Shellac + Sondre Lerche @ Circolo degli Artisti [Roma, 2/Giugno/2007]

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Accoppiata strana direte voi. E ne avete ogni ragione. Sta di fatto che a causa di qualche problema di organizzazione si sono ritrovati sullo stesso palco due artisti che non c’entrano un cazzo l’uno con l’altro. Probabilmente anche le agenzie organizzative non c’entrano un cazzo l’una con l’altra visto che per ogni concerto c’è un biglietto separato (cosa comunque comprensibile visto che un qualsiasi fan degli Shellac potenzialmente avrebbe potuto prendere Sondre Lerche a calci in culo). Il dorso della mia mano viene pittato di timbri (uno per ogni concerto) ed entro. Per lo meno il programma della serata è ben chiaro ed esposto ovunque: iniziano gli Shellac alle 22:15, mezz’ora di cambio palco, e poi Sondre Lerche fino all’una e passa (orari che tutto sommato verranno rispettati).

Sul palco stanno due maxicasse piazzate ai lati della batteria: al posto delle canoniche testate però ci sono due di quegli amplificatori da impianto stereo vintage anni ’70 (probabilmente fatti in casa). D’altronde Steve Albini (leggenda vivente dell’underground post-core americano prima coi Big Black, poi coi Rapeman, nonchè produttore di album di svariati artisti, dai Pixies ai Nirvana, da PJ Harvey ai Low) non è proprio uno degli ultimi arrivati in quanto a ingegneria del suono. E si sentirà. Oltre a lui (alla chitarra e alla voce) a completare il terzetto ci sono Bob Weston al basso e Todd Trainer alla batteria. Dopo i primi minuti di riscaldamento il pubblico inizia ad esaltarsi solo all’attacco di “My Black Ass” dal primo album del gruppo “At Action Park” (eccellente lavoro tra i capostipiti del math-noise). Da lì in avanti sembrerà di stare sulle montagne russe per la dinamicità con cui vengono proposti i brani. Gli Shellac infatti percorrono tutte le gamme del suono che ci sono tra il silenzio (rispettato dal pubblico) e la violenza più efferata. Anche i riff più semplici risultano esaltanti quando eseguiti secondo progressioni (ora crescenti, ora calanti) suggestive ed emotive tra uno stop-and-go e l’altro. Nessuna concessione alla melodia per quanto riguarda la voce di Albini e neanche a urla, ma solo disperazione, nichilismo, scoramento e rabbia soppressa (c’è anche un inquietante siparietto in cui al termine di un pezzo Albini fa parlare la sua mano, simulando una marionetta, con la voce di Kermit). Ma la teatralità (dell’assurdo, come assurda è la vita) non è solo qua: il batterista su un pezzo prende il rullante, lo tiene ben alto e lo suona mentre va in giro per il palco; verso la fine ognuno suona un piatto diverso in posizione rigorosamente geometrica e simmetrica (vista dal davanti ad un certo momento i tre assumono la forma di una dea Kalì); nel geniale finale Albini e Weston smontano pezzo per pezzo la batteria di Trainer, mentre questo ci sta suonando, fino a che non rimane più niente con cui far rumore. Fine.

Anzi no. Come già detto sono due i concerti della serata, così, mentre la gente lascia la sala per il cambio palco, faccio in tempo a sentire uno sconsiderato che fuori chiede se il “gruppo spalla” ha finito di suonare (chissà che ne penserebbe Steve Albini, col caratterino che ha) e a vedere un agghiacciante cortometraggio nella piccola arena cinematografica allestita all’esterno. Quando torno dentro il pubblico è un po’ meno numeroso, c’è più presenza di ragazze (ma stanno quasi tutte a fare la fila al bagno) e il look è in genere più sbarazzino. E sbarazzino più che mai sale sul palco il norvegese (da Bergen per l’esattezza) Sondre Lerche col suo bel ciuffo biondo accompagnato da altri tre musicisti. E’ contentissimo di essere tornato a Roma, dice che non vedeva l’ora, ma alla fine del concerto non potrò dire altrettanto. Per il biondino sono stati scomodati come paragone nomi eccellenti tra cui i Belle and Sebastian, i Pavement, Burt Bacharach e i Prefab Sprout ma l’impressione che ho avuto è che sia uno dei tanti epigoni dei già epigonici Libertines o Franz Ferdinand. Le melodie eleganti di cui tanto si parla nelle recensioni sono veramente poche. Forse la colpa è da attribuire alla “svolta” pop rock un po’ più aggressivo dell’ultimo album “Phantom Punch”, svolta probabilmente dovuta all’influenza esercitata dal suo parrucchiere. Fatto sta che il concerto mi risulta abbastanza noioso, di scarsa sostanza (pochi i brani da salvare, tra cui le due canzoni eseguite come bis e un altra cantata in duetto insieme a una ragazza conosciuta il giorno stesso, tutte dalla melodia facilona, ma perlomeno convincente). Su un pezzo tentano addirittura anche qualche esperimento dissonante ma l’effetto è più imbarazzante che altro. Nel frattempo la sala si è riempita ma non tanto per la curiosità degli avventori quanto per il fatto che fuori (scoprirò poco dopo, imprecando) nel frattempo ha iniziato a piovere.

Daniele Gherardi

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