Sigur Rós @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 28/Luglio/2013]

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Il cerchio che si chiude è l’esperienza più intensa. Da ‘Yfirborð’ a ‘Popplagið’. Dalle 22 alla quasi mezzanotte. Dentro c’è la vita. Il ciclo di un’intera esistenza. Dentro c’è tutta la maestosità dei Sigur Rós. L’incanto senza più la fiaba. I colori, le orchestrazioni, le allegorie, le fanfare, la dolcezza, le beatitudini, hanno infatti lasciato il posto alle sagome immerse nell’inchiostro nero approdate sul pianeta terra dallo spazio lontano, dall’universo ancora ignoto, da uno sconosciuto mistero di bellezza. Sul pianeta di noi comuni mortali. Lunghe ombre e riflessi, ammantati di immagini e luci, statuarie intermittenze e storie da raccontare, sorgente di impressioni su tela, il collettivo è oggi un “muro” di suono annichilente e rigenerante. Per capire almeno in parte quanta rilevanza abbia questa band, quali sbalordimenti, quali commozioni, quali scalpori, riesca a far prolificare nell’animo mio, è giusto portarvi a conoscenza del fatto che con ‘Takk’ e sulle note di ‘‪Sæglópur‬’ è venuta al mondo la mia piccola stella, mentre con ‘Hoppípolla’ l’altra stella, vestita d’un candore mai visto, mi raggiungeva illuminata sull’altare. I Sigur Rós hanno segnato la seconda parte della mia vita. Segni marcati. Profondi come l’anima di musicisti eccellenti ed eccelsi che con coraggio han deciso di dare una (lieve) svolta al loro percorso immacolato. Che ha sempre nella narrazione della creazione dell’uomo il nucleo vivo, da dove sgorga un’idea di musica che è ormai già oggetto di studi e ricerca. I brani che dominano la setlist sono certamente quelli del bellissimo ‘Kveikur’ ma il gioco ad incastri del “cerchio” è un gioco di rara perfezione, supportato da visuals opere d’arte che accompagnano il viaggio e si stringono forte al cuore. Il concerto prende definitivamente il volo subito dopo la splendida tramutazione di ‘Ísjaki’. Non siamo neanche a metà e dalla sterminata distesa del mare prende corpo proprio la monumentale ‘‪Sæglópur‬’, che si adopera quasi da “primo capitolo” per quello che sarà il resto del concerto. Magistrale rappresentazione di forza. Personalmente gioisco nel trovare ‘Valtari’ nell’etera forma di ‘Varúð’, un disco che andrebbe rivalutato solo perchè sincero, immensamente sincero. Ed è curioso che l’artwork sia opera delle sorelle di Jónsi – Lilja e Inga Birgisdóttir – e come proprio Inga sia la bimba presente sulla copertina del fondativo debutto ‘Von’. Evoluzione. La pioggia di stelle abbraccia ‘Hoppípolla’ preludio ad un’altra gemma “takkiana” (‘Með Blóðnasir’), prima che il finale “ufficiale” regali la title track dell’album numero sette e l’evocativa ascensione al Paradiso ‘Festival’, unico momento sradicato da ‘Með suð í eyrum við spilum endalaust’ (troppa gioia in quei solchi, troppo sole, troppa armonia per poter essere incastonato in questo nuovo corso). Una progressione impressionante, il dinamismo e la solennità, il punto d’arrivo intravisto. Il ritorno è vicino. Solo qualche attimo di pausa. La coda di quasi mezz’ora prevede l’ultima spinta verso la strada di casa. La solitudine, i paesaggi sconfinati e disegnati dall’essere Superiore, si materializzano nella lancinante ‘‪Svefn-g-englar‬’ da un album impossibile, dall’album ultraterreno ‘Ágætis byrjun’ (un’ora prima c’era stata anche ‘Olsen Olsen’), dall’album geyser che ha condotto per mano i Sigur Rós nel nostro mondo. L’ultima opera è l’apocalisse. E ha il nome di ‘Popplagið’ (o la “senza titolo” numero 8). Una versione estesa con lo sguardo rivolto all’eternità. I Sigur Rós salutano con un’accelerazione monumentale, con uno dei finali più devastanti mai visti negli ultimi anni, con il basso di ‪Georg Hólm‬ che diventa dittatura pura, con il drumming di ‪Orri Páll Dýrason‬ che diventa primitivismo puro, con il falsetto di Jónsi puramente sovrumano. L’astronave è ormai pronta alla partenza. Semplicemente mostruosi. Semplicemente unici. Semplicemente Sigur Rós. Altre stelle da domani nasceranno.

Emanuele Tamagnini

3 COMMENTS

  1. Ieri sera è stata la dodicesima esperienza live con i Sigur Ros , che seguo dal 2001 , voglio dire la mia sull’esperienza ultima di ieri sera:

    Good:

    – Poca gente , relativamente all’hype che gravita intorno agli islandesi ultimamente.(Grazie The Wall)

    – Equalizzazione e resa sonora discretamente buone.

    – Esecuzione impeccabile di tutti i brani.

    Bad:

    – I pezzi di Kveikur sono di una bruttezza e inadeguatezza cosmica accostati alle vecchie produzioni, anche a quelle minori (Takk… e Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust ), sono ancor più insignificanti live.

    – Gente che chiede da accendere su Vaka o fa il verso del falsetto di jonsi durante la prima parte di Festival.

    – Setlist deludente, per quanto mi riguarda, mi aspettavo ‘‪Svefn-g-englar‬’ nel set principale e magari una E-bow o una Igaer come encore prima della supernova di pop song.

    Marco

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