Siren Festival @ Luoghi Vari [Vasto, 27-28/Luglio/2018]

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Mentre si scende in auto lungo la A14, l’Adriatica, progressivamente sembra di ritrovarsi in un pezzo di Toscana in Abruzzo. Lì dove altrove sono palazzine ed ecomostri a farla da padrone, qui vigneti, alberi d’ulivo e da frutto e lotti di terreno coltivati si estendono quasi fino a toccare la spiaggia. Ai lati delle strade, innaffiatoi per i campi e piccole casette improvvisate in cui si vende frutta e verdura. Sporgendosi come un ramo sull’Adriatico, attraversiamo Punta Aderci, riserva marina naturale, paradossalmente a pochi metri da un’area industriale e portuale che di naturale ha ben poco. Siamo nel pieno della costa dei trabocchi, palafitte che si affacciano direttamente sul mare che venivano (e vengono, in alcuni casi) usate per la pesca ma anche, dagli ospiti più sagaci, come piccoli ristoranti di pesce. Proseguendo verso la cittadina di Vasto appare evidente come l’Abruzzo mantenga un suo approccio peculiare al turismo, nel bene e nel male. Nonostante alcuni tentativi di più decisa apertura, la regione rimane una destinazione ancora un po’ insolita rispetto agli itinerari classici. E forse è anche grazie a questo che il Siren Festival mantiene una sua vocazione intima e raccolta, nonostante le line up tutt’altro che di ripiego. Curiosamente, è la prima edizione quella che finora si è giocata le carte più pesanti, con quei National e Mogwai a svettare su un programma pieno di chicche e primizie. Negli anni successivi, pur se meno roboanti i nomi di peso non sono mancati, come Jon Hopkins e James Blake nel 2015, Notwist e Thurston Moore nel 2016 e Cabaret Voltaire e Trentemøller nel 2017. In cinque anni e altrettanti edizioni il festival ha festeggiato un traguardo importante: diventare punto di riferimento nel panorama dei festival nazionali e, al contempo, garantire un’esperienza rilassante e a misura d’uomo. Anche quest’anno ne abbiamo avuta conferma: la dimensione ridotta, accogliente, lontana dalla portata oceanica e asfissiante di alcuni festival di altro calibro è il valore aggiunto e il vero fiore all’occhiello del Siren Festival. Il terreno sul quale battere una concorrenza che, di fatto, non c’è mai stata.

Venerdì 27

L’ultimo ostacolo mentre procediamo lungo la strada che collega Marina di Vasto, dove stabiliamo il campo base, e il festival è un diabolico semaforo che ha i tempi di verde e rosso impostati in base a un rapporto di uno a cento. Le macchine infilzate come arrosticini carbonizzati dal sole sulla statale come ovvia conseguenza. L’attesa non è però poi così lunga e presto risaliamo la bella strada che sale su fino al centro del paese costeggiando il mare, con squarci di blu che si aprono a più riprese alla nostra destra. Anche il parcheggio è indolore e lasciamo agilmente la macchina in una via a senso unico, in buona compagnia delle auto dei locali. Coincidenze saltate e inconvenienti lungo le strade ferrate ci fanno contare i minuti uno ad uno, e purtroppo il buon Neil Halstead, che quest’anno fa en plein esibendosi in solitaria e con la band madre, ce lo perdiamo, peraltro di scena nello scenario più suggestivo del festival: i Giardini d’Avalos. Peccato davvero. Ci consoliamo con una buona birra fredda powered by Birra del Borgo, principale partner commerciale del festival.

