Shearwater @ Circolo degli Artisti [Roma, 10/Aprile/2012]

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“Something is breathing in the air… Something is moving, in the water…”. Così inizia uno dei miei brani preferiti degli Shearwater. Anzi, il mio preferito tout court. Il brano dal titolo ispirato alla celebre serie di arazzi fiamminghi (‘La Dame Et La Licorne’) descrive in poche parole un po’ tutta la poetica di Jonathan Meiburg. Folgorato da una serie di sopralluoghi nelle più impervie e selvagge lande del nostro pianeta per motivi d studio, il texano, di ritorno in madrepatria, inizia a fare della descrizione della natura e del rapporto dell’uomo con essa il motivo principale della sua attività artistica. È così che, da una costola degli Okkervil River, nascono gli Shearwater, il cui nucleo originario contava, oltre a Meiburg, anche Will Sheff. Sebbene quest’ultimo abbia abbandonato la nave nel frattempo, la band si è fatta una fama tale da disfarsi una volta per tutte dell’attributo side project, grazie a una musica tenue e potente allo stesso tempo, colta ma non altezzosa; piuttosto, profonda. E in dieci anni di attività sorprende sapere dalla voce di Meiburg che si tratta del primo concerto a Roma. Benché, a esser sinceri, gli Shearwater arrivino quasi a stancarmi su disco, dopo questo concerto ho dovuto ricredermi su di loro. Un’esibizione di rara potenza e intensità: ci tornerei a occhi chiusi.

Prima, però, ci aspetta l’antipasto canadese Julie Doiron. Non la conoscevo, ma investigando a posteriori vedo che ha già una lunga carriera alle spalle. Lì per lì, da lontano, con i capelli scompigliati sul viso e il vestiario e il piglio giovanile non le avevo dato molti anni. La sua prima band risale invece al 1990 (Eric’s Trip) e, dal 1996, si mette in proprio. La sua musica, come preannuncia l’ausilio della sola chitarra e voce, ha dei toni intimisti, pur senza disdegnare ovvi riferimenti agli episodi più morbidi del rock alternativo degli ’80 (Sonic Youth e Dinosaur Jr. su tutti). È brava e anche, soprattutto, simpatica, con un approccio a tratti fin troppo naïf. Con un repertorio live quasi equamente diviso tra brani in inglese e in francese, ci saluta per il rush finale facendo salire sul palco Lucas Oswald, Danny Reisch e Christiaan Mader, rispettivamente chitarra, batteria e basso degli Shearwater, per un finale più rockeggiante.

Poco dopo le 22.30, salgono sul palco Meiburg e soci. Formazione ricca, comprendente oltre ai già citati anche Mitch Billeaud, di supporto su tastiere e chitarra. Meiburg è uno spilungone biondo e trasformista, capace di passare da espressioni di apertura e socievolezza a smorfie di superbia e aggressività. Una specie di via di mezzo tra Malcolm McDowell e Michael Palin. Anche per chi non li conoscesse, il carisma e la presenza scenica di Meiburg balzano subito agli occhi. Basterebbe d’altronde la sua voce a incutere rispetto: capace di passare da toni sommessi a esplosioni incontrollate, non ha sbagliato una sola nota in tutto il concerto. A farla da padrone sono naturalmente i brani del nuovo ‘Animal Joy’, settimo disco della loro carriera. Si capisce da subito che le atmosfere più sognanti e dimesse degli inizi hanno lasciato il posto a un sound più energico: prova ne sono brani come le potenti ‘Animal Life’ e ‘Dread Sovereign’. Ma l’apertura, da brividi, è riservata a ‘The Snow Leopard’ da ‘Rook’: brano che mostra una stretta affinità armonica con ‘Pyramid Song’ dei Radiohead, è un biglietto da visita perfetto, grazie alle sue atmosfere sospese e malinconiche. La parte più rumorosa del concerto non si aspettare: oltre ai due brani nuovi succitati, ecco l’andamento tirato e galoppante di ‘Immaculate’, a metà tra Band Of Horses e The National. A ben vedere, Meiburg e co. in quest’ultima prova discografica hanno non poco in comune con la band di Brooklyn, grazie soprattutto al maggiore impeto e alla tensione rock trasmessi dai pezzi. E, certo, la presenza di Peter Katis, collaboratore fisso del gruppo di Matt Berninger, nelle vesti di produttore in ‘Animal Joy’ non è probabilmente un caso. Con ‘Insolence’ fanno capolino sonorità più orientali e sfuggenti, riportandoci un po’ agli Shearwater d’annata. A stupire ancora di più in questo concerto è il volto più dirompente della band: in diversi brani, tra cui ‘Breaking The Yearlings’, i noti crescendo della band si concludono in vere e proprie orge rumoriste, inaspettatamente riuscite, nella maggior parte dei casi. Mader sfata il mito del bassista schivo e in disparte assurgendo a protagonista dei momenti più convulsi e anarchici, martoriando il suo bel Rickenbacker senza remore, coadiuvato dal più dimesso Oswald, meno appariscente ma comunque incisivo dietro a chitarre distorte e quello che sembra un Minimoog. In qualsiasi momento, Meiburg non smette di mantenere con magnetismo il controllo della situazione, passando con naturalezza dalle tastiere alla chitarra. Il momento delle encores coincide con uno degli episodi più toccanti: Meiburg esegue una versione emozionante di ‘Hail Mary’, da quel gran disco che è ‘Palo Santo’, solo voce e chitarra. Uno degli apici dello show. L’epilogo rappresenta invece l’ultimo richiamo al piglio più rockettaro del gruppo, con un pezzo tra i più serrati fra quelli eseguiti stasera. Che dire? Pochi gruppi mi hanno ribaltato la prospettiva nel passaggio da disco a live in un modo così netto. Davvero un’inaspettata e gradita sorpresa: anche senza ‘La Dame Et La Licorne’, un concerto da incorniciare.

Eugenio Zazzara