Six Organs Of Admittance @ Init [Roma, 24/Maggio/2011]

609

Quella che viene definita come “una serata tranquilla di inizio estate”, così si potrebbe riassumere l’esibizione di Ben Chasny aka Six Organs of Admittance. Faccio il mio consueto ingresso un’oretta prima dell’inizio, tanto per studiarmi meglio il palco e le varie angolazioni da sfruttare per scattare qualche foto, trovando di fronte a me una bella sorpresa: il palco è pressochè deserto, solo una sedia, un microfono su un’asta ed un Fender combo attaccato ad una chitarra acustica elettrificata, lasciata in terra a riposare. Il primo pensiero che ho riguarda le enormi “casse e testate” che solitamente regnano su quel palco, si sono prese un bel giorno di permesso, lasciando spazio a qualcosa di più morbido ed armonioso. Si tratta di una serata molto tranquilla in effetti, fa abbastanza caldo da trattenere tutto il pubblico nel confortevole giardino esterno al locale, almeno finchè non si sentono le prime note di rapida accordatura. Ben fa il suo ingresso sul palco senza dire una parola, un bicchiere di vino rosso in mano e nient’altro, il resto è già sul palco ad attenderlo. Si siede ed accorda rapidamente, quel gesto serve probabilmente a richiamare all’ordine il suo pubblico, lo strumento era già accordato, ma non è bello iniziare con la sala mezza vuota, sopratutto quando sul palco sei da solo. Ben sa il fatto suo, ed il trucchetto funziona alla grande: meno di due minuti e la sala è zeppa di persone giunte all’Init per ascoltare lui e la sua chitarra, consci del fatto che il tutto avverrà nel più totale e religioso silenzio. Inizio a scattare una foto dietro l’altra, la mia solita frenesia del momento, mi concentro sui colori, sulle inquadratura, la solita routine, poi accade qualcosa di inaspettato.

La prima canzone permea l’aria di tranquillità e calma, il ritmo delle dita sulle corde è incessante in realtà, segno che la tecnica chitarristica proprio non manca, ma non c’è solo quello: la voce di Ben è decisa e morbida, sospinge fuori ogni parola con decisione ma anche delicatezza, passando per qualche bridge al limite fra la tonalità elevata ed il falsetto. Improvvisamente mi blocco, resto ad ascoltare godendo di quello spettacolo senza perdermi un solo secondo, se scatto qualche foto in meno non sarà certo una tragedia, e mi scopro sollevato quando non sento più il rumore meccanico della mia fotocamera. Il resto della platea è completamente immobile e qualcuno cerca anche di zittire i pochi sussurri provenienti dal pubblico,  sono tutti perfettamente assorti nell’ascolto di questo artista che sa come conquistare il proprio pubblico. Di tanto in tanto riesco a scattare qualche foto, cercando di immortalare le varie posizioni che in qualche modo riuscirebbero a rendere l’idea di quello che sto ascoltando, inutile dire che risulta difficile quanto descriverlo a parole, ma la presenza scenica di Ben (nonostante lui resti seduto tutto il concerto) riesce a trasmettermi una certa propensione all’ascolto di quel folk psichedelico suonato unplugged, fatta eccezione per una canzone quasi nel finale, in cui lascia la chitarra in feedback reso abbastanza pesante grazie a tre fattori: un overdrive lasciato a briglie sciolte, la cassa di risonanza che aggancia immediatamente un effetto Larsen da panico e per ultimo, il fatto che quel pubblico, davvero non si aspettava una mossa simile, troppo adagiati sulla tranquillità fino ad ora conquistata e la distorsione improvvisa, diventa quasi un fastidio collettivo. Diversamente dal suo ruolo nei Comets on Fire, in questo progetto parallelo, Ben lavora molto più sui testi che non sulla musica, da qui, la scelta di suonare da solo e concentrare l’attenzione (non solo di chi ascolta) nei suoi testi, sopratutto nell’ultimo lavoro intitolato ‘Asleep On The Floodplain’ uscito ufficialmente a febbraio scorso. Una chicca per gli amanti del new folk o come lo chiamano alcuni new weird America. Scandisce in modo preciso il tempo di ogni canzone, battendo il piede in controtempo con rapide scale di chitarra, trasmette tristezza quando serve ed allegria quando vuole, e durante ogni canzone, non vola una sola mosca, tutto tace, mentre il concerto va avanti fino a raggiungere la fine con un travolgente applauso rigorosamente dopo l’ultimo accordo.

Il concerto in sintesi:
Band: 7 non sono un estimatore del genere, ma devo dire che dal vivo mi ha convinto ben oltre le aspettative, eccellente interpretazione di ogni pezzo, un vero e proprio frontman carismatico.
Suono: 7 probabilmente, i tecnici dell’Init hanno avuto vita facile stasera, ma a parte questo, il tutto suonava in modo perfetto.
Pubblico: 9 si autocensura quando crea troppo rumore, si zittisce e coordina perfettamente gli applausi quando servono, il miglior pubblico mai incontrato fino ad ora all’Init.
Location: 7 ottima comunicazione ed organizzazione anche in questo evento, sembra essere una costante ormai.

Stefano D’Offizi

3 COMMENTS

  1. Lo sapevo…me lo sono perso… A leggere le tue recensioni pero’ mi pare di esserci stato lo stesso!! Bellissime foto!!! Ma dove stavi fino a ieri? Lester

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here