Tre anni sono un abisso per la mia memoria, ma a ben ricordare nell’edizione del 2015 non credo si ponesse la questione dei token, gettoni acquistabili negli stand appositi con cui comprare cibo e bevande. Per 18€ te ne accaparri dieci, con cui con minime nozioni di economia domestica si possono prendere un paio di birre e di piatti: non male. Balzando da uno stand all’altro, è sempre bello vedere come l’integrazione tra la vita quotidiana della cittadina e l’allegro scompiglio portato dalla manifestazione avvenga sempre con una certa spontaneità e naturalezza, e senza stravolgere la fisionomia del posto. Arriviamo al Cortile d’Avalos quando Riley Walker e band sono in azione da qualche minuto. Il suo ‘Deafman Glance’ non ci ha convinto troppo con le sue lungaggini, e a maggior ragione siamo curiosi della resa live. Purtroppo, va detto che il cortile è forse di tutti gli stage quello che più soffre di una acustica penalizzante, circondato com’è da quattro alte pareti che causano un rimbombo non indifferente. Anche così la performance dei quattro è niente male, con alcuni passaggi evocativi e un look da americani in vacanza, con canottiera, jeans corti e cappellino da baseball, nonché evidentemente ebbri della buona birra (o vino) del posto.

Mentre ci avviamo verso Piazza del Popolo, vediamo in mezzo alla strada uno stand della Control. Anzi, uno schermo rosa, con un puntino più scuro che compare qua e là sullo schermo, cambiando più volte posizione. La sfida è far godere la macchina entro il tempo disponibile, cioè un minuto, strofinando la clitoride digitale come un toro scatenato, in mancanza di qualche bel bacio. Il latin lover vincitore si aggiudica una sacca della ditta e presumibilmente una buona dotazione di goldoni, nonché gli sguardi di interesse di coloro rapiti dall’idea di una macchina e del suo orgasmo. Negli anni il festival ha peraltro esteso il proprio raggio d’azione oltre la musica ad includere una mini rassegna cinematografica, il Siren Film Festival, e il Siren Festival Boat Party, ossia l’esperienza di un’escursione sulla costa dei trabocchi, con concerti (Colapesce il 27 e Nicolò Carnesi il 28) e aperitivi con open bar.

Va da sé però che il focus rimane decisamente sui concerti. E uno dei cult di quest’anno è certamente l’esibizione degli Slowdive sul palco principale, la Piazza del Popolo. La band di Reading è tornata in pompa magna con un album omonimo affascinante e riuscito, instancabilmente portato in tour da almeno un anno a questa parte. Quest’oggi è il turno di Vasto e, come al Field Day di Londra l’anno scorso e come sempre, tutto è impeccabile. Forse anche troppo: i cinque vanno quasi col pilota automatico, e così il tutto suona un po’ prevedibile e meno coinvolgente di quanto potrebbe. Ciò non toglie che quando risuonano ‘Souvlaki Space Station’, ‘Catch The Breeze’ o ‘Alison’, bisogna essere proprio indifferenti a tutto per non farsi venire qualche brivido, e non certo per la brezza marina. I brani nuovi non sfigurano affatto, con ‘Slomo’ e ‘Star Roving’ che girano particolarmente bene. Rachel Goswell è vestita di un rosso fiammante, con occhi e orecchie che si centrano su di lei, come sempre magistrale nel canto. Il basso di Nick Chaplin è rotondo e detonante, come lo saranno tutti su questo palco, per qualche ragione, e rimbomba risalendo la china della piazza inclinata. Tocco di stile la conclusione con la cover di ‘Golden Hair’, di santo Syd Barrett. Non imperdibili, ma una lezione di classe e di eleganza come pochi. In alto i cuori.

