Savage Republic + Carla Bozulich @ Circolo degli Artisti [Roma, 20/Gennaio/2009]

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Un anno dopo. Los Angeles-Roma andata e ritorno. Un nuovi mini tour italiano per uno dei nomi di punta del post punk americano. Quello che non c’è più. Quello della fine degli anni ’70. La California come centro di smistamento della sperimentazione sonora. I Savage Republic e la loro mistura che qui in Italia veniva chiamata trance. Un anno dopo ‘1938’. Cambia la cornice del club.

Il Circolo è chiamato ad ospitare l’accoppiata che vede protagonista anche Carla Bozulich (non la chiamiamo per convenzione Evangelista) di ritorno anche lei a poco più di un anno dalla venuta romana (vedi link). Quando ancora la gente deve ambientarsi sale sul palco il batterista/percussionista Ches Smith. Un curriculum vitae impressionante (da Xiu Xiu a Trevor Dunn per finire a Fred Frith), alta considerazione in ambito jazz, recentemente alle prese con il progetto ‘Congs For Brums’. Ma la spocchia del musicista toglie interesse al suo set. Uno studentello imbronciato che – come diremmo a Roma – se la sente caldissima a cui piace dimostrare e fare sfoggio di quanto sia incredibilmente bravo. E bravo, per carità, lo è davvero. Ai limiti del magnifico/mostruoso.

Incontro finalmente Aguirre. Che sarà parco di aneddoti riguardanti storia contemporanea e recenti percosse di fine anno. Con lui addosso alla transenna per attendere la Bozulich, che rispetto al precedente concerto capitolino, ha stravolto la sua band (alla batteria c’è Ches Smith, se non lo avevate capito) tranne che per il maestro Francesco Guerri al violoncello. Carla è stralunata. Abbastanza “fuori”. Sorridente. Un piccolo problema ai cavi della sua chitarra lisa fanno ritardare l’inizio. Non si ricorda le parole, la scaletta, chiede lumi ai suoi compagni. La partenza di ogni brano è rumorosa. Disturbante. Prolissa. Poi si aprono accelerazioni improvvise dove la voce dell’artista americana diventa evocativa, straziante, lancinante. Smith è una macchina. Potente. Fa ancora bella mostra del suo repertorio di facce da cazzo e tocchi percussivi sopraffini. Ma la band si lascia andare a troppa prosopopea. E’ indubbio come la Bozulich, assieme a Thalia Zedek e alla Kristin Hersh, sia una delle artiste più tormentate e disturbate in circolazione. Forse meno convincente se paragonata al Novembre del 2007. Forse.

I Savage Republic hanno portato in valigia un ottimo assortimento merchandise. Ristampe cartonate apribili a quattro alette dei loro dischi passati. C’è di tutto. Acquisto da Ethan Port, che ricorda il mio nome per vicende giornalistiche passate, il primo seminale album del 1982. Poi è il loro turno. Il solito fusto Repsol, il faccione di Thom Fuhrmann, il vecchio drummer Alan Waddington e un rossiccio Kerry Dowling alla chitarra. Fuhrmann inizia così: “We are Savage Republic from Los Angeles and we have a new president… finally!”. Applausi. Buona l’affluenza. Si parte proprio col passato. Ecco ‘Procession’ dal sopra citato ‘Tragic Figures’. Ma come sottolineamo tra amici, oggi i SR sono comunque distanti da quegli esordi post punk tribali. Protagonisti differenti rispetto all’originale incarnazione e tempi che inesorabilmente cambiano. Integri certo ma ora i riferimenti sonori si assestano su un compendio di dark wave psichedelica con chiarissimi richiami kraut. Profondi sempre. Picchiano che è un piacere. Poi ad un certo punto un idiota pensa bene di sputare due volte sul palco. Il quartetto non se ne accorge. Il beota sorridente decide allora di bersi un drink e gettare il bicchiere con il ghiaccio ancora una volta on stage. A fine pezzo Fuhrmann si ferma e chiede chi sia stato. Egli alza le mani felice dichiarandosi. “You’re punk!” dice il cantante/bassista e di risposta ottiene un “You suck…” che non fa in tempo a finire perchè Thom gli si avvicina minaccioso dopo essersi tolto il basso. Lo sfida e poi lo invita ad andarsene fuori, scusandosi con il pubblico. Grande!

Il concerto continua con pezzi tratti dall’ottimo ‘1938’. Disco oscuro e tremendamente riuscito. Porth si alterna tra fusto e chitarra. In alcuni momenti è vero kraut rock, in altri vera wave. Prima del finale, per sopraggiunta stanchezza, abbandono lasciando Aguirre in solitaria attenzione. Che scrive quanto segue.

Gli ultimi tre pezzi sono stati una cover dei Cure (‘Hangin Garden’: Phil Spector all’inferno, ma suonato dagli aguzzini), ‘1938’ dall’ultimo album e ‘Viva La Rock’n’rolla’. E sull’incedere ubriaco di quest’ultima, il fagianotto molesto pensa bene di provare a prendere una bottiglia di acqua sul palco, tentando di scavalcare le transenne. Prima il buttafuori lo acchiappa e lo allontana nell’altra stanza. Poi il frontman dei SR interrompe il bis (mentre i suoi compagni continuano a suonare) e deve averli raggiunti sul retro.

Emanuele Tamagnini + la fondamentale chiusura di Carlo Fontecedro

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