Sebadoh @ Circolo degli Artisti [Roma, 24/Ottobre/2014]

961

Amherst, Massachussetts. Dovrebbe far suonare una campana a molti, come direbbero gli americani. Essenzialmente, si potrebbe dire che una buona fetta dell’underground musicale statunitense sia partita da qui, e si sia poi diffusa e smembrata in varie forme più o meno eterogenee. Certo, c’erano tante ottime band che, nello stesso periodo, costruivano qualcosa di originale e potente. Ma l’impatto e soprattutto l’influenza che i Dinosaur Jr. hanno avuto su tutta una serie di artisti, anche di molto più celebri di loro, è incalcolabile: una band su tutte, i Nirvana (pare che J Mascis abbia ricevuto un’offerta da Cobain per unirsi alla band, gentilmente declinata…). Può suonare ozioso e perfino ingeneroso iniziare una recensione di un live dei Sebadoh parlando della band da cui tutto ebbe inizio, ma non lo è in realtà. Primo perché, sebbene le luci dei riflettori si siano sempre e più volentieri accese per la chioma color platino di Mascis, il contributo sonico di Lou Barlow è innegabile. E secondo perché i Sebadoh sono pur sempre figli di quell’epoca e di quel suono. Il poco spazio a disposizione nei DJ che Barlow reclamava (e a causa del quale fu poi allontanato da Mascis) trova sfogo e ispirazione qui (e poi anche nei Folk Implosion). E aggiungendoci anche una buona dose di reinterpretazione personale, scartando di lato e allontanandosi dalla strada segnata.

Era un po’ che non tornavo al Circolo e mi sembra di capire che il rispetto per gli orari di esibizione sia diventato religioso. Sono da poco entrato in sala e la band è già lì che suona. Chiedo infatti venia per aver saltato completamente l’esibizione dei Lone Horn. Quando entro, i Sebadoh iniziano a suonare ‘The Freed Pig’, un must delle loro scalette e tra i brani più divertenti. Power trio, com’è noto, con Barlow a sinistra alla chitarra, Bob D’Amico alla batteria al centro e Jason Loewenstein al basso sulla destra. Un armadio a muro di amplificatori di basso. Tanto per capirci. Si prosegue con ‘Arbitrary High’. Dal vivo, si stempera la patina lo-fi che avvolge quasi tutta la produzione della band americana in favore di un suono più potente e carico. Non arriviamo ai volumi pazzeschi dei live dei Dinosaur Jr., ma l’approssimazione è al centesimo. A vincere la lotteria dei pezzi scelti sono principalmente due album, ‘Bakesale’ del 1994 e l’ultimo ‘Defend Yourself’. Ma la selezione è ricca e democratica, e quasi tutta la discografia del trio viene buttata dentro. Per un paio di volte Barlow e Loewenstein fanno arrocco e si scambiano di ruolo. Ed è questa forse la line-up che tira fuori le cose migliori. Sì, perché è evidente fin da subito come ciascuno dei due si trovi molto più a proprio agio in questa impostazione, e il live ne guadagna. Rivediamo finalmente Barlow, come sempre cugino IT con una maschera di capelli in faccia (tra i numerosi forestieri presenti, una grida “Let me see your face!” e, per un attimo, il volto di Barlow mostra un colore diverso dal castano) contundere il basso su qualsiasi punto del manico, prendendo accordi e roteando alla Pete Townshend. Dall’altra parte, lo spigoloso e sempre sorridente Loewenstein è vestito come lo stereotipo americano: t-shirt verde e cappello da baseball in testa. Esteticamente, un incrocio tra Stone Gossard dei Pearl Jam e Rob Halkett dei Karma To Burn. Le linee di chitarra di Loewenstein sono più lineari, più nitide e godibili, mentre il basso si carica di quella vena selvaggia e dirompente che latitava prima. In certi frangenti, mi sembra di immaginare come sarebbe potuto essere un live dei Minutemen. Menzione d’obbligo per il batterista D’Amico, irreprensibile base ritmica. Lo-fi, noise-pop, garage si alternano e intervallano tra un brano e l’altro e nel giro di tre minuti e mezzo al massimo. Alla struggente ‘Soul And Fire’ segue la funkeggiante ‘License To Confuse’, prima ancora la più convulsa ‘Beauty Of The Ride’ e via così, in un live di una ventina di brani che non stanca né stufa. Coerenti.

Eugenio Zazzara

Foto dell’autore

Condividi
Articolo precedenteBeady Eye: fine!
Articolo successivoJack Bruce – RIP

1 COMMENT

  1. Beh, erano vent’anni che aspettavo di vederli e non sono rimasto deluso.
    Anzi, qualche lacrimuccia malinconica mi è scappata…

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here