Selah Sue @ Circolo degli Artisti [Roma, 21/Ottobre/2011]

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La serata adatta ad accogliere questo scricciolino con l’affascinante nome d’arte Selah Sue. Freddo pungente come quello che deve averla vista crescere a Leefdaal vicino Louvain, posti di nessuna rilevanza geografica lassù nella parte fiamminga del Belgio, fino a quando i riflettori si accendono grazie al fiuto del cantante Milow (fama nazionale grazie alla cover ‘Ayo Technology’ di 50 Cent – guarda) che in quella piccola forza della natura (allora 17enne) vede un futuro così radioso da tagliare in due le nuvole pesanti che aleggiano su quel paesetto mezzo medievale-mezzo buco di culo. Dopo aver speso un anno della sua vita studiando psicologia si accende la fiamma della musica, lei che assolutamente non è figlia d’arte e che in famiglia non ha mai avuto nessuna educazione a riguardo, partendo dalle basi che riportano a tre-quattro nomi nodali come Lauryn Hill, Erykah Badu, Prince e Bob Marley. A Louvain si unisce ai locali Addicted Kru Sound, decide di cambiare nome da un più anonimo e difficile da pronunciare Sanne Putseys ad un più esotico Selah Sue, ed il gioco è quasi fatto.

La storia recente è certamente nota con l’uscita dell’album omonimo concepito con la presenza in studio della bravissima e sottovalutata (?) Meshell Ndegeocello, arricchito dalla collaborazione con il volpone Cee‐Lo Green e successivamente dalla “chiamata” della nerchia più famosa di Minneapolis che sceglie la piccola ninfetta come apertura per alcuni suoi concerti tra cui quello casalingo di Antwerp. Sgombrati dal campo paragoni inutili e poco calzanti (Duffy, Amy Winehouse…) come quelli che gli vengono affibiati da subito dalla stampa specializzata (in cosa?), Selah Sue è pronta a volare in solitaria ancora (per poco crediamo) scevra da contaminazioni plasticate di quell’industria mainstream che usa termini come Award, MTV, red carpet, featuring e solleticazioni varie a forma di dollaroni sonanti. Siamo dunque fortunati io e Aguirre (alle prese con il celebre-fondativo saggio di Houellebecq Michel “Contro il mondo, contro la vita”) a poterla vedere e giudicare prima che lo stardom frullatutto la inghiotta senza speranza (un personalissimo pronostico).

Camicione bianco semi-trasparente, capelli racconti con classica cipollona che riporta alla Bardot degli anni ’60, quartetto a supporto preciso e potente, una grinta sorprendente + una padronanza del palco che non sembrano affatto testimoniare la sua giovane età. Sintesi di un show (breve ma intenso) che ha richiamato la folla delle grandi occasioni e che avrà il suo culmine all’inizio e alla fine. Ma considerazioni di costume a parte quello che colpisce della ninfetta fiamminga è la voce. Tesa, ruvida a volte, cristallina in altre, perfetta e senza nessuna crepa. Quando arriviamo nella sala stracolma il flavour del sound di Selah Sue riporta alla mente il soul bianco, il soul urbano degli Style Council misto a certi arrangiamenti che portarono al successo in quel periodo il sofisticato smooth jazz degli Swing Out Sister (autori almeno di due enormi singoloni). Profumi che vengono “interrotti” dalla parentesi acustica (solo voce e chitarra) di ‘Fyah Fyah’ e che lasceranno spazio a quelli più marcatamente hip hop-ragamuffin in una probabile fusione tra Lauryn Hill e Damian Marley. Selah Sue è ormai rodatissima, non si ferma un attimo e quando saluta (proforma prima dei bis) la gente (per metà solitamente maleducata e dedita al chiacchiericcio da palo nel culo, c’è anche chi mangia pizza e chi per sport ha deciso di non lavarsi col sapone) risponde con un caloroso boato. Il veloce rientro ci regala un prolungamento a due brani ed un sincero ringraziamento da parte dell’artista belga, degna conclusione di un’esibizione riuscitissima, piacevole, e per certi versi autentica sorpresa. Bella e brava. Possibilmente da amare. (guarda video)

Emanuele Tamagnini

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