Shellac + Uzeda @ Blackout [Roma, 25/Maggio/2015]

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Inaspettato, paradossale e curioso trovarsi in Albione nel freddo di febbraio, tra lectures e decisioni giornaliere riguardo al cibarsi o al risparmiare sterline per concerti vari e, intanto, guardare a un futuro prossimo, a Roma, a un evento da club atteso e voluto come pochi ultimamente, complice solo in parte lo stagnare dei live all’ombra del Cupolone. Doppia leggenda, doppio culto, doppio clangore di chitarre. Uzeda e Shellac: IL noise, L’alternative, IL math, qualsiasi cosa sia, qualsiasi cosa siano. Portabandiera di un suono, di un rumore, di un un’etica, di un’idea, di una ragion di vita. Depositari di dischi crepitanti, ammalianti nel loro esser polverosi, nevrotici, secchi e diretti eppure punti di riferimento assoluti per frotte di musicisti o aspiranti tali. Ancora entusiasti e a schiena dritta a 50 e passa anni, incendiari sul palco ma non schiavi dello stesso né della routine album-tour-album, tempi dilatati e vite da dedicare ad altro in mezzo, sia assaporare il tepore di casa e i profumi di Sicilia o le profondità dell’Electrical Audio Studios e le fumose sale da poker, continuando a detenere un rispetto e una devozione totali guadagnati restando semplicemente fedeli a se stessi. Poco importa che la band catanese sia ferma, discograficamente a ‘Stella’ del 2006, pur avendo aggiunto bel frattempo (quantomeno Giovanna Cacciola e Agostino Tilotta) un ulteriore capitolo al progetto Bellini, opener degli stessi Shellac nelle date italiane di ormai un lustro fa e, forse, in dirittura d’arrivo questi ultimi con un altro disco a breve. La visceralità della loro proposta è intatta e la minuta Giovanna porta ancora nella sua voce quella carica selvaggia, liberatoria e graffiante. Dissonanti, monumentali pure nel loro apparire al massimo della semplicità, fascia verde in testa a Raffaele Gulisano compresa, una scossa tellurica che colpisce e riscalda il pubblico che riempie il Blackout con la primordiale carica tribale di ‘Stomp’ e la più trascinante ‘This Heat’, titolo non casuale e foriero di ispirazione. A proposito del Blackout, alla fine dei conti è risultata la scelta migliore dopo le polemiche delle ultime settimane, in seguito alla decisione prima di raddoppiare il concerto quindi di confermare un unico set e spostare la serata dall’Init al più capiente locale di via Casilina per permettere l’ingresso a più gente e anche ai reduci dal derby capitolino appena disputato. Suoni ottimi e ben bilanciati, dritti fino alle ossa. Dura è semmai la prospettiva di doversi riadattare a orari che sforano di gran lunga la mezzanotte, dopo mesi di serate più ordinatamente british ma questo immagino sia un mio problema. Whatever, chiusa la parentesi e ancora cuori caldi e meritatamente sanguinanti per gli Uzeda, mai troppo incensati, forse mai troppo davvero ricompensati e pure umilmente soddisfatti e sorridenti, forse pure orgogliosi di aver tirato la volata, perché parlare di opening set è troppo poco, agli Shellac, tra amicizia e unità di intenti, di suoni e spirito.

Pausa di rito ed eccolo ancora quel meraviglioso trio in azione, Albini-Trainer-Weston da sinistra a destra, come sempre, su una stessa linea e batteria in primo piano, a evidenziare la loro essenza una e trina. E finalmente dal vivo il dovuto onore a un album, ‘Dude Incredible’ lungamente atteso, solo il secondo negli ultimi quindici anni, dovutamente divorato e già gustato nel frattempo in parte in mezza dozzina di concerti, uno particolarmente monumentale giusto cinque anni fa di oggi come spettacolare inizio di una movimentata notte portoghese (amarcord). Il tetto grondante di condensa, l’immancabile puzza di fumo che comincia a spargersi, qualche tentativo di crowdsurfing a far da contorno alle stesse scene, alla stessa incrollabile intensità pure con uno Steve Albini acciaccato (ma no, non sei invecchiato proprio un cazzo checché tu ne dica Steve!) e dalla voce più arrochita, alle stesse schitarrate lancinanti e uniche, lo stesso drumming inimitabilmente elementare di Todd Trainer e quelle poche note di basso al punto da suonare spesso uguali, ma talmente mirate e totali da non richiedere altro nel fare gigione e appartemente scazzato di Bob Weston, con quella espressione a metà di chi non ne sbatte un cazzo di te e al tempo stesso non smetterebbe di paracularti. Ancora i capisaldi, tutti o quasi come sempre, dall’immancabile intro sferragliante mutato in ‘My Black Ass’, passando per ‘Prayer To God’ mai così feroce per quanto più feroce possa già essere un brano che quel “fucking kill him!” te lo strappa ogni volta dallo stomaco, ‘Steady As She Goes’ sempre più veloce e sempre più cazzuta, ‘All The Surveyors’, ‘Dude, Incredible’, ‘Wingwalker’ ‘Squirrel Song’, ‘Dog and Pony Show’. Ancora la cazzonata  pseudodrummatica di ‘The End Of Radio’, con quel Trainer dall’aria sempre più scombinata col passare degli anni ad andarsene ancora in giro per il palco a percuotere “that snare drum”, seguendo le invocazioni di Steve. Che ancora continua a declamare a momenti strozzandosi, mangiandosi le parole e rimanendo sempre il più (anti)fico nerd slacker occhialuto per raison d’être. Ancora le immancabili pause per risistemare oculamamente chitarre, come si conviene alla fama di un vero artigiano del suono, e cambiare bacchette scorticate e approfittarne per chiedere domande al pubblico (“Domande, non richieste!”). Ancora le braccia protese perché ‘Look at me, I’m a plane!’. Ancora i piatti percossi da tutti e tre nel metallico finale, per l’ultimo fischio alle orecchie. Ancora lì a smontarsi gli strumenti da soli dopo più venti anni e, se la serata è giusta come stasera, fare due chiacchiere, firmare autografi, vendere t-shirts, stringere la mano pure all’immancabile Joe Lally salito sul palco per l’occasione. Ancora la voglia di spellarsi le mani per applaudirli, ancora la voglia di uscire storditi, sudati e felici. Ancora la voglia di averne ancora e ancora di una band che spazza via tutto e tutti. Ancora, sempre.

Piero Apruzzese

Foto: Luciano Verdicchio

2 COMMENTS

  1. Quello di adattarsi a concerti che sforano di gran lunga la mezzanotte di giorni infrasettimanali non è solo un tuo problema, anzi la speranza di una maggiore attenzione al cliente non muore mai, anche se si affievolisce sempre di più. Comunque complimenti, questo è uno dei tuoi report più belli che abbia mai letto!

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