Sax Ruins + Ono Ryoko + Ruins Alone + Už Jsme Doma @ Sinister Noise Club [Roma, 15/Novembre/2013]

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Come li spieghi quei piccoli piaceri che assapori in serate da appassionato di musica a tutto tondo a chi non ne è avvezzo o, peggio, a chi ti guarda come se fossi un alieno? Certo, la pur buona IPA aromatizzata agli agrumi bevuta al bancone del Sinister Noise magari l’avrei trovata pure altrove. Ma il piacere del concerto in un piccolo e accogliente club come quello di via dei Magazzini Generali, di una serata per pochi appassionati dalle orecchie attente e curiose, come lo spieghi? E la gioia nello scoprire ancora nuova musica, proprio in loco magari? Addirittura un gruppo di pazzoidi in camicie da notte e cappelli (tranne il batterista in pigiama a righe) in attività da quasi trent’anni, dai tempi dell’Europa ancora divisa in blocchi: gli Už Jsme Doma (ovvero “Siamo a casa ora!”) dalla Repubblica Ceca sono eclettici e fuori di testa, probabilmente cresciuti ascoltando musica altrettanto folle, da Zappa ai Residents, negli anni della cortina di ferro. Tecnicamente preparatissimi, predisposti a tempi inusuali, ironici -avreste dovuto sentire i vocalizzi per introdurre alcuni brani, compresi i lamenti lagnosi finto-disperati! Freak nel segno di Zorn, Mr. Bungle meno rumorosi ante litteram, cazzoni avantgarde, felici di esser a Roma per la prima volta e felice il pubblico di averli visti in azione.

Un altro piccolo piacere lo colgo realizzando il viaggio che passa durante il cambio palco, dall’Europa Orientale in piena guerra fredda all’Impero del Sol Levante: artisti diversi, idee comuni. E pure là  genio e follia, decisamente abbondanti tra i miei ascolti provenienti dal Giappone, dai Boredoms alle Afrirampo passando per Melt Banana, Boredoms, Acid Mothers Temple (passati dal Sinister Noise tre settimane prima – leggi), Nissenenmondai. E Ruins appunto, schizofrenici tanto da esser musicalmente etichettati come “Zehul”, termine derivato dal kobaiano cioé la lingua inventata da Christian Vander dei Magma, la band di riferimento per i Ruins, con cui erano scritti e cantati i testi del gruppo francese. Il termine sta per “celestiale”, riferito a una proposta musicale in bilico tra prog e avant rock. Il titolare nonché unico membro rimasto del progetto Ruins è Tatsuya Yoshida e declina il marchio a seconda della serata e dei membri sul palco. Stasera il programma prevede un saggio del suo smisurato talento alla batteria, e dunque spazio a Ruins Alone, quindi un’esibizione solista della sassofonista Ono Ryoko, infine entrambi sul palco per una jam come Sax Ruins. Yoshida è tentacolare, disciplinato, preciso e instancabile come tanti degli strumenti nipponici visti all’opera negli anni ma un’esibizione in solitaria con una base tendente al prog metal rischia di diventare stucchevole per chiunque non sia un batterista, fortunatamente dura il giusto e si può solo applaudire a bocca aperta. La stessa Ryoko è funambolica ma io ho ancora negli occhi e nelle orecchie lo spendido concerto di Colin Stetson all’Auditorium (leggi), paragone impossibile da pareggiare per la giapponesina anche se fa impressione la sua velocità di esecuzione di scale esagerate, soprattutto perché sembra non prender mai respiro. Il set finale è delirio free-jazz-math-core, con botta e risposta tra i due strumentisti e i loro sfoghi di anarchia sonora controllata, coinvolgenti anche se a tratti forse un po’ slegati, del resto trovare un’equilibrio tra tecnica, complessità e una componente, vera o apparente, di libertà in note è sfida ardua ma i Sax Ruins ne escono fuori bene. E dunque applausi e un senso di soddisfazione uscendo dal Sinister Noise, ecco l’ultimo piacere di una serata così. Glielo spiegherò ancora a quelli là fuori, chissà se capiranno.

Piero Apruzzese

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