Shout Out Louds @ Circolo degli Artisti [Roma, 7/Ottobre/2013]

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Lo spettatore di concerti si divide in tre categorie: c’è quello che va ad un live una volta ogni tanto, magari più per la compagnia che per l’evento in sé; quello che assiste ad una decina di concerti l’anno, non di più, perché “il troppo stroppia/poi domani chi si alza per andare al lavoro/devo cercare di non esagerare con le spese”; infine c’è quello compulsivo, lo spettatore di concerti di professione, quello che non solo è un grande appassionato di musica, ma si è (ed ha) abituato ad un presenzialismo sfrenato, illogico ai più, ma non agli altri pro’, con i quali si lancia sguardi d’intesa e commiserazione, ogni qualvolta ci si incontra nelle venue. Chi vi scrive, per forza o per amore, fortuna o sciagura, fa parte di quest’ultima categoria, e per colpa di un palinsesto poco interessante prima ed un calvario fisico poi, è mancato dalle scene esattamente per sessanta giorni. Questa premessa per spiegarvi che lo stato d’animo con cui sono giunto al Circolo degli Artisti per assistere alla performance degli Shout Out Louds è lo stesso di un turbolento bambino delle medie giunto all’ultimo giorno di scuola, quello dei gavettoni e del lancio delle uova, quando finalmente può scatenare la sua energia repressa nei monotoni mesi precedenti. E se questa volta ci sarà qualche superlativo di troppo, chiedo venia fin da subito, ma oggi vedo il mondo a colori.

La band svedese torna in Italia dopo la parentesi estiva dell’Ypsigrock, festival siciliano che li ha visti esibirsi lo scorso agosto, senza battere ciglio, sotto un autentico nubifragio e senza protezione alcuna dai fenomeni atmosferici. Con queste premesse ci si potrebbe immaginare dei freddi esecutori, d’altronde lo stereotipo dipinge proprio così gli scandinavi, ma come potrete facilmente immaginare la prova del palco spazzerà via ben presto ogni preconcetto. Il quintetto è composto da instancabili lavoratori della fabbrica dell’indie pop: il loro tour europeo, diciotto tappe, si snoderà tra Germania, Svizzera, Austria, Italia, Francia e Spagna, non avrà soste e durerà proprio diciotto giorni. Diciotto è anche il numero delle unità di euro da corrispondere per assistere al live, fattore che crediamo abbia concorso, insieme alla pioggia ed al fatto che si tratti di un giorno feriale, a riempire il Circolo soltanto per metà. Adam Olenus e soci, che proprio quest’anno festeggiano il loro decennale (quattro gli album al loro attivo) non hanno bisogno di presentazioni e prova ne è che il menu della serata è composto da un solo piatto forte, senza inserimenti di antipasti (o nello specifico, gruppi spalla) che talvolta tolgono soltanto l’appetito, anziché accentuarlo. Alle 22:40 in punto la band salirà sul palco del locale di Via Casilina Vecchia, cinque anni dopo la prima volta, e subito ci salterà all’occhio qualche cambiamento rispetto a quelli che ricordavamo essere i membri originari della band. I quattro ragazzi suoneranno due chitarre, basso e batteria e si presenteranno con delle camicie sportive. La ragazza del gruppo invece, l’affascinante Bebban Stenborg, collocata sul lato sinistro del palco, si dedicherà a tastiere e backing vocals. Se abbia avuto indosso un abito da sposa oppure un saio non ci è dato ricordarlo, in quanto i suoi occhi di ghiaccio incorniciati da capelli biondi che più non si può, hanno monopolizzato ogni nostro sguardo a lei dedicato. Dopo la partenza con l’accattivante ‘Sugar’, tratta dalla loro fatica più recente, ‘Optica’, e le successive ‘Fall Hard’ e ‘Walking In Your Footsteps’, sarà proprio Olenus, cantante e chitarrista della band, a confermare la nostra iniziale intuizione: il bassista ed il batterista sono in realtà dei turnisti che stanno coprendo il ruolo dei titolari in malattia o, nel caso del batterista, impegnati a prendersi cura della propria prole. Una dimensione molto umana quindi, tutto il contrario del manipolo di rockstar, che, nel corso del live dimostreranno in parte di essere. Dal quarto brano inizierà il recupero dei pezzi migliori di ‘Our Ill Wills’, secondo album della band, che inciderà per un terzo della scaletta, confermata in toto rispetto a quella del live della sera precedente al Bronson di Ravenna.

La deliziosa ’14th of July’, sesto brano del novero, ci traghetterà dolcemente fino al brano che più di tutti esalterà i presenti, quella ‘Impossible’ che con i suoi 7 minuti, i cori e le tastiere della graziosa Stenborg, un testo accorato ed interpretato con trasporto dal frontman ed una base musicale ossessiva quanto piacevole, ci sembra rappresentare la summa perfetta dell’intera opera degli scandinavi. Mentre Olenus sul finire del brano insisterà ripetendo ad oltranza il titolo, il batterista continuerà a picchiare sui piatti prendendosi il centro della scena (e non sarà l’unica volta nel corso della serata), dimostrando che per quanto sia solo un turnista, non è certo lì per fare la parte del comprimario. Non abbiamo dati a sufficienza per confrontare questo con altri live della band, ma rispetto alle versioni studio, i brani risultano arricchiti appunto dall’energia del batterista, in grado di conferirgli una dimensione più rock. Dopo questo pezzo il pubblico sarà in tripudio, esaltato dalla magica atmosfera che i cinque sono riusciti a regalargli. Da lì in poi, dopo aver rotto il ghiaccio, per la band sarà tutto in discesa ed i suoi membri avranno la possibilità di cimentarsi in virtuosismi (ancora il batterista) o a scene molto coinvolgenti. Durante ‘Tonight I Have To Leave It’, forse il loro pezzo più catchy, Adam darà l’impressione di voler fare stage diving, ma ci sorprenderà con qualcosa di livello superiore: con una luce di scena in una mano ed il microfono nell’altra taglierà in due la massa dei suoi fan, attraversando la sala centralmente e cantando con loro parte di questo brano. Dopo circa un minuto tornerà sul palco per chiudere la sessione regolare dell’esibizione e salutare senza troppa convinzione i presenti che, in un paio di giri di lancette, ritroveranno i propri eroi al loro cospetto. L’encore consisterà nella spettrale ‘Walls’ ed in ‘Please Please Please’, uno dei loro pezzi più conosciuti, e servirà a pagare dazio al primo e terzo album, quasi del tutto snobbati fino a quel punto della scaletta. Una band che di certo non cambierà la storia della musica, questi Shout Out Louds, ma se lo scopo è quello di intrattenere e far gridare forte, come dichiarato fin dal proprio nome di battaglia, gli svedesi hanno dimostrato di esserne capaci come pochi altri.

Andrea Lucarini