Saint Vitus + Orange Goblin @ Init [Roma, 19/Ottobre/2014]

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Si è fatto un gran parlare, almeno sulle reti sociali, di questo live, in virtù soprattutto del ritorno sulle scene degli immarcescibili Saint Vitus. In realtà, la band americana si era riunita nel 2008 per poi imbarcarsi in tour l’anno successivo, in formazione originale a eccezione del batterista Armando Acosta. Ma, che io sappia, non tornavano giù per lo stivale da un po’. Ad aggiungere sale quanto basta, il tour si incentra sull’esecuzione integrale di ‘Born Too Late’, terza uscita discografica del combo e, senza forse, la più celebre. Ciò spiega l’affluenza corposa della fratellanza del metallo, accorsa in divisa d’ordinanza ad assistere all’esibizione di uno dei capisaldi del doom. E mette forse leggermente in ombra la band incaricata di aprire il live, i cazzutissimi Orange Goblin che, dall’alto del ventennale o quasi di carriera, rendono i doverosi onori ai padri ma mostrano anche orgogliosamente le proprie insegne. Personalmente, non ho remore nel dire che sono venuto principalmente per loro, che, dopo i Kyuss, annovero tra le formazioni “figlie” che più in alto han portato il vessillo dello stoner, con alcuni brani grezzi e insolenti come si deve. Che poi gli OG non sono solo stoner, ma vabbe’, sarebbe lunga. Veniamo al dunque.

Congregazioni e confraternite sono religiosamente raccolte in drappelli e pattuglie, ognuna con le insegne del proprio casato (Black Sabbath su tutti, ma anche magliette di Cathedral, System Of A Down, Deep Purple e compagnia cantante). È bello vedere come l’appartenenza sia ancora così messa in mostra, tanto che mi sento un po’ un pesce fuor d’acqua, così anonimamente vestito: praticamente, un apostata. Ma qui dentro batte ancora un cuore ruvido che aspetta, dopo lo Stoned Hand of Doom di due anni fa sempre qui all’Init, di rivedere una band sempre apprezzata. Ed eccoli che, poco prima delle 23, gli Orange Goblin fanno il loro ingresso in scena. Per Ben Ward, più che di ingresso, bisognerebbe parlare di irruzione. Quest’omone di più di due metri di altezza e dello spessore di un armadio in quercia a due ante, è il vero trascinatore della serata. Dal suo sguardo azzurro e fulminante saetta il coinvolgimento, la sete, il fomento: alza entrambe le braccia in alto, in una posa diventata ormai classica, fa air guitar, abbranca l’asta del microfono come un tronco di sequoia, scherza e pungola gli altri. John Hoare, al suo fianco, sembra un elfo, al confronto. Completano la formazione Martyn Millard al basso e Chris Turner alla batteria. Nonostante la recente uscita del nuovo ‘Back From The Abyss’, al nuovo capitolo vengono dedicati solo un paio di brani, con la scaletta ormai consolidata che pesca volentieri dal passato. E quindi ecco sfilare in pompa magna le varie ‘Scorpionica’, ‘The Fog’ e ‘Saruman’s Wish’, tra le altre. I due momenti che preferisco sono senza dubbio ‘They Come Back (Harvest Of Skulls)’, in cui Ward rivela la propria passione per l’horror italiano d’autore, citando i nostri Dario Argento e Lucio Fulci tra le proprie fonti di ispirazione, così come i Goblin sul fronte musicale. L’esecuzione è micidiale, col frontman che, a mo’ di zombie, ingloba tra le sue braccia possenti il povero Hoare, che scompare letteralmente dalla vista. E poi il finale. La doppietta ‘Quincy The Pigboy’ e ‘Red Tide Rising’ è un uno – due inarrestabile, che chiude questa miscela esplosiva di hard rock, stoner, hardcore e doom nel migliore dei modi. La foto di rito che fa il paio con quella di due anni fa è d’obbligo, anche sfidando la pazienza dello scontroso ma stanco Millard.

Il cambio palco detta i tempi e gli headliner non si palesano prima di mezzanotte inoltrata. Devo dire che li avevo pre-giudicati male, i Saint Vitus. Nelle ore di “studio” ho ascoltato perlopiù i primi due dischi e, lo ammetto, ho avuto difficoltà ad arrivare in fondo. Più che la cadenza elefantiaca e la lentezza dei brani (il doom è abbastanza di casa, qui), a rendermi insofferente nei loro confronti sono stati soprattutto i suoni, il missaggio dei primi dischi. Pur senza contestare il loro status di pionieri del genere, ho trovato moscio e senza mordente quel sound molto basico e primitivo, privo di asperità né d’altronde forte della “mazzata” che, anni dopo, band come i Neurosis ci dimostrarono possa uscire da questo genere. E invece, col cavolo. I primi brani del live sono quelli con i bpm decisamente più alti e i ritmi risultano assai sostenuti. Si balla quasi e si sente un suono finalmente bello potente, per esempio con ‘Living Backwards’ ma, soprattutto, con ‘War Is Our Destiny’. Nella seconda parte del live, inizia la parte dedicata a ‘Born Too Late’ e i ritmi si abbassano decisamente. Il titolo dell’album tradisce una nostalgia di un passato assorbito in modo quasi maniacale: l’influenza dei Black Sabbath è praticamente totale ed è ovunque. Dave Chandler, alla chitarra, sembra un Santana allucinato, con i capelli bianchissimi e la bandana tamarra, mentre Scott “Wino” Weinrich è un tutt’uno col microfono, eretto come un totem. Il bassista Mark Adams è invece tra le persone più ferme e immobili che abbia mai visto. Tutto considerato, l’impressione dal vivo è decisamente migliore, ma rimangono le perplessità, che la ripetitività e monotematicità dei riff non aiutano a scalfire. Lieto di aver visto una band storica, ma poi grazie e passiamo ad altro. Quanto agli Orange Goblin, possono anche suonare col fustino del Dash e io sarò lì a stendere i panni.

Eugenio Zazzara

Foto dell’autore

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