Seun Kuti & Egypt 80 @ Locus Festival [Locorotondo, 10/Agosto/2014]

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Per sopportare il peso di un cognome illustre, di una personalità ingombrante in famiglia, dei paragoni da sopportare se segui le sue orme, bisogna avere spalle larghe e forti. Oluseun Anikulapo Kuti ha anche il secondo nome uguale a quello che il padre Fela si impose al posto di Ransome, da schiavo, e che sta per “colui che porta la morte nella sua sacca”. E le spalle non solo le ha forti ma vi ha tatuato su ‘Fela lives’, ennesima dichiarazione di una vita votata a proseguire, omaggiare e diffondere l’opera e le idee del padre, quel Black President la cui figura trascende il discorso puramente musicale e si lega a doppio filo alla storia e alla cultura di un paese, la Nigeria, e dell’intero continente nero. La stessa formidabile band che lo accompagna fu fondata da Fela, gli Egypt 80 sono il cuore che custodisce e pulsa il ritmo dell’afrobeat, quell’avvincente miscela di jazz, rock, percussioni e musiche yoruba che richiamano contaminazione, internazionalità e allo stesso tempo radici, sabbia e l’essenza più primigenia della musica. Al suo posto, nella dozzina abbondante di musicisti sul palco, ancora il tastierista Lekan Animashaun, settantatré anni, ben più del doppio del giovane leader, memoria storica del complesso. Sezione fiati, percussioni, oltre a basso, batteria, chitarre e due ballerine per le cui ugole, fattezze, movenze, volti e abiti colorati passano tutte le vibrazioni e le bellezze d’Africa completano l’ensemble. E Seun, che canta fiero e statuario, balla condensando movimenti che sembrano perdersi in riti ancestrali, s’impone con piglio anche nei momenti in cui racconta aneddoti e rivela la responsabilità d’esser figlio non solo di Fela ma di tutto un continente martoriato, con i discorsi volti a colpire le iniquità sociali ed economiche che lo affliggono. E’ musicista coi fiocchi quando imbraccia il sax, sia per sfuriate free che al servizio della band, prendendo posto fra gli altri fiati al fine di lasciare spazio ai suoi compari. Un piccolo gesto come quello di farsi sfilare, con un tocco di altezzosità, la camicia già impregnata di sudore da una delle coriste (dovrebbe trattarsi  della sua compagna) sembra quasi rievocare i tempi dell’enorme corte – comune del padre, quella Kalakuta che Fela nominò come entità indipendente in Nigeria attirandosi le ire del governo: i militari, immortalati in disco e un brano come ‘Zombie’, distrussero tutto, uccisero la madre e quasi lui. Un avvenimento che Seun non ha vissuto, essendo nato solo qualche anno dopo, ma a cui ha dedicato ‘Kalakuta Boy’, brano tratto dal suo nuovo album, ‘A Long Way To The Beginning’, largamente saccheggiato stasera, e in fantastica continuità nel nome del padre: se Fela prendeva in giro e attaccava i ‘V.I.P’, Seun riprende il brano del padre per una splendida esecuzione e rincara la dose con ‘I.M.F.’, accusando i “bastardi internazionali” con tanto di sermone sull’austerity, tema che trova il riscontro della piazza e s’inserisce nel solco di ‘African Airwaves’, altra parodia/accusa allo stato dell’economia africana mentre ‘Black Woman’ è un omaggio di quasi dieci minuti alla donna e all’origine di tutto. In mezzo ci sono ritmiche che fanno muovere, cori ammalianti, strabordanti intermezzi jazz a base di fiati ma anche un basso penetrante e progressioni chitarristiche. Cuore e calore, fuoco militante, bellezza e sensualità, mai come stasera il Tacco dello Stivale è stato così proteso verso l’Africa Nera.

Piero Apruzzese

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