L’altro appuntamento con la storia, se non altro personale, rimandato dal Mad Cool fino a qui, ci riporta al Cortile d’Avalos. Ma stavolta, vuoi per la matrice prettamente elettronica del set, vuoi perché abili mani hanno migliorato l’acustica e la resa sonora, l’esperienza è tutt’altra e il live dei Lali Puna merita l’aggettivo memorabile. Il trio si rende protagonista di un live che non richiede visual immaginativi o d’impatto, né una tenuta di palco fisica: la musica è misurata ma suadente, liquida ma corposa, una ipnotica danza che conquista tutti, che lasciano i corpi andare eppure trattenendo il fiato, come in attesa di un colpo di suspense. Ma la tensione è continua eppure liberatoria, un allenamento del corpo e dell’anima. ‘Two Windows’ dall’ultimo, ottimo album omonimo dà il tono, seguita da ‘Wonderland’. Si torna indietro, con ‘Everything Is Always’ da ‘Our Invention’, e ancora di più, con la splendida ‘Don’t Think’. I ruoli sembrano ben stabiliti: la Trebeljahr ai brevi riff e giri di accordi con il synth oltre che al canto; Heiß a sample, loop e altri effetti tanto melodici come ritmici; Brandner alla batteria, che qui non può prescindere da pad e altre percussioni digitali. Il set procede solido, senza cedimenti, come un rituale da non interrompere, da portare a termine, con dedizione metodica e sacrale. ‘Call 1-800-Fear’ verso la fine apre i canali del sogno, rimestando in un torbido che forse dovrebbe rimanere tale, o forse no. Si conclude con due brani che non riconosciamo, degli inediti, forse. Ne usciamo come chi condivide senza doversi dire niente.

In Piazza del Popolo è la volta di Cosmo. Già visto allo Spring Attitude di Roma di qualche anno fa, Marco Jacopo Bianchi rimane qualcosa di spiazzante. Un mix bizzarro ma funzionale di canzone d’autore e disco; non è un caso che il piemontese abbia citato tra le sue fonti Lucio Battisti, Franco Battiato ma anche band come gli Animal Collective. Il suo show possiamo ricordarlo come uno dei più riusciti, almeno a giudicare dalle reazioni dei presenti. Trascinante aizza folla quale novello Masaniello, il pubblico va letteralmente in delirio, sostenuto dai bassi a cannone sparati dalla band di supporto, mentre il nostro si aggira sul palco su e giù, con movenze ormai tipiche. Tra le encores anche il fortunato singolo ‘Sei La Mia Città’ e un finale a mo’ di DJ set dove il nostro smanetta su manopole e campionatori, con la band a lasciargli i favori di pubblico.

Andiamo a stemperare un po’ la fatica di tutta la giornata, passata tra levatacce, viaggi multipli in auto e in treno, sole cocente e live nei Giardini d’Avalos, dopo un pezzo di pizza e una birra. Forse l’angolo più bello dell’intero festival dove, nonostante la musica, è possibile ritrovare una propria dimensione e un momento di tranquillità, grazie anche al DJ set frizzante e familiare a cura di Buena Onda. Ai Mouse On Mars non dedichiamo molta attenzione: un’elettronica fin troppo cervellotica e complessa per l’orario, e sia testa che piedi ci dicono che è meglio soprassedere. Ma, stanchezza a parte, i 2manydjs ci intrigano molto. Side-project dei fratelli David e Stephen Dewaele dei Soulwax, si tratta in sostanza di un’emanazione più da dancefloor e, come suggerisce il moniker, ideale per i DJ set. Come a volte accade, il figlio impara dal padre e lo supera, col progetto parallelo che è arrivato in tempi recenti a surclassare la pur corposa fama dei Soulwax, che rimangono però la creatura prediletta per sfoghi più astrusi e personali. I Dewaele non deludono e basta che i primi beat inizino a risuonare sul suolo ancora vuoto della Piazza del Popolo che tra i personaggi più instancabili del festival arrivino a frotte a consumare le ultime energie e a perdere gli ultimi istanti di lucidità. Oltre che magistrali, le due ore a disposizione del duo diventano anche una sorta di Indovina Chi, con riferimenti, frammenti e ammicchi a brani anche piuttosto popolari, trasfigurati dalle casse e dagli arrangiamenti-macedonia architettati dai due. Riusciamo a riconoscere ‘Fool’s Gold’ dal primo disco degli Stone Roses; già splendida nella sua versione originale, qui diventa gonfia e superlativa. Ancora, più tardi è il turno dei Tame Impala, con uno dei loro brani più famosi. E via così, con la gente in visibilio, facce sfatte ma soddisfatte, e anche i vicini che, in qualche modo, dai balconi che si affacciano sulla piazza apprezzano. Non resistiamo le due ore intere; abbastanza per andare a dormire sderenati ma felici e ricaricare le pile per un’altra giornata intensa.

