Seun Kuti & Egypt 80 @ Monk [Roma, 29/Novembre/2019]

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Capita spesso che i figli d’arte non siano dei buoni profeti in patria, specialmente se il peso artistico dei loro genitori è troppo grande per soddisfare le aspettative o per fare in modo che vengano giudicati serenamente. Seun Kuti il nome del padre lo porta nel sangue, nella testa e anche tatuato sulla schiena. Se pensiamo che Fela Kuti è stato il messia dell’afrobeat, allora l’esempio che ha lasciato è sicuramente di quelli ingombranti. Il suo ultimogenito lo vive totalmente nella musica che suona, nei contenuti sociali che trasmette, ma soprattutto nell’aspetto fisico e nell’uso del sassofono e della voce. La sua missione e farsi testimone di quell’esempio e mantenerlo vivo e attuale, diventando il portavoce dell’afrobeat per la sua generazione. Una profonda ispirazione che non ricade nell’emulazione sommaria, grazie alla forte personalità e al talento di questo giovane artista. Una credibilità sincera, costruita in poco più di dieci anni di carriera, con all’attivo quattro album in studio e un recente disco live, che testimonia tutta la bontà del lavoro espresso nell’intensa attività dal vivo. La band che lo sostiene è la derivazione degli Egypt 80 di paterna memoria ed è formata da: Yabo Adeniran e Joy Opera ai cori e alle danze, Adebowale Osunnibu al sax baritono, Ojo David al sax tenore, Idowu Adefolarin e Oladimeji Akinyele alle trombe, Okon Iyamba allo shekere, Kola Onasanya e Wale Toriola alle percussioni, Kunle Justice al basso, Akin Bamidele alla chitarra ritmica, David Obanyedo alla chitarra solista e Shina Abiodun alla batteria.

I musicisti salgono sul palco del Monk cinque minuti dopo le 23:00 e come prevedibile, lo occupano quasi totalmente insieme ai loro strumenti. Anche la sala offre un bel colpo d’occhio e il sold out viene mancato per un soffio. Li avevo già visti due volte dal vivo, ma mai in un club e la curiosità sulla potenziale resa viene soddisfatta già dal brano iniziale. Si tratta come al solito dell’unica composizione relativamente breve cantata dal percussionista e che funge da warm-up ideale per il concerto. Si capisce subito che sarà una bella serata. Poco prima di prendere posto dietro il proprio strumento, il frontman provvisorio introduce l’ingresso di Seun, che viene accolto da un grande applauso. Il performer nigeriano è alto e prestante, indossa una tutina attillata a chiazze colorate e imbraccia il suo sassofono tenore. Insieme alle due coriste e danzatrici, vestite e truccate d’ordinanza, rappresenta l’elemento più tipico e scenografico del lotto. “Buonasera Roma” dice in perfetto italiano e poi continuando in inglese omaggia subito il padre e presenta “Unknown Soldier”, unico brano della serata tratto dal repertorio del “Black President”. Una versione assolutamente monumentale, lunga e viscerale, dotata di grande intensità e che genera tutt’intorno un grande ondeggiare di teste e di corpi. Paga quindi subito il suo debito con il mito e lo fa egregiamente. Da questo momento il concerto è in discesa. Un lungo e intricato flusso sonoro, magnetico e avvolgente. Un totale complessivo di due ore nette divise in dieci brani, alcuni dalla durata considerevole. Gli otto restanti provengono dagli album di Seun e ne racchiudono l’essenza, suscitando l’entusiasmo generale. Un concerto dall’impatto fisico e cerebrale allo stesso tempo. Una meravigliosa mattanza sensoriale che si compie tra poliritmi, fraseggi strumentali e accurata denuncia sociale. La band suona compatta e l’interplay tra i musicisti è particolarmente a fuoco. Seun è al centro della scena e l’aggredisce con mestiere. Ha grande carisma e lo dimostra. Balla e si muove con stile, canta con sicurezza e suona il sax e le tastiere a secondo della situazione, che siano fraseggi o assoli. Un concentrato di energia e movimento. Dirige gli altri musicisti e chiama gli stacchi, le partenze e le chiusure, i bridge e i lunghi bordoni strumentali su cui adagia strofe e speech. All’inizio non parla molto per poi sciogliersi pian piano. Quando lo fa il taglio sociale e politico è evidente: un concentrato di orgoglio e consapevolezza. Crea una sorta di call and response tra lui e gli altri fiati. Questi ultimi sono relegati nel fondo del palco, ma vengono al centro della scena uno alla volta quando sono chiamati a fare il solo, mentre lui si sposta alla nord stage per accompagnarli. Bello il lavoro delle due coriste e ballerine, che si incastrano alla perfezione con il leader e danno aria a questo magma mantrico dalla forte componente inclusiva. Applausi meritati dal pubblico. La sala suona bene. Il suono spinge come un cingolato, ma mantiene un controllo timbrico notevole. Un tripudio voodoo in cui lui salta e si dimena e la band sfoggia un tiro invidiabile. Impossibile non ballare. Le percussioni tipiche nobilitano gli accenti, la ritmica è solida e i temi particolarmente efficaci. Parla della sua partecipazione al programma televisivo Propaganda, di nuovo fascismo, di migranti, della globalizzazione come il nuovo Terzo Reich e di fake news. Parla anche di religione e improvvisa una bizzarra evocazione tribale agli spiriti in contrapposizione alla chiesa cristiana. Invita alla calma e alla tranquillità e poi sul finale si toglie la maglia e la brandisce agitandola vorticosamente. “Struggle Sounds” e “Black Times”, per citare due dei brani eseguiti, rappresentano l’essenza dell’afrobeat attuale, con i piedi ben saldi nella tradizione e un orecchio proiettato alla contemporaneità. La performance di questa sera è pura trance tribale metropolitana. Non semplicemente un concerto quindi, ma una lunga e viscerale danza collettiva dove il concetto di derivazione acquista un’accezione prossima al sublime.

Cristiano Cervoni

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