Shannon Wright @ Circolo degli Artisti [Roma, 16/Giugno/2008]

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Mentre gli artisti scelti per aprire la serata suonavano, io percorrevo la tangenziale sullo scadere della sua legale percorrenza notturna e con quel brivido adrenalinico molto “Death Proof”. Che spavalda, eh. Arrivo che un Moltheni incappucciato di lana [era lana?] sta ultimando la sua performance ma la vela spiegata del mio interesse virava unicamente verso l’Isola di Wright e il surriscaldamento dovuto ad una corsa ciabattata dal parcheggio al locale mi ha legittimato ad attendere fuori.

Mentre prendevo aria, spiegavo al mio interlecutore nerdico come la signora Wright non risiedesse propriamente nell’Olimpo delle mie preferenze al femminile ma come al contempo mi interessasse assistere ad una sua performance e di quanta curiosità nutrissi. Ad oggi, una sua performance, mi sento di consigliarla a chiunque possieda buon gusto. Fred compreso (ah ah). Prendete un’arancia sanguigna, iper-rossa, succosa e consistente [magari tirandola via dalla copertina di ‘Dyed In The Wool’] poi un fico d’india e strizzateli tra le mani. Shannon Wright e la sua viscerale espulsione sonora agra, acuminata e passionale. Suona da sola, circondata da strumenti che a seconda dei brani farà suoi. Si manifesta tra gli applausi, non saluta, non parla, accenna un sorriso [forse], e avvolta da una chioma fitta, folta, asimettrica e scomposta, un aspetto che richiama molto Annie Wilkes [l’inquietante personaggio di “Misery”], per come bleffa sulla docilità quando si accompagna al piano, per come morde e strattona quando si accompagna alle chitarre a suo uso et abuso e proprio per come è. Apre con ‘Defy This Love’, con una voce che profonda si sdoppia, sostando nell’aria: sono residui di emissioni a coprire vuoti, zampilli di lava. Alle chitarre, quando propone ‘The Hem Around Us’ o ‘Fences Of Pales’ è un piacevole tormento, ficcante nelle alterazioni di voce, nella serie di O-O-O-O-OOOO che ti schiaffa in faccia esercitando pressione. C’è poco da dire, è un’esecuzione continuata, non perde muscolo, non perde tono, non perde tempo, non spende parole. Un sentimentale boia. Stando al suo programma durerebbe poco, richiamata a gran voce dal pubblico rientra. Richiesta ancora una volta, ardentemente, rientra ancora. Per martoriare e stordire la chitarra, insorgendo con graffianti gitanismi collerici. Rientra per gettare un po’ d’acqua sul fuoco che ha creato.

Mary Notarangelo

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