Scott Matthew @ Circolo degli Artisti [Roma, 24/Settembre/2009]

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Dopo aver fatto pagare un cospicuo tributo di frequenze ai timpani lunedì scorso coi Jesus Lizard, non disprezzo l’idea di tornare su passi e toni più sostenibili. Entro in sala e, mentre do un’occhiata al banchetto del merchandising, sul principio non mi accorgo neanche che la serata è già iniziata. Effettivamente stavo sentendo dei suoni in sottofondo, ma pensavo fosse un disco. In realtà, non c’ero andato poi troppo lontano. Mi avvicino al palco e vedo un tipo con indosso una maschera di non si sa bene cosa, accovacciato su un banco sistemato lì per l’occasione. Smanetta su un mixer, un portatile e qualche pedale, facendo diffondere dalle casse dei nastri preregistrati sui quali interviene con effettistica varia. In tutto questo, lui è al microfono e produce suoni a metà tra lamenti e litanie. Scopro in seguito che si chiama Estasy e che viene dallo Yemen (o più semplicemente da Roma… via Montecristo, ndr). La musica sui nastri risulta essere sempre abbastanza atmosferica e rarefatta, ispirata forse anche da quanto emerso dalla scena islandese. Tuttavia, tutta la cosa mi sembra un po’ fine a sé stessa: non mi sento particolarmente coinvolto da quello che dovrebbe essere un approccio psichedelico e, anzi, non posso fare a meno di lasciarmi travolgere dagli sbadigli. Insomma, la performance si fa piuttosto noiosa alla lunga, anche se noto gente che sembra presa dallo spettacolo, anche se non si capisce fino a che punto stiano scherzando o se le loro impressioni siano sincere. Il tutto si conclude con Estasy che si alza, srotola un mantello che sembra di carta alluminio sulle spalle, e se va con la boria di un faraone. Vabbè…

Di lì a poco sale sul palco il protagonista della serata. Scott Matthew si presenta in formazione a quattro elementi, lui compreso. Ad accompagnarlo, gli ormai stabili Marisol Limón Martínez alle tastiere e cori e Eugene Lemcio al basso e cori, più vari altri strumenti. Al posto dell’altra musicista di fiducia, Clara Kennedy, al violoncello troviamo un altro strumentista, dall’aspetto piuttosto serio, di cui purtroppo ignoro il nome. L’umore del pubblico è concentrato ma rilassato, grazie allo stesso Matthew che parla e scherza molto tra una canzone e l’altra. Si presenta con una giacca addosso che inizio a sentire caldo per lui: se la toglierà infatti dopo due o tre brani.

Il concerto inizia con ‘Dog’ dall’ultimo ‘There Is An Ocean That Divides And With My Longing I Can Charge It With A Voltage That’s So Violent To Cross It Could Mean Death’. Il brano, dall’andamento mertensiano, viene ben eseguito e conferma fin da subito che la voce del cantante non fa una piega neanche dal vivo. Questa sarà il vero elemento protagonista della serata -com’era giusto che fosse-, capace di riempire i vuoti e gli spazi che di quando in quando si vengono a creare. L’impostazione a quattro, infatti, conferisce ai brani uno stile più classico: questo gioca a favore dei pezzi più lenti e malinconici, che ci guadagnano in profondità e lirismo; d’altro canto, ne risentono invece in parte i brani più ritmati e solari, che perdono in spessore e ricchezza. Ecco perché il concerto raggiunge l’acme con la meravigliosa e accorata ‘White Horse’, di poco più lenta e quindi ancora più struggente, e con brani meditativi e dallo spleen accentuato come ‘Every Traveled Road’ o la title track. Invece, canzoni come ‘Thistle’ e ‘Community’ patiscono l’assenza rispettivamente dei fiati e di quella fisarmonica dalle eco parigine. Ciò non toglie che ne vengano fuori delle versioni di ottima fattura, grazie anche all’abilità dei musicisti e al carisma di Scott Matthew che, con la sua voce, ora flebile, ora irruente, ora appassionata e ora spensierata, riesce a tenere tutto sotto controllo e a dominare la scena. Inoltre, la sua contagiosa allegria fa sì che si crei una gran bella atmosfera, piacevole e distesa. Dal primo album vengono ripescati lo schizzo impressionistico di ‘Amputee’ e la confessionale ‘Little Bird’, ma l’attenzione è rivolta tutta al secondo, da cui si eseguono ‘Ornament’ con quel “you’ve seen”, che sa tanto del Bowie-Ziggy e con il cambio che, senza i fiati, assume contorni quasi surf, e la corale ‘German’. C’è anche il tempo per un inedito composto in pullman, in cui si apprezza il grande contributo ai cori della Martínez (gran bella voce, la sua) e di Lemcio. Ma l’australiano di stanza a Brooklyn lascia che ci sia spazio anche per un gran finale.

Dopo il tradizionale rientro sul palco, il quartetto esegue la nota ‘Upside Down’ e chiude con due cover magistralmente eseguite: un’emozionante ‘Harvest Moon’ (Neil Young), col solo Lemcio ad accompagnarlo e, da solo, un’inattesa versione quasi in sottovoce di ‘No Surprises’ (Radiohead), suonata dal solo Matthew. Esibizione generosissima e sincera da parte di un artista giovane ma già classico, e con tutte le carte in regola per continuare a emozionare e sorprendere.

Eugenio Zazzara

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