Scott Matthew @ Circolo degli Artisti [Roma, 21/Aprile/2008]

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Un lunedì da stringere forte intorno al cuore. La Primavera che ancora lascia spazio al buio e a brevi scrosci d’acqua. Le serate che preferisco. Tra rumorosi silenzi e sguardi sorridenti. Mentre la città indolente si appresta a dormire. Il Circolo degli Artisti è illuminato di rosso. Di luci rosse che donano al giardino lievemente bagnato un aspetto quasi irreale. L’allestimento richiama lo spettacolo teatrale “Dignità Autonome Di Prostituzione” (format di Elisabetta Cianchini e Luciano Melchionna) andato in scena nella Red Room del locale. Candelabri, lumini e teatranti con i costumi di scena che si aggirano come sinistri fantasmi dentro e fuori l’area. C’è molta gente. Ma sono da solo. Quando entro nella sala principale la timida Holly Miranda è già sul palco. Una grande chitarra se paragonata al suo fisico. Un attillato pantalone bianco. Una maglietta di Paula Abdul ed un paio di scarponcini neri. Acqua e sapone. La voce è melodiosa. Sottile. Lei che si divide tra Detroit, Brooklyn e il natio (?) Tennessee. Un breve set a supporto del suo recente ‘Threehouse By The Sea’. Il vociare della gente in fondo alla sala è, però, altissimo. La parte anteriore si è assiepata seduta in terra. Per cercare di carpire al meglio le soffuse dolcezze di una cantautrice potenzialmente pronta per il grande salto. Schiva. Ringrazia quasi sottovoce dopo essersi esibita anche al piano. Lascia il palco a Scott Matthew.

Sulla destra è stato lasciato un mazzo di fiori per il ragazzone australiano da tempo ormai adottato da New York. Pianista, bassista e violoncellista ad accompagnare l’autore della colonna sonora di “Shortbus” controverso, quanto meravigliosamente poetico, film di John Cameron. Matthew arriva sulla spinta di questa esperienza. E sulla curiosità viva di un album molto bello, omonimo, edito dalla romana Sleeping Star. La sala è ormai gremita. Ma il chiacchiericcio furastico non cessa. Scott Matthew entra con una palandrana freak che ben presto toglierà restando con una sorta di sciarpa clericale al collo. Un tavolino accanto alla sua postazione seduta. Un paio di bottigliette d’acqua ed una di vino rosso che provvederà a bere con larghi sorsi e larghi sorrisi. Parla un inglese molto stretto. Attutito dalla barba che ricorda quella di Cat Stevens convertito. Ai piedi una piccola chitarrina dal suono zuccheroso che suonerà nei brani meno intimi. Intimità appunto. L’atmosfera che ben presto cala e che ammanta le prime file ha il sapore della confidenzialità. Del tepore emanato da un amico che conosci da sempre. La voce di Matthew è appesa. In equilibrio. Misurata. Simmetricamente armoniosa. Meno baritonale se raffrontata con il corpulento Antony decisamente più ammaliante se raffrontata con il noioso Banhart. Il set è un piccolo affresco di compostezza musicale e immersione totale nella pieghe di un disco da scoprire. Matthew interpreta quei brani con una curiosa gestualità. E non importa se in alcuni frangenti sembrano somigliarsi tutti, non importa neanche che ‘In The End’ appare “tagliata” dalla claptoniana ‘Tears In Heaven’. Solo dettagli. Miseri dettagli che nulla tolgono ad un’esibizione sospesa. Che viene giustamente applaudita. Anche se le croniche maleducate conventicole laggiù in fondo non si arrestano Matthew continua nella sua opera di rapimento. Annuncia qualche brano. Presenta i suoi “terribili musicisti, nonchè amici”, spera di tornare presto a Roma, annuncia il pezzo di “Shortbus”, sorride, mentre la sua voce si alza a toccare le corde del cuore. Quando arriva ‘Surgery’ mi commuovo. Appoggiato lateralmente in prima fila. Nascosto da mezzo muro e da una transenna. “It’s love… It’s life…”. Prima dell’ultimo brano un siparietto divertente quando sale sul palco Wanda, una delle ragazze protagoniste dello spettacolo teatrale, che richiama con fermezza all’attenzione e invita i maleducati ad uscire dalla sala. Applauso a scena aperta e incredibile silenzio. Siamo alla fine. Apparente. Scott Matthew viene richiamato a gran voce. Il bis è a tre pezzi. Forse quattro. Seguirà anche il tris a due. Ma nel mezzo spicca il soave duetto con Holly Miranda. Solo voce e quel suono zuccheroso a fare da discreto sottofondo. Una cover di uno dei brani più celebri degli Smiths (‘Heaven Knows I’m Miserable Now’) reso (giustamente) quasi irriconoscibile. Siamo di poco oltre la mezzanotte. Mi allontano lentamente verso il fondo. Quella voce magnetica ha ormai accarezzato le pareti del locale. Volto le spalle. Mi giro a destra e su una bag in stoffa appesa allo stand del merchandise illumino una frase di ‘Little Bird’: “And I Am Absolutely True, I Love You”. Sorrido.

Emanuele Tamagnini

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