Savage Republic @ Init [Roma, 23/Gennaio/2008]

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Il freddo del nord. La giusta cornice invernale.

Si apre così una serata da ricordare. La serata del ritorno dei seminali Savage Republic. A diciannove anni dall’ultimo album di studio. Dopo la Grecia, Bologna e Potenza e prima di Milano. L’Init è la casa perfetta per la demolente trance dark post punk tribale del quintetto di Los Angeles. Che ha il cuore pulsante nei membri Thom Fuhrmann, Greg Grunke e Ethan Port – tutti entrati in line up nel 1983 – tre anni dopo circa la fondazione della band avvenuta per mano di Bruce Licher (formerà in seguito gli Scenic) come Africa Corps. Dallo scioglimento del 1989 ritroviamo il trio insieme a Jack Housen e Alan Waddington a supporto del monolitico ‘1938’ edito dalla Neurot Recordings.

Mentre allestisco un tappeto sonoro a base di no-wawe, new wave, post punk e punk funk della bella epoque i nostri hanno appena terminato il soundcheck e si dirigono a cena. Sono le 22 circa. Il fluire della gente è compatto. Ci sono attempati avventori che quell’epoca l’hanno vissuta in totale immersione. C’è uno di loro, con un vistoso cappello da semi-safari, che ha una sporta piena di LP originali dei SR. Autografarli sarà evidentemente la sua missione. Ci sono molti che sono venuti da soli. Per amore e fedeltà ad una band “superiore”. Molte ragazze in nero. Due nerd riconoscibilissimi come Aguirre e Natale tutto l’anno. La sala Disc@bar è ormai piena. Intorno alle 23 fa capolino dall’entrata principale, di ritorno dalla cena, il cantante/bassista Thom Fuhrmann. Avevo avuto il piacere di intervistare lui e Port un paio d’anni fa in occasione della pubblicazione Guida Discografica New Wave. Disponibilità massima. Da lì in poi è stato un continuo mantenersi in contatto. Con la speranza di averli presto nel nostro paese. Poi un messaggio di qualche settimana fa riportava testuali parole: “Sarebbe carino se fossi tu a mettere un po’ di dischi la sera del nostro concerto a Roma”. Come potevo dire di no a cotanta meraviglia? Thom si avvicina mentre sfoglio una copia del magazine :Ritual: con all’interno una recensione + approfondimento del nuovo album. “Immanuel?”. La gentilezza dei professionisti. La mentalità diversa. La dedizione e la cura ad un lavoro (quello degli altri soprattutto) che non ha eguali. Io odio la scena italiana nella sua quasi totalità. Adoro il rispetto reciproco. Odio le finte star. Gli arrivati senza gavetta. I bronci da filosofo con alle spalle un demo e una ciabatta. Thom mi racconta dei concerti di Bologna (75 persone) e di Potenza (100 persone, “un posto piccolo ma la gente era giusta”). Di quelli in Grecia (“totalmente fuori di testa!”), di come alla dogana dell’aeroporto romano gli siano stati “bloccati” alcuni colli con il merchandising. Per questo il loro banchetto è scarno e approntato con il poco rimasto nel furgone. Contento e sorridente quando gli dono la rivista di cui sopra. Mi chiede se la recensione è buona. Sfoglia e si ferma su Siouxsie (“Questa foto è ritoccata al computer ma lei è sempre bellissima”), su Dave Gahan (“A Los Angeles viene a bere e a sniffare!”) e sugli Einsturzende Neubauten che approva con una semplice smorfia del viso. Si è appena lavato i denti e attende che i suoi compagni tornino dalla cena. Ora girano i Konk, poi i Liquid Liquid e quindi i Maximum Joy.

Intorno alle 23.30 i Savage Republic sono al completo. Ma c’è ancora spazio per l’incredibile gentilezza di Thom che mi presenta il batterista Alan Waddington che nonostante la sua età non più giovanissima ha gli occhi vispi e furbi. Larghi sorrisi. Abbasso i cursori. Il viaggio sta per iniziare. Sul palco l’immancabile fusto di metallo pezzo percussivo aggiunto e marchio di fabbrica indelebile. Il segno del mai sopito tribalismo sonoro. L’avvio strumentale è oltremodo esemplificativo di quello che oggi sono i SR. Integri artisticamente. Lucidi musicisti alle prese con il superamento musicale del (personale) quarto di secolo. La chitarra lancinante di Port si erge ad asse portante. Penetra cerebralmente suadente. Una ipnosi dei sensi. A cui fa seguito subito materiale del nuovo album. Thom mi aveva parlato di quindici pezzi (orientativamente) preparati per il live set. Dopo il secondo brano Ethan Port lascia la chitarra per aggredire il fusto. La sostanza in più che fa scattare l’esibizione verso vette di manifesta superiorità. La gente muove rapita la testa. Sotto palco c’è chi muove anche il corpo. Chi cattura digitalmente quei momenti di danza post-industriale. Di kraut rock commisto alla psichedelia. Di semplice scarnificazione del battito cardiaco. La profonda ed evocativa voce di Fuhrmann si assesta vicino alle neurotiche performance di Jeremy Coleman (ricordate che i Killing Joke sono più vivi che mai) rendendo cupa un’atmosfera già nera in partenza. Ringrazia, manda baci e riprende a dettare il tempo ai compagni. Il giorno dopo è ormai arrivato. Ma nessuno ha voglia di rendersene conto. Ho dimenticato le chiavi di casa. Non ho più credito con la compagnia telefonica. Chi mi aprirà la porta a notte quasi fonda? Negli occhi ho ancora i cinque californiani. Nella testa un viaggio di classe superiore. Prendo il tascapane e fuggo. Devo battere il tempo del sonno familiare. Lasciando il cuore tra i lettori dell’Init. Unici. I Savage Republic.

Emanuele Tamagnini

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