Savages @ Locomotiv Club [Bologna, 26/Febbraio/2014]

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Savages atto secondo. Ritorno sul luogo del delitto, ad una manciata di mesi dal mio primo concerto  al cospetto delle quattro signorine nerovestite. Allora Berlino (leggi). Ora Bologna. Allora estate. Platea e apertura importante. Performance diurna a cielo aperto. Ora inverno. Audience stipata. Venue di nicchia protetta da soffitti e pareti scure. In entrambi i casi, alla fine, si tratterà di set infuocato e all’arma bianca. Ma questo lo sapremo dopo, solo alla fine. Seppur lo si sospettava fin dal principio. Avevo voglia, davvero voglia di rivedere Gemma Thompson, Fay Milton e la mia favorita, Ayse Hassan. E Jehnny Beth, al secolo Camille Berthomier. Colei che, inequivocabilmente, è talmente calata nella parte, talmente efficace nel ruolo di frontman da sembrare…vera. E dico frontman non a caso. Perchè la pur fascinosa Beth ha in corpo più di qualche virile attitudine. Indossa più di qualche ombra non del tutto amorevole e gentile. Ben più di un maschietto che oggigiorno fa rock, per quel che valgono ancora le categorizzazioni, dovrebbe vedersi almeno un paio di canzoni dal vivo di questa all female band. E magari prendere qualche appunto. Perchè l’effetto domino del combo, una volta caduta la prima tessera, funziona davvero a dovere. Quello che fanno le Savages, questa caustica e sulfurea miscela di post punk e dark wave che picchia e batte in testa come un motore, che sferraglia come un telfer è figlia legittima e devota di un glorioso passato. E’ parto diretto di quel lustro santo e limbico a cavallo di settanta e ottanta tra Albione e Grande Mela che, quasi quattro decadi dopo,  trova eredi non solo nei primogeniti maschi ma, sorpresa,  anche nelle figlie che si pensavano da marito. I parenti acquisiti già lì, tutti in fila, pronti col corredo. E invece no. Lame e mitraglie al posto di gonne e velette. Niente Bouquet e pugni di riso. Le Savages, concettualmente e letteralmente, indossano i pantaloni. Sentendosi perfettamente, assolutamente a loro agio. E senza dimenticare mai chi sono. Senza dimenticare mai chi c’è, realmente, dietro il… trucco. 

Ironicamente, è al gig di apertura dei fratelli Adam & Sam Sherry che viene riservata, nell’economia della serata, la parte più morbida e, in qualche misura, più delicata. Un melange di chitarre dilatate, percussioni piene di spazio e lirismo quasi d’altri tempi. Il loro progetto, gli A Forest Dead Index, offre alla platea un set che nelle atmosfere a tratti ricorda certi non luoghi  targati Lynch e Badalamenti. 
E anche nel cantato, a volte, pare di sentire Julee Cruise. Bravi, misurati, ipnotici.

Acqua. Vapore. Dolci, pungenti nebbie. Prima dei lapilli di lava. Prima delle scintille, dei cavi elettrici recisi che penzolano dall’alto. Preceduto da una manciata di singoli e un EP live, l’unico album delle Savages, ‘Silence Yourself’, viene performato in lungo e in largo da quasi un anno ormai sui palchi di mezzo mondo. Chi va a un concerto delle Savages può aspettarsi (quasi) a scatola chiusa vigore, nervi e una strana, acida, algida sensualità. Sospetto che le quattro ragazze, offstage, siano piuttosto amabili e si facciano delle grandi, complici, materne risate. Ma durante il set la tensione – o per meglio dire, forse, la pantomima della tensione – riceve fedele e dedicata attenzione. E la maschera non cade mai. Dal primo all’ultimo pezzo. La Hassan suona il basso ad occhi perennemente chiusi, in trance onirica e perpetua. Le percussioni della Milton sono assolutamente presenti, vivide e determinanti. Le chitarre della Thompson davvero, davvero sforbiciano le frequenze come rasoi liquidi, confermando come il suono della chitarra elettrica ad alto volume sia, di principio, una delle invenzioni più grandi del ventesimo secolo.
E la Beth, già l’abbiamo detto, fa da gran cerimoniere per tutta la durata del rito. Per mia indubbia fortuna, ancora non ho del tutto chiaro se le Savages mi piacciano davvero o meno. E mi pare, questo, al di là delle evidenti e insidiose contraddizioni, un mutuo vantaggio. Da una parte c’è una band che, meglio di molte altre, sta riuscendo a coniugare un’apparentemente sincera urgenza comunicativa con altrettanta schietta coscienza performativa, degna del più consumato poseur. Dall’altra un fruitore, io, che ancora non ha capito bene il nome del gioco in cui è stato tirato dentro. Ma a quel gioco ci sta. E forse non è il solo. Certamente non lo sono stasera, a giudicare da quel mi accade intorno tra giovani e accaniti neoadepti, nostalgici stagionatelli e ragazze. Molte. Che  galleggiano chi nell’emulazione acritica delle ancelle devote, chi nell’invidia tipica e preconcetta delle scettiche che rosicano. Magari perchè i fidanzati accanto rosicano per tutt’altri motivi. Da ultima una fluttuante, tangibile, solida frangia inequivocabilmente saffica. Che fa poco o nulla per resistere e diffidare. Perchè le Savages ci sono, indubbiamente. Ma ci fanno pure. Diversamente, difficilmente si spiegherebbe il loro millimetrico e calibrato equilibrio on stage. La divisione perfettamente centrata dei ranghi. La loro guerriglia incessante. Il loro fronte in avanzata costante. Degno di un meccanismo oliatissimo, di un reggimento veterano.

Soprattutto, quello che passa e vince è l’attitudine. L’idea. Il manifesto da movimento culturale azzarderei. Che diventa autorevole, credibile e apprezzabile soprattutto nell’insieme. Ben oltre i singoli elementi. Le canzoni, ad esempio. Non sono esattamente tutte indimenticabili. Te ne accorgi quando senti quelle più centrate, dove scatta decisamente un clic in un’altra direzione. Titoli come ‘Waiting for a Sign’, ‘Husbands’, ‘City’s Full’, ‘I am Here’, ‘Strife’, ‘Shut Up’, ‘She Will’, ‘Flying to Berlin’ lasciano il segno più profondo. E resta comunque questione di gusti e dettagli. Perchè anche No Face e compagnia bella fanno la loro porca figura in termini di muscoli . Ma quel che conta e vince, ripeto, è il manifesto di queste quattro ragazze. Piedi e radici ben piantati nei libri di storia. Sangue giovane, bello e famelico. Sguardo dritto verso il sol dell’avvenire. E la lezione del passato. Imparata talmente bene da sembrare quasi vera. Anche oggi. Anche qui. Ancora non ho del tutto chiaro se le Savages mi piacciano davvero o meno. Ma credo continuerò ad andarle a cercare. Con la segreta speranza di non risolvere il dubbio. E la certa tentazione di voler comprendere il rompicapo. Ancora una volta. Al prossimo concerto.

Giuseppe Righini