Santo Barbaro @ Vecchia Stazione [Forlì, 14/Novembre/2014]

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La prima volta che visitai Barcellona, in un pomeriggio di molti anni fa, la osservai a lungo dall’altezza di Parco Güell. Sembrava una pentola che bolle, di quelle col coperchio leggero ed acciaccato che rischia di essere disarcionato dal calore da un momento all’altro. Questo mi pareva, vista da lassù, Barcellona. I rumori smorzati ma distinti. Il caldo lontano ma percepibile. La vita distante ma pulsante. Il panorama di una città guardinga, ma desta e vegeta. Un vulcano in attesa. Non so perchè, mi ritorna in mente quel pomeriggio, questa sera. Sono a Forlì, alla Vecchia Stazione, in occasione del release party del nuovo album dei Santo Barbaro che guarda un po’, si intitola ‘Geografia di un corpo’. Lavoro urgente e deciso, nato dalla convivenza da comune di nove musicisti riunitisi nell’estate scorsa per un pugno di giorni al Cosabeat Studio di Villafranca, in quel di Forlì. Là, sotto la guida dei due componenti titolari del progetto, Franco Naddei e Pieralberto Valli, i Santo Barbaro sono mutati ancora, hanno cambiato pelle, registrando in presa diretta le 11 tracce del nuovo, inatteso lavoro e rivelando una fisicità e un vigore che fa da perfetto, complementare contraltare al precedente, eccellente ‘Navi‘. Sfrondati cieli e foreste, disertati i sentieri agresti dell’inverno intimista e innevato di quel disco fatto a quattro mani i Santo Barbaro cedono il passo al nuovo ‘Geografia di un corpo’, opera umorale e corale dalle forze quintuplicate che azzarda e rilancia il discorso piuttosto che gettare la spugna. E fanno benissimo. Perchè il destino, camaleontico, non ci compete. Né si ferma e governa. Basti guardare le differenti sfumature dei loro album ancora precedenti, ‘Mare morto’ e ‘Lorna‘. Basti fidarsi delle parole di Pieralberto quando, in una delle nuove canzoni, dice ‘non credo agli uomini ma agli eventi’. Con ‘Geografia di un corpo’ ne è uscito, oggi, un disco manifesto per autoinvestitura, forte e raffinato, che incorona con ardore e giustificato ardire  la propria terra come il centro musicale e culturale del mondo tutto. Almeno in questo istante di vita della band. Forse non è un caso che al guado di ‘Corpo non menti’, primo singolo estratto dall’album, campeggino forti e fieri i versi ‘Romagnia mia capitale, geografia vaginale’. Casa. Della carne e della Musa. Dove tutto principia. Dove tutto torna, ritorna e riprende.

Musicalmente parlando c’è poca Italia, a dire il vero, sulla mappa di questo album e relativo live act. E quella più evidente ronza intorno alla gloriosa Linea Gotica di battaglie, suoni e parole che tanto, in passato, ha insegnato e disseminato di canzoni e proiettili proprio l’Emilia e la Romagna. E da queste parti, stasera, si ringrazia ed assimila. Fedeli e sinceri, certo. Non solo rossi consorzi, comunque. Troviamo anche le ciminiere e i cementi di Manchester. Gli abissi del cosmo e quelli delle miniere di Perticara. E i cieli dublinesi degli U2 quand’erano ancora infanti e immensi. Ci sono, ci sono. E chi di voi non lo ammetterà è un baro, uno spergiuro. Si va così, per tutte le tracce dell’album snocciolate una via l’altra durante il set, in un fertilissimo incesto anglo nostrano, che davvero, davvero, fa di questo disco e questa sera un luogo bello e un momento prezioso. Sul palco, sette elementi. Naddei ai synths. Michele Bertoni alle chitarre. Lucia Centolani e Matteo Teio Rossetti a batteria e percussioni. Francesco Tappi e Roberto Villa ai bassi elettrici. Doppia sezione ritmica, si. Giusto per non farci mancare niente e mettere subito in chiaro le questioni. Mancano solo Diego Sapignoli e Michele Camorani, ulteriore ritmica presente in studio. E davanti a tutti, dentro tutti, c’è la voce e i versi di Pieralberto Valli. E le sue danze sghembe ed elicoidali. E una Telecaster presto ammutinata ed abbandonata ai piedi del pubblico. Pubblico caloroso e presente, attento e rapito. I titoli dei brani, alcuni loro versi chiave (fatevi un favore e andateveli a cercare, con calma, con attenzione), sono delle scialuppe perfette per un  viaggio lirico che forse per Valli non era mai stato così scheletrico ed essenziale. Non per questo fragile. Tutt’altro. C’è la forza e l’ingegno della tela di ragno nei testi di questo disco. C’è una città pronta ad esplodere nel sound, nei concerti e nei giorni a venire di questa band. Siatene tutti più che persuasi. La cosa è lampante a giudicare da quel che s’è visto stasera. A giudicare da qui. Proprio come Barcellona, vista dal terrazzo di Gaudì, certi pomeriggi.

Giuseppe Righini

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