Sharon Van Etten @ Circolo degli Artisti [Roma, 7/Dicembre/2014]

805

Questa recensione comincia con delle scuse. Amo profondamente Sharon Van Etten, e aspettavo con tanto e tale entusiasmo questo suo primo concerto romano che arrivo al Circolo a un orario indecente e molto poco rock ‘n’ roll. Siamo a cena quando improvvisamente si consuma un dramma nella vita sentimentale della persona che è venuta con me. Si susseguono attimi concitati di interpretazioni e strategie. Tutto questo a pochi metri da Sharon, che ignara mangia pizza con la sua band, festeggiando, scopriremo in seguito, il compleanno del suo bassista. Dopo quelli che mi sembrano venti minuti (ma purtroppo è molto di più), e tra un “secondo me ti ha scritto così perchè…” e l’altro, getto una rapida occhiata al suo tavolo, apprendendo con sconcerto che Marisa Anderson se n’è andata. Corriamo dentro e riusciamo a guadagnare le prime file, ma è troppo tardi. Dunque chiedo scusa a Marisa Anderson e a voi che leggete.

Dunque era tanta l’attesa per il primo tour italiano di questa adorabile ragazza del New Jersey. Conosciuta grazie alle collaborazioni con The Antlers e The National, le sue canzoni sono state parte della colonna sonora della mia vita. E dopo aver cantato a squarciagola i suoi pezzi in macchina, e aver desiderato uccidere il suo ex mentre leggevo le sue interviste, sono veramente felice di avercela davanti, lei e la sua band. Sharon, maglietta a righe e frangetta sugli occhi come al suo solito, sembra felice quanto me, e sorridente annuncia che il concerto è dedicato a Brad Cook, che compie gli anni oggi (“non proprio un brutto modo di festeggiare il compleanno” commenta). L’apertura è affidata alla splendida ‘Afraid of nothing’, anche traccia d’apertura dell’ultimo lavoro ‘Are we there’. Dalla nostra postazione il suono è buono, il pubblico è partecipe e calorosissimo. Seguono la sensuale ‘Taking chances’ e ‘Tarifa’, che mi era sembrata un piccolo classico dal primo ascolto su disco, ma che dal vivo risente un po’ della mancanza dei fiati. Il primo recupero del passato è l’americanissima ‘Save yourself’, col fatidico verso “don’t you think I know you’re only trying to save yourself just like everyone else?”. La band appare forse un po’ scarica, ma l’intesa tra i musicisti c’è, come si nota dagli sguardi e i sorrisi che si scambiano per tutto il set. Le interazioni coi presenti sono numerose, tra un pezzo e l’altro Sharon s’improvvisa comica, parla spagnolo, ringrazia decine di volte. In questo, e solo in questo, mi ricorda quella cantautrice di Atlanta a cui è stata spesso paragonata a inizio carriera. Perchè ci sono artisti che non mettono alcuna distanza tra se stessi e il proprio pubblico, che scelgono di porre le proprie esperienze al centro delle loro canzoni e non si fanno alcun tipo di problema, per dire, a parlare dei cavoli loro con i giornalisti. Questa onestà, associata naturalmente nel suo caso a una voce notevole e a un talento compositivo fuori dal comune, risulta disarmante. Considerato dunque come sta sul palco Sharon Van Etten e come vuole che siano i suoi concerti, stasera l’atmosfera un po’ caciarona di un Circolo gremito va benissimo. Se dovessi raccontare tutti i momenti più belli la stesura di questo live report richiederebbe tre ore e lo renderebbe inoltre un tantino troppo lungo (senza contare che ho ben due palle di Natale da appendere all’albero, mio contributo simbolico ma necessario agli addobbi casalinghi). Perchè è stato tutto bello, dall’inizio alla fine. Dunque questi sono gli highlights: ‘Break me’, un altro degli “alti” dell’ultimo disco, con la voce di Sharon a cui risponde quella di Heather Woods Broderick; la cover di ‘Perfect day’, suonata da sola con la sua chitarra, eseguita con la dovuta emozione ma senza timori reverenziali; ‘Don’t do it’, diversa dalla versione studio, con un’introduzione che vede sugli scudi la sua già citata compagna di band (che se non deciderà di avviare una carriera di fotomodella, tornerà col suo secondo disco solista l’anno prossimo). E poi, naturalmente, ‘Your love is killing me’, pezzo dell’anno per quanto mi riguarda, che regala persino qualche lacrima a me e al cuore infranto che ho accanto, e sul cui crescendo Sharon quasi muore (dopo il concerto la troverò praticamente afona). Per l’encore sono lì trepidante che aspetto ‘Give out’, e invece mi “accontento” di ‘I know’ piano e voce, canzone che parla di preferire la musica a una relazione sbagliata (“molto provocatorio” dice con autoironia). Si chiude col singolone ‘Serpents’, anche nella sonora di “The Walking Dead” anzi no, il pubblico fa tornare sul palco i musicisti, il pezzo più richiesto è ovviamente ‘Love more’, la canzone che le ha cambiato la carriera. Ma la nostra preferisce congedarsi con ‘Every time the sun comes up’ e un bacio. Fosse per me resterei ad aspettarla nell’illusione di sentire qualcos’altro, d’altronde sono tante le canzoni splendide che ha lasciato fuori dalla setlist, ma ‘Rattlesnake’ di St. Vincent (la quale ha resistito nella mia top 5 al primo posto, insediata proprio dalla Van Etten) ci fa capire che è il momento di una sigaretta. Ho l’impressione di aver assistito a uno di quei concerti che ricorderò per moltissimo tempo. Volevo molto bene a Sharon Van Etten prima di questa serata e gliene voglio ancora di più ora.

Elisa Fiorucci
Foto di Cristiano Perricone

Setlist
Afraid of nothing
Taking chances
Tarifa
Save yourself
Break me
I don’t want to let you down
Tell me
Life on his own
Perfect day
Don’t do it
Your love is killing me
I know
Serpents
Everytime the sun comes up