Shellac + Mission Of Burma @ Serralves [Porto, 25/Maggio/2010]

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Che bella sorpresa è organizzarsi un viaggetto e poi scoprire che, in quei giorni, dalle parti della tua meta, c’è pure un bel concerto. Così, una gita in Portogallo dall’amica Eva diventa l’ennesima occasione, per me, di vedere dal vivo il meraviglioso trio Albini-Weston-Trainer, impegnato in un mini tour tra Portogallo e Spagna. Premetto che gli Shellac dal vivo li avevo visti l’ultima volta appena cinque mesi fa, due show di fila in altrettante giornate dell’All Tomorrow’s Parties Festival “10 Years Of ATP”. Ma, per quanto possa sembrare una frase fatta, è davvero sempre un piacere vederli in azione. E poi stavolta si fanno accompagnare anche da una band di culto quali sono i Mission Of Burma, ritornati in azione nei primi 2000 dopo quasi venti anni di silenzio.

Il concerto si tiene al Serralves, museo di arte contemporanea inaugurato circa dieci anni fa, cornice piuttosto insolita: un’ora e mezza prima dell’orario segnato sul biglietto non vi è nessuno in giro, eccetto una guardia all’ingresso, così ne approfittiamo per cenare. Poco prima delle 10, tornati al Serralves, il bar del museo è pieno di gente dai 20 ai 50 anni, in attesa di entrare nell’Auditorium. Nota di merito: birra alla spina (rigorosamente la portoghesissima Super Bock) gratis!

L’Auditorium del Serralves è confortevole ma non è forse la location più adatta a uno show del genere, bisogna star seduti e il palco sembra enorme. Attaccano i Mission Of Burma e sembran felici come dei ventenni al primo concerto, Roger Miller con un’orrenda camicia a pois e acconciatura mullet vagamente Mac Gyver è inguardabile ma la foga e l’energia, sua e dei sodali Conley e Prescott, paiono proprio quelle di una band post punk agli esordi. Riconosco la stupenda ‘Trem Two’, dal loro album d’esordio ‘Vs.’ (e, fino al 2002, unico loro LP). Tra echi di Wire, qui e là spuntano spesso, nel repertorio più recente, ritmiche ora punk funk ora crossover. Clint Conley sputa e becca un tizio seduto in prima fila, spero fino all’ultimo che qualcuno si alzi e corra a muoversi sotto al palco ma non accade (io ero ancora troppo zavorrato dall’ottima cena alla Churrasqueira Marechal lì vicino), il pubblico però è entusiasta e tributa un meritato applauso ai Mission Of Burma, ridanciani, sudati e soddisfatti.

Tocca agli Shellac e, mi spiace, ma non posso e non credo potrò mai scrivere o parlare male di loro che, quando “je gira”, si prendono una vacanza dalle rispettive attività e se ne vanno in tour, se ne fregano di promuovere i loro dischi, sul palco non appiccicano la setlist della serata ma una lista con tutto il repertorio da cui sceglier brano per brano al momento.

Steve Albini, con i suoi occhiali, è probabilmente il nerd più figo che si possa immaginare. Straniato dalla “prima volta in cui suono davanti a gente seduta”, invita il pubblico ad alzarsi e, stavolta, corro vicino al palco, per gustare appieno le rasoiate della sua chitarra, la sua voce sghemba, il basso regolare di Bob Weston, il drumming tanto basico quanto efficace di Todd Trainer, brani entusiasmanti come ‘My Black Ass’, ‘A minute’, ‘Prayer To God’, ‘Squirrel Song’, la fantastica sceneggiata su ‘End Of The Radio’ con Todd Trainer che se ne va in giro per il palco percuotendo il suo rullante, accompagnando la voce di Steve assieme all’unica nota suonata da Weston, le domande dal pubblico, i siparietti di Steve e Bob, compreso quello che chiude lo show con cui smontano il drumset di Todd mentre questi suona ancora per poi portarsi via anche lui.

Ringraziano l’organizzatore che cercava di portarli in Portogallo da dieci anni, invitano il pubblico, dopo lo show, ad aspettarli vicino al palco, per far due chiacchiere. Bob Weston, appreso che son italiano, mi chiede “Come stai?” e mi dice che gli piace la mia t-shirt (“Fuck Your Blog!” sempre e comunque), Todd Trainer prende bonariamente in giro un tale (all’apparenza ben avanti con l’età) che gli chiede una bacchetta (“Non son contrario a priori a dartela però sono solo un cazzo di cameriere, le bacchette le pago, se le collezioni dimmi se ne hai di altri batteristi prestigiosi! John Bonham? Keith Moon? Forse ti piace Dave Grohl?!”) per poi dargliela autografata, Steve Albini vende t-shirts… Non ci sarebbe nulla di male, ovvio, ma mi torna in mente che, solo tre anni fa, dopo uno show a Roma, rispose a muso duro “Scaricati il logo da Internet e fattela da solo!” a un fan che gli chiese se aveva t-shirts in vendita. Che si stiano un pochino rammollendo? La crisi colpisce anche loro? Poi vedo la maglietta: logo nero su sfondo nero. E penso compiaciuto che è solo un’ennesima, sottile presa in giro da parte di una band/persone per cui coerenza, ironia e tanta passione sono ben più di semplici parole.

Piero Apruzzese

4 COMMENTS

  1. molto bella, sul serio!
    rende l’idea della serata.

    ma quella birra “aggratis”? cose dell’altro mondo..

  2. Ma proprio al massimo! 😀 Personalmente, non ho superato l’euro e 60.
    Mi pare d’aver capito che la birra fosse offerta ma non so se su iniziativa della band e dell’organizzazione. Dopo lo show, approfittando del fatto che non ci fosse più nessuno neanche al bar, io e i miei due compari d’avventura ce le siam spillate da soli…

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