Sabato 28

Ritroviamo l’ormai abituale parcheggio e ci facciamo strada con agio verso il centro storico. Il pranzo abbondante tiene lontana la fame per un po’, anche se è ora di cena e l’offerta gastronomica ai vari stand allestiti per l’occasione tende ripetute trappole: arrosticini, supplì di vario ripieno e forma, cous cous, insalate di farro, melanzane… Frutta fresca! Una dolce scoperta, rifugio contro l’afa. Per di più, numerosi locali offrono uno sconto del 15% sul menu per i partecipanti al festival. Resistiamo per il momento ma non al classico birrozzo, che ci accompagna fino a una Piazza del Popolo ancora semisgombra, ma col palco che va cambiando forma per l’ingresso del primo artista a esibirsi sullo scenario principale. Tre scudi color argento sospesi sul palco e la luna rossa sullo sfondo ad ammantare ancora più di suggestione l’ingresso teatrale di Colapesce e della sua band. Lorenzo Urciullo appare vestito da prete e con una testa di pesce da cui sporge un dente, simile a quello di un narvalo o di un unicorno. Impreziosita da un sax baritono, l’esibizione è una delle più sentite del festival, con vaste frange di pubblico che cantano i pezzi a memoria, favorendo un’atmosfera raccolta e complice. Si comincia con ‘Pantalica’, si prosegue con ‘Ti Attraverso, ‘Vasco Da Gama’ e poi via fino a toccare le corde più delicate con ‘Egomostro’, ‘Satellite’ e soprattutto ‘S’illumina’, che chiude obbligatoriamente il concerto. Toccante, magnetica, forte del supporto canoro da parte di molti, forse anche grazie a questo riesce a coinvolgere un po’ tutti, anche i meno assidui seguaci del siciliano.

Nel Cortile d’Avalos sarebbero di scena i Toy, se non avessero subito lo stesso destino di tanti passeggeri in volo per l’Europa di questi tempi. Un’arcinota compagnia aerea low cost li ha lasciati a piedi insieme a tanti altri, rendendo così impossibile la loro presenza al festival. Imprevisto che sfruttiamo per fare un giro agli stand del merchandising e per prenderci qualche gustoso spiedino di pecora. A volte ritornano. Alle 22.00 sul palco della piazza principale va di scena una band che, nel suo piccolo, ha contribuito a forgiare quell’aura mitica che ancora oggi avvolge, quando a torto, quando a ragione, l’ultima decade dello scorso millennio. Salvo poi perdersi per strada ed entrare in due distinte fasi di lungo silenzio. E lo showbiz, si sa, raramente perdona le uscite di scena, specialmente di band mai uscite dallo status perenne di nuova promessa. I dEUS di Tom Barman hanno inanellato tre dischi non male tra la metà e la fine degli anni ’90, beneficiando per qualche tempo di un piccolo culto da parte di un buon drappello di fan. Poi, sei anni di pausa prima della fatica successiva, ma già fuori tempo massimo. Ancora, nuova interruzione dopo ‘Following Sea’ del 2012, che dura ancora oggi. A meno che la tua band non si chiami Tool, e anche lì ci siamo ormai stancati, tutto questo non può che destinare al famigerato dimenticatoio. Sorprende quindi vederli stasera a Vasto; magari c’è qualche nuovo disco in incubazione, chissà. Comunque, la curiosità per la band di Antwerp c’è giacché, a dispetto dei loro eclettismo e tendenza a passare di palo in frasca da un disco all’altro, spesso paravento per la mancanza di idee anziché il contrario, non si può dire che i belgi non sappiano il fatto loro. Ahimè questa sera abbiamo avuto la dimostrazione del fatto che la classe, quando intesa esclusivamente come bravura tecnica, può essere acqua, e tanta. Forse penalizzati da una resa sonora non proprio impeccabile, i cinque mancano di mordente. I pezzi, anche quelli più aggressivi, non lasciano il segno e arrivano poco e male. Anche i suoni di chitarra non sono la cosa più memorabile ascoltata su un palco in questa vita. A peggiorare le cose, il mix suona confuso, con gli strumenti poco amalgamati e difficili da distinguere. Insomma, che sia conseguenza della lunga assenza dalle scene o il canto del cigno di una band tutto sommato “piccola”, questa partecipazione al Siren non resterà sicuramente a lungo nella memoria dei presenti, o almeno non in positivo.

