello abbia visto negli ultimi tempi. Addio.

Emanuele Tamagnini

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