Shannon Wright + Le Luci Della Centrale Elettrica @ Circolo degli Artisti [Roma, 1/Ottobre/2009]

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I pescaresi Jester At Work ce li perdiamo, galeotti un orario accertato male e chiacchierate anche troppo piacevoli, sotto gli archi rossi del Circolo. Sorseggio birra chiara e leggo che ci sarà Rodrigo D’Erasmo, stasera, ad accompagnare Le Luci, mentre qualcuno fa considerazioni sui tavoli schizzati di vernice, tipo Action Painting, e ne deturpa uno staccando via i ciottoli saldati con la cera. Per Shannon Wright siamo tutti dentro. Quando passiamo la seconda porta lei è al piano, da sola, resterà così tutta la serata, e sussurra nel microfono parole che non riconosco. Non sono un grande fan della cantautrice di Jacksonville, anche se in un certo senso credo lo sarei stato, se ci fossi inciampato soltanto uno o due anni fa. Ma oggi certe cose non le capisco, e non mi sviscero e sforzo più per afferrarle, o fingere di. Un amico chiosa, preciso: “Per godertela devi aver ascoltato i dischi e conoscerli a memoria, e trovarti seduto in un auditorium. Se una delle due premesse non si verifica, allora arriva la noia.” Non c’è sezione ritmica, e questo ha un suo peso, penso distratto. Le canzoni si assomigliano un po’ tutte, sacrosanto cliché. Ma c’è del buono, certo: in più di un’occasione il mio parere grossolano viene minimizzato, stravolto, a dimostrazione di quanto possa altalenare una idea prima, se ci si trova davanti a un talento. Quando la Wright imbraccia la Jaguar, e si piega, si contorce e si allunga sullo strumento con le ciocche di capelli che le coprono le mani, gli occhi sono tutti puntati su di lei, anche i miei. Scariche di distorsore in tre quarti, ballate gotiche, fra Siouxsie e Patti Smith, hanno scritto. Qualcuno che urla ‘Daje Janis’, mentre lei spalanca la bocca e grida e ulula nel microfono. Niente di definitivo.

E poi arriva Vasco Brondi. Sussulto ogni volta che la gente fa “Sì, sono bravi”, riferendosi alle Luci della Centrale Elettrica come un gruppo, al plurale. Mi suona incompatibile pensarli come un loro. Torniamo dentro. Vasco, trainando tanta gente da raggiungere il sold out, si fa accompagnare da tre musicisti: insieme a D’Erasmo dagli Afterhours, al violino, c’è una violoncellista che ormai è parte integrante dei live, oltre a una nuova chitarra elettrica che sostituisce Giorgio Canali. La sala straripa. Neanche a dirlo, ci sono due ragazzine che, appoggiate al bancone con le punte alzate, gridano il loro idolo in aria scandendo forte le due sillabe del nome. La verità è che il concerto di stasera mi ha lasciato scettico. Ci sono stati momenti d’emozione e fiato corto, il disco l’ho sentito milioni di volte e ho cantato anch’io, e ricordate che ero lì (leggi), a sentirlo insieme ad altre venti persone, su questo palco, due anni fa. Lui e la sua chitarra nera, la gola in fiamme e un’urgenza nel modo di proporsi che era tutta reale, credibile, inaspettata, o meglio proprio quello che aspettavamo. Quell’urgenza ora è scomparsa, il suo stile così viscerale si è convertito in uno spettacolo da replicare, come un contenitore sempre uguale a se stesso, sopra i palchi di tutta Italia. Non canta più a squarciarsi la gola ma parla, sussurra con gli occhi chiusi, declama, e poi si stacca dal microfono e fa cantare tutta la platea con sé, l’abbiamo visto milioni di volte, da altre parti, su altri palchi. Ma non mi aspettavo accadesse con lui, con cose come ‘Per Combattere l’Acne’. Qualcuno se lo aspettava?

Il suo è un progetto letterario più che musicale, lo ribadisce con pedanteria fin da quando è salito alla ribalta. Il suo disegno è qualcosa che trae ispirazione da altre epoche, da altre storie, negli anni Ottanta dei racconti autobiografici di scampati a carceri, eroina, disagio e lotta armata, dentro le vene di un’altra Italia che per forza di cose è stata mitizzata, esaltata e ha assunto le proporzioni di una leggenda. Che legga Pier Vittorio Tondelli nei teatri è lodevole, ma a patto di riconoscere che questi due anni lo hanno trasformato, e non ha più tanto senso parlare di un cantante generazionale; parlare di un cantante, anzi. La musica è puro accessorio: all’inizio era punk esagitato, in solitaria, con Canali è stata canzone d’autore rumorosa, ora sono parole, bellissime e commoventi parole, ma solo parole, che vengono immerse dentro un’atmosfera lancinante, bizzarramente sperimentale, rigonfia di rumori prodotti dai tre che lo accompagnano e dall’approvazione incondizionata del pubblico. Fra un brano e l’altro ha preso a leggere un brano dal ‘Diario Minimo dal Carcere’ della brigatista Ronconi. Non si sentiva tutto, molto andava perso nella confusione com’è normale ad un concerto: non siamo a un discorso in piazza. L’impressione, mentre declama altri versi e con enfasi scandisce ancora “Dio, se eravamo belle”, l’impressione è di trovarsi davanti a un rito spettacolare che assume suo malgrado un’altra faccia da quella che vorrebbe mostrare. Un atto di rievocazione di cui solo pochi, fra i presenti, saprebbero riconoscere il significato. Un messaggio ingolfato dal troppo dire, perché passa per un luogo ch’è sempre stato inadatto a certe esperienze, il palco. Un palco non è fatto per certi messaggi, che per forza di cose vengono travisati, traditi, spettacolarizzati.  Non c’è dolo, non ci sono cattive intenzioni. Ma la gente applaude, fischia, si scambia pacche sulle spalle e sorride, quando riconosce un nome o un titolo, per poi trascurare una ventina di frasi mentre dice al vicino che ha riconosciuto quel nome, quel titolo. Qualcosa di simile a un Primo Maggio. Per adesso e in attesa di altro: rivogliamo Le Luci di prima, oppure, e più coerentemente, un Vasco Brondi demusicalizzato.

Filippo Bizzaglia