Quello che inopinatamente perdiamo quasi del tutto è invece il live forse più potente ed esplosivo di tutta l’edizione. I Bud Spencer Blues Explosion arrivano giusto dopo i dEUS e, dalla musica che arriva detonante dal Cortile d’Avalos, l’impressione è che al diavolo rimbombi, riverberi e risonanze di quel palco: stavolta sembra che tutto stia uscendo alla perfezione da lì. In tanti se ne devono essere accorti, e molti attendevano con ansia questo concerto, tanto che l’accesso al cortile diventa impossibile. Una moltitudine di persone mai così folta qui s’accalca davanti all’ingresso al cortile, con un cordone di sicurezza che prontamente si forma e invita tutti i presenti a fare qualche passo indietro per evitare incidenti. Va detto che la situazione d’emergenza viene gestita bene e non ci sono disordini, ma agli addetti non resta che lasciar passare la gente al contagocce, sulla base di quanti contemporaneamente lasciano la stage dalla porta di uscita, che conduce ai Giardini d’Avalos. Ovvio che, con l’ira di dio che sta accadendo lì dentro e che possiamo solo intuire, sono ben pochi ad abbandonare il campo. Piuttosto che passare una brutta ora stretti come sardine nella folla decidiamo di retrocedere. Proviamo anche a fare il giro al contrario per vedere se, dai Giardini d’Avalos, c’è qualche speranza per arrivare al cortile, ma invano. Passano intanto i minuti e, mentre chiacchieriamo con amici incontrati per caso, la folla poco a poco si dilegua e restano solo poche persone a cercare di mettere piede nel cortile almeno per gli ultimi minuti di live. Ci aggreghiamo e stavolta l’attesa è breve: sempre più vanno allontanandosi da lì, permettendoci di arrivare almeno a varcare i portici e gustarci il concerto dallo stand della birra. Quel poco che ascoltiamo e vediamo ci lascia l’amaro in bocca: tra i pochi brani che ascoltiamo la cover di ‘Hey Boy Hey Girl’ dei Chemical Brothers ed è furente, indiavolata. Possiamo solo immaginare che tutto il live sia stato così, e ci mordiamo le mani. Probabilmente avrebbero meritato di salire sul palco principale, e forse è stata commessa un’ingenuità nel pensare che il cortile sarebbe stato sufficiente. Avremo altre occasioni per rivederli, ma che peccato.

