Sigur Rós @ Auditorium [Roma, 12/Luglio/2008]

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Tesoro mio,

Avevi proprio ragione. L’esperienza che ti ha visto attraversare quella terra incantata ti ha profondamente segnato. Ha segnato e spinto oltre i tuoi personali orizzonti. Penetrando luoghi di eremitaggio, fiumi glaciali, distese desertiche, plateau sabbiosi, scenografie lunari, amichevoli geyser, vulcani dubbiosi, cascate perlate. L’energia geotermica che rende più forti. Rende diversi. Avevi ragione, i Sigur Rós sono diversi. Mentre scrivo queste righe mi convinco definitivamente di aver assistito ad un miracolo. Della natura che si fonde immutabilmente alla musica. Creando un caso unico. Un precedente storico. I Sigur Rós erano vicini. Come gli occhi tuoi. Un’equidistanza del cuore che ha reso la favola incantata. Due punti di vista dissimili in un’unica intenzione direzionale. Inizio questa lettera così.

Non è ancora sceso l’imbrunire. Quando sali le scale che ti porteranno a dominare il moderno anfiteatro, si ode già la voce apparentemente lontana di Helgi Hrafn Jonsson, giovane trombonista dei Sigur Rós, alle prese con le sue composizioni intime e personali. La radice rimanda alla band madre. Una piccola sagoma di color biondo che si perde nell’immensità di un palco già pronto per la rappresentazione finale. Helgi è visibilmente emozionato. Canta e ringrazia davanti ad una cavea ancora mezza vuota. Sono da poco passate le venti e trenta. La mia posizione centrale nel parterre non mi permette di vederti ma di avvertire la tua presenza sotto quel cielo d’un colore mai visto. Mentre le luci di qualche aereo di passaggio rintoccano e scandiscono il tempo rimanente. Un palco ricchissimo di strumentazione. Ad esaltare le sette enormi sfere che saranno il cardine scenografico dell’evento. Helgi ricorda che il suo disco a cinque tracce è acquistabile da una ragazza bionda seduta da qualche parte lì nel parterre. Avresti dovuto vedere quella sorridente islandese girare per la curva della cavea tenendo tra le braccia un grosso scatolone con i dischi del suo ragazzo. Ammesso che il signorino Jonsson sia il suo ragazzo. Ma è sinceramente più dolce pensare che lo sia.

Qualche amichevole incontro non mi distrae dalla concentrazione che ho oramai raggiunto nell’anfratto nobile della mente. I posti di privilegio si vanno riempiendo un poco alla volta. Due file più giù trova posto anche un curioso quanto incuriosito Lucio Dalla. Papalina turchese, bermuda, la solita statura. La solita peluria. Alle ventuno e trentacinque si spengono le luci. E il boato dei presenti accoglie il quartetto di Reykjavík inizialmente raggiunto da una delle quattro inseparabili Amiina. Jón Þór Birgisson si presenta con una sorta di tuta nera attillata e con pantalone a tubo, piume sulla spalla, il fedele archetto e lo sgurado da eterno bambino. Visto così ricorda Billy Corgan. Per la statura. Per le movenze. Alla sua sinistra Georg Hólm e ancora più in là, di profilo, Orri Páll Dýrason batterista con un copricapo-corona tutto luminescente. Dall’altro lato Kjartan Sveinsson seduto dietro le tastiere. Uniti dalla stessa emozione. I Sigur Rós sono il modello da emulare. Rappresentano l’essenza pura dell’intercambiabilità strumentale. Tutti suonano tutto. I Sigur Rós sono gli ultimi cavalieri alla ricerca del suono. Del suono perfetto. Quando le sfere si accendono cambiando colore, quando piccole coltri di fumo bianco si avventano alle spalle dei nostri, quando il suono prende il suo dorato percorso ascensionale, quando il falsetto di Birigisson rapisce i convenuti (rispettosi, silenziosi, ammaliati), quando le stelle circondano il palco, quando tutto è immobile, ecco comparire nitida l’unicità dei Sigur Rós. Band meravigliosamente votata alla compiutezza stilistica. All’inimitabilità. Non ti nascondo che più volte ho chiuso gli occhi. Lasciando la mente libera di volare. Il corpo, in quei momenti, non ha avuto più importanza. Al terzo atto musicale entrano le Amiina che si siedono in un palchetto rialzato alle spalle di Birgisson. Ho pensato a te vedendo quegli adorabili vestitini. Il quartetto d’archi sembrava uscito dalle Ninfee Rosa di Monet. Ritratto d’autore. Impressionismo pop. Ancor di più al momento dell’entrata in scena del quintetto dei fiati. Come una vera banda jazz. Tutti in abito bianco con tanto di mezza bombetta. Nulla di artefatto. I Sigur Rós mantengono vivida l’estrazione semplice delle loro origini. Umiltà. Genialità senza costruzioni posticce. Avevi ragione, quanta bellezza sprigionano. Quanta coralità. Quanta commozione. Ora è il personale valzer del turn over strumentale. Glockenspiel, chitarre acustiche, percussioni, corde, sospiri, luci ad intermittenza cardiaca, brani del nuovo album, brevi e accessibili acquerelli di color pastello, ‘Hoppipolla’ e la sua immaginifica coda. Realtà rovesciate. Il passato recente accolto da scrosci sinceri. La luce del telefonino si accende nei momenti topici. Una bustina luminosa ricorda l’arrivo di un messaggio dall’alto. Le equidistanze del cuore ora tracciano una linea retta. L’incedere di ‘Inní Mér Syngur Vitleysingur’ fa il paio con ‘Gobbledigook’. La band invita i presenti ad alzarsi in piedi e a tenere il ritmo con le mani. Uno spettacolo di fusione irrinunciabile. Ora è l’acme. Il trasporto totale. Assoluto. Le Amiina ed uno della banda in bianco percuotono dei grossi tamburi. L’orchestra Sigur Rós signore e signori. Benvenuti nella terra più vicina al paradiso. Nella terra che rende diversi. Con una sorta di tubo a compressione, alcuni dei bianchi vestiti, sparano verso il pubblico pezzi di carta a creare l’effetto neve. Come in quelle palle di vetro che devono essere rovesciate per materializzare il sogno. Ricordi di un tempo che non c’è più. Esaltazione collettiva. Il parterre rimarrà in piedi fino alla conclusione. Qualcuno mette in tasca quei brandelli di carta caduti dal cielo. Avevi ragione, l’esperienza rende più grandi. Rende unici. Tornano. Due brani in un bis apocalittico. Ai confini del noise. I Sigur Rós si congedano spezzando il fiato. Lasciando inermi e increduli. Avevi proprio ragione quando raccontavi di quelle emozioni mentre l’estate mi toglieva il sonno e disegnava nuovi scenari. L’ovazione è fragorosa. Richiamati entrano tenendosi per mano. L’inchino teatrale degli attori protagonisti. Tutti in piedi. Il naso all’insù. Sorrido. Ancora un rientro. Ancora applausi. Un aereo che passa, i volti della gente, il godimento, un piccolo pezzetto di carta solitario finisce la sua corsa sopra un gradino qualsiasi. Fine.

Avevi proprio ragione, i Sigur Rós si sono spinti oltre. Oltre la linea d’un orizzonte accessibile alle persone con il cuore aperto. Alle persone con l’amore tra le mani. Come noi.

Emanuele Tamagnini

Foto su NERDSPHOTOATTACK

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