Silkworm @ Init [Roma, 30/Marzo/2003]

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Nessuna traccia del gruppo spalla A10, la cui presenza era annunciata sul cartellone. Quindi veniamo subito al nocciolo: i Silkworm, USA. Solo un centinaio scarso di persone a vederli. Forse l'”initium” paga, al sabato, il prezzo di un programma troppo ricco per un palco che ancora non ha avuto il tempo di crearsi una clientela fissa ma dal target diversificato nelle varie serate. Resta il fatto che il locale ha aperto da poco, ma più d’ogni altro ha saputo attirare la nostra attenzione con un eventi di ottimo livello, affermandosi fin dalla prima ora come una pietra angolare per la musica “altra” a Roma. Averlo ci ha fatto capire quanto avessimo bisogno di un posto del genere: speriamo che resti tale. Comunque, i Silkworm non sono proprio dei signor-nessuno, visto che vantano tre lustri di attività, in cui si sono guadagnati il titolo di una delle migliori rock band di Seattle, e fruttuose collaborazioni con quel tal Steve Albini che ormai imperversa in tutte le produzioni alternative più importanti. L’ultimo lavoro, labellato Touch&Go, è uscito nel 2002 e s’intitola, pensate un po’, ‘Italian Platinum’. Si presentano nella classica line-up chitarra basso batteria, scambiandosi spesso gli strumenti e alternandosi alla voce, con esiti direi non memorabili. All’inizio del concerto, forse perché poco entusiasti della scarsa affluenza di pubblico, sembrano non dare proprio il massimo: si avvertono scollamento e freddezza nell’insieme sonoro. Canzoni semplici, immediate, cantate però senza enfasi e con approssimazione vocale genuinamente indie ma che certo non aiuta a riscaldare l’atmosfera, che resta distaccata e poco effervescente; il drumming è pesante, ma totalmente privo di dinamica: il batterista sembra suonare un’altra canzone in un altro locale; la chitarra stessa rimane seduta, senza freschezza, sugli accordi, e non mi trasmette nulla di particolarmente stimolante; l’attitudine melodica ed il mood, nel complesso, sembrano tradire tratti adolescenziali (improbabili, lo ammetto), divertenti ma estemporanei e inappaganti. La tendenza nella serata, tuttavia, registra una impennata positiva nel finale, destando l’attenzione negli ultimi tre pezzi (inclusi i bis), in cui i Silkworm passano da una scialba modalità espressiva indie-pop ad una più psichedelica ed espressiva, in cui la ritmica martellante ma rudimentale riesce a trovare un senso nella coesione ossessiva con la chitarra. Una band onesta che non sconvolge però per la sua originalità, e tanto l’esibizione quanto la musica in sé, insomma, non rappresentano probabilmente nulla di imprescindibile. Riesce però a sopperire alla mediocrità con la simpatia, dimostrandosi da subito spiritosi, auto-ironici, e disposti ad una gradevole interrelazione confidenziale col pubblico. Mentre si passano gli strumenti, scambiano battute sul vino italiano e ripetono ossessivamente il mantra “mille grazie”. Irretiscono, persino, con domande a metà strada tra la retorica classicheggiante e l’ironia più paradossale (“do you drink italian wine, here in Rome?”).

Alessandro Bonanni

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