Mentre anche quest’edizione va scivolando pian piano negli archivi (salvo per quelli che continueranno la festa fino a tarda notte e domani in spiaggia), si avvicina il momento della band forse non più attesa ma certamente più storica, il nome più di peso da giocarsi. I Public Image Ltd (PiL in breve) li vediamo nel 2018 ormai orfani di quasi tutti i membri originari. Della vecchia guardia rimangono Bruce Smith e Lu Edmonds, entrati in formazione nel periodo di uscita di ‘Happy?’, mentre il polistrumentista Scott Firth è un’acquisizione più recente. Al centro di comando, in poppa sulla nave, a dibattere e a litigare col pubblico, a metterci faccia, pancia e presenza ovviamente John Lydon, in campo da quell’estate del 1978 in cui scoprì in Jah Wobble un talento del basso, in Keith Levene un chitarrista ispirato alla ricerca di una band che sentisse davvero propria, e in uno studente canadese, Jim Walker, un batterista lesto a rispondere a un annuncio della band sul Melody Maker. Da allora, tanti album con altrettanti cambi di formazione, almeno due dischi rimasti nella storia e un lungo iato dagli anni ’90 interrotto solo nel 2012 con ‘This is PiL’ e poi respinto ancor più indietro con ‘What The World Needs Now…’ del 2015. Sempre e comunque, un uomo solo al comando, i suoi capelli sono gialli e scompigliati e indossa una casacca militare che lo gonfia all’inverosimile, ma mai sapremo se siano lui o la giacca, ad essere gonfi. Il logo classico della formazione campeggia lì sullo sfondo, a illuminarlo combinazioni di colori sempre differenti. Set up quasi marziale, così come il basso di Scott Firth che, appena innescato, sprigiona una carica pazzesca, risuonando nella piazza come un’intera banda militare. Si inizia con ‘Warrior’ dall’album ‘9’ e la stoffa c’è ancora. I tre musicisti che lo circondano trasudano sicurezza e controllo della situazione, così che Lydon è libero di poter stonare e starnazzare stridulo come solo lui sa fare. ‘Memories’ è un salto nella storia di ‘Metal Box’, ipnotica e isterica, con le voci di Lydon che si sommano e si raddoppiano; i trigger della batteria scandiscono ‘The Body’, che sembra un po’ uscire da una session con i Japan. Si torna di punto in bianco al presente con ‘The One’ dall’ultimo album di inediti, col suo andamento scanzonato, quasi surf, quasi come risvegliarsi dal brutto sogno di prima. Con ‘Corporate’ si torna invece a tonalità fosche, più in linea con la storia della band, con Lydon che declama come un vecchio dittatore in esaurimento. Si balla in balia di una trance sbagliata con ‘Death Disco’, ma neanche il tempo di allentare il corpo che si cambia registro con le atmosfere quasi shoegaze di ‘Cruel’. Forse interdetto per la scarsa partecipazione del pubblico, Lydon provoca “Are you there?” “Should I Stay Or Should I Go?”. I PiL più fuori dagli schemi, i primi, tornano con ‘Flowers Of Romance’, a vaticinare con qualche mese di anticipo il folk apocalittico dei Death In June, nel lontano 1981. La prima parte del set si chiude con uno dei pochi singalong che la band possa vantare, col “Could Be Wrong, I Could Be Right” di ‘Rise’ che si stampa nella memoria. Tempo ancora di tre brani dopo il rientro, ‘Public Image’, ‘Open Up’ e ‘Shoom’, che non cambiano di molto l’esito di un live che, senza grandi picchi (forse anche a causa del poco entusiasmo del pubblico?), rimane la testimonianza di una band che forse non ha più molto da dire, ma ciò che ha detto rimane ancora così attuale che è un piacere poterlo riascoltare ancora dopo così tanti anni.

Il nostro Siren 2018, il secondo dopo quello di tre anni fa, si chiude qui. La testa dice che una capatina sulla spiaggia a sentire il DJ set di Davide Toff0lo ci potrebbe stare; il corpo si impone e dice che due giorni così possono anche bastare. E nel corpo e nell’animo ci rimangono tanto sole, molto buon cibo, alcuni concerti da incorniciare e serbare a lungo nel cuore, poche delusioni, e il sorriso, la gentilezza, la disponibilità, il calore, il cuore forte e gentile di queste genti d’Abruzzo. Del mio Abruzzo. Cento di questi festival.

Eugenio Zazzara