Savage Republic @ Init [Roma, 19/Gennaio/2010]

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Diciotto anni di silenzio. Poi il ritorno, massiccio. Da tre anni, ovvero da subito dopo l’uscita di ‘1938’ (datato 2007), i Savage Republic passano a Roma. Puntuale, come il freddo di gennaio, il quartetto californiano fa capolino per la terza volta da uno dei due lati di via Casilina Vecchia. E puntualmente, un numero non esagerato, ma comunque significativo, di adepti risponde all’appello. Noti come gli inventori della trance californiana, ovvero un miscuglio pressochè unico di psichedelia, post punk e krautrock impastati con avanguardia e tribalismo nero, i Savage Republic di Ethan Port e Thom Fuhrmann confermano ogni volta il loro piglio austero, quel basso profilo senza fronzoli e dalla battuta ruvida che accentua l’efficacia del pugno allo stomaco (e al cervello) che ogni loro live non manca di sferrare. Si aggira nel giardino dell’Init, il cantante/bassista Thom Fuhrmann. Sguardo cupo e bellicoso, che è forse solo l’altra faccia della poca compiacenza che caratterizza la Repubblica Selvaggia in generale, anche nella loro musica, lontana anni luce da compromessi e sorrisi di circostanza. Chissà come fa a stare a maniche corte con sto freddo. Merito, forse, dei vecchi tempi passati a suonare nel Mojave?

Orfani, in questa loro seconda vita, del deus ex machina Bruce Licher, meno tribali rispetto ai tempi di ‘Tragic Figures’ e più kraut-psichedelici – in stile ‘Jamahiriya’ ma più metallico – i quattro di Los Angeles rimangono inossidabili nel fare dell’aspetto strumentale il leitmotiv dominante della loro performance. Immancabile il fusto Repsol affidato alle percosse di Ethan Port. Immancabili le cavalcate chitarrose, acide o lancinanti. Immancabile l’atmosfera cupa, che qualcuno definisce monocromatica e piatta all’inizio e più ispirata nella metallurgia teutonica (non a caso Reynolds li definì gli Einstürzende Neubauten della West Coast) della seconda parte. Per chi ama l’onda anomala più oscura e meno poser; l’industrial suonato e non sinteticamente algido; l’ossessività di grida primitive e ritmi estatici, non a caso precursori di danze metropolitane chiamate “trance”. Per chi ama farsi ipnotizzare, non da richiami fluidi ed eterei, ma da cerimonie pagane sinistre e politicamente scorrette; per chi ama ciondolare la testa mentre un suono atavico si insinua negli arti e li fa muovere (quasi) a tempo; per tutti loro c’è spazio sotto al palco. Si muovono scompostamente e, in quest’occasione, sono i personaggi meno fuori luogo di tutto il pubblico. Potrebbero essere gli amici ideali di Alan Waddington, ad esempio. Con quella camicia dalle fantasie improbabili e, poi, il torso nudo che impietosamente segna il tempo passato, offre espressioni facciali quasi spiritate, picchiando sulle pelli come fosse posseduto. Si accosta perfettamente al ghigno demoniaco di Fuhrmann e bilancia l’impermeabilità glaciale di Kerry Dowling, chitarrista-bassista dall’appeal tritatutto di un carro armato. Riconosco il brano che preferisco (dall’album che preferisco), ‘Next to Nothing’ dall’esordio ‘Tragic Figures’ dell’82, la percussività epica di ‘Mobilization’, i confini assolati di ‘Andelusia’, il brano definitivo (e immancabile) ‘Viva La Rock’n’Roll’ e qualche pezzo da ‘1938’. Riconosco i Savage Republic in forma come sempre, schivi e, a modo loro, visionari come solo una band californiana sa essere.

“L’Init ci ha richiamati e non potevamo mancare”, a inizio concerto, aveva ripreso il filo del discorso da dove l’aveva lasciato un anno fa, al Circolo, Thom Fuhrmann. Una band che è un pezzo di storia, che ha sperimentato, inventato un genere e creato delle sonorità che combaciano, irreversibilmente, col suo nome; una band, va ripetuto, integra e coerente, sebbene con qualche cambio di formazione tra una vita e l’altra; una band che va sempre e comunque omaggiata, sebbene praticamente misconosciuta ai più. Una band che, forse, ha nel suo punto di forza e debolezza quello di essere sempre uguale a sé stessa. E che per questo, va detto – almeno per chi scrive – sarebbe controproducente rivedere per la quarta volta di fila a distanza di 12 mesi. Si cercherà, invece, di non perdere il prossimo concerto de i Sea Dweller, band romana (azzardiamo il termine) shoegaze in apertura, lisciata per un soffio e, a detta di qualcuno, con dell’ottimo materiale nuovo da far ascoltare. Chiediamo scusa, con la speranza di diventare, un giorno, più puntuali.

Chiara Colli