Ryan Adams + Karen Elson @ Auditorium [Roma, 11/Luglio/2017]

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Parlare di (David) Ryan Adams è come addentrarsi timorosi in un testo di letteratura. Uno di quelli che non ti fanno dormire la notte, uno di quelli che ricorderai anche in età adulta. Perchè il 42enne confederato di Jacksonville è da tempo ormai un eroe americano, un colosso. Siamo dunque ai confini con la leggenda. Uno dei più autentici, pregevoli, importanti e considerati artisti di una generazione che per convenienza anagrafica potremmo tranquillamente chiamare “della seconda metà degli anni ’90”. Cantautore prolifico come pochi, intensi e poeticamente alti, tra i più sinceri che la terra statunitense abbia mai partorito negli ultimi 25 anni. Anima e carattere tormentato, non solo per quella sindrome di Menière che lo affligge ormai da anni, cresciuto in una città all’epoca ricolma di basi militari (il nonno aveva combattutto laggiù in Corea), abbandonato dal padre in tenera età, dopo il metal la scelta del country. Aspettative troppo alte (degli altri, della stampa) per i grezzi Whiskeytown (tre dischi da avere con lo sguardo rivolto al passato) e una vita in bilico, dentro i soliti pericolosi “tunnel” (la scelta di un ritorno a casa, dalla nonna, dopo gli anni tra New York e Nashville, dopo la disintossicazione). Ma Ryan Adams è già una star e i suoi album (quasi tutti) dei meravigliosi gioielli che andrebbero fatti conoscere ai propri figli, ai propri cari, ai propri amori. Quell’amore che Adams (ri)trova assieme a Mandy Moore dalla quale però divorzia nel 2016 dopo più di sei anni di matrimonio. Un “dolore” che riversa tutto per intero nel nuovo ‘Prisoner’, splendido racconto intriso di malinconia e sofferenza (“one of Adams’s most sonically artful albums to date”) che finirà direttamente nella personale Top 5 di fine anno. Comprenderete allora i perchè della mia sincera devozione verso questo ragazzo colorato di jeans, neanche fosse un personaggio di un fumetto con quei capelli a ricoprire gli occhi in una sorta di naturale protezione, con una carica, una vitalità, un’energia difficili da ritrovare altrove se parliamo di lirismo e chitarra. La serata è di quelle perfette. Dove a combaciare come in un incastro magico ci sono la location, l’orario, l’atmosfera, l’estate e l’apertura destinata alla bellezza griffata Karen Elson. Un altro di quei libri da sfogliare e studiare, per raccontare e non dimenticare. Sono emozionato. Restate con me.

Alle ventuno in punto appare l’artista inglese (oggi 38enne), che non ha perduto nulla del suo fascino ammaliante, dentro un vestito di rose, la pelle bianchissima e una voce cristallina che cattura poco alla volta. Karen Elson è accompagnata da chitarra, violino e arpa, a promuovere il secondo album ‘Double Roses’ (prodotto da Jonathan Wilson) arrivato sette anni dopo quel debutto che aveva avuto le cure dell’ex-marito Jack White. Una manciata di pezzi lungo circa trenta minuti che si fanno portare via dal vento delle murder ballads, tra profumi intensi e Americana, come in un film di Robert Altman. Grazia ed eleganza. Il cambio di palco è veloce e sembra di stare sul set di un’altra pellicola. Un docufilm che racconta le gesta di qualche band sudista. La crew di Adams è America vera. Sul palco due tigri, due gatti, una bandiera americana, una piccola piramide di televisori, un attaccapanni e un cielo stellato. Il colpo d’occhio dell’auditorio, però, è mesto. In rapporto allo spazio c’è davvero poca gente, inspiegabilmente un pubblico decisamente “over”, incredibile se si pensa che su 20 date europee Ryan Adams colleziona ben 16 sold out. Ma questa è Roma, certo. E non può essere la concomitanza con altri concerti a spiegare questa poca affluenza. Onestamente vorrei comprendere: che idea vi siete fatti di Ryan Adams? Pensate sia un artista country? Un noioso interprete di brani “rock”? Un signor nessuno troppo poco “indie”? O così troppo legato alla tradizione “Americana”, quella che ignorate completamente, che vi spaventa solo sentirne parlare? Ryan Adams fortunatamente non è nulla di tutto questo.

Oltre due ore di concerto, venticinque brani senza risparmio, una (unknown) band giovane ma con un mood e un affiatamento pazzeschi, una scaletta a dir poco clamorosa, nessuna interruzione, nessun cenno (vivaddio) di interazione con il pubblico, un timido “thank you” solo dopo l’ultimo brano (e ringraziamento ormai sui titoli di coda), un sound corposo, che avvolge l’aria e rapisce. L’annuncio iniziale dello speaker ricorda ai presenti di non scattare foto con il flash che potrebbero causare un attacco epilettico all’artista, dunque si viaggia quasi in rigoroso silenzio, catturati da questo corpo un po’ paffuto ma magnificamente presente. Un cambio di chitarra praticamente a ogni canzone, talento mostruoso, che lancia la serata con il personale singolo dell’anno (‘Do You Still Love Me?’), uno start torcibudella ad aprire la pista di un set perfetto. Troveranno spazio anche alcuni “omaggi” al periodo con i Cardinals, in un’alternanza di perle e colpi al cuore, due gli ingressi del “diavolo”, tormenti e turbamenti, lunghe code, brevi sussulti, lo spirito di Neil Young che scende a patti con quello di John Mellencamp. Il cielo diventa bellissimo, le stelle si colorano di blu, da ‘Prisoner’ in poi siamo all’eccellenza vera. I circa venti minuti della jam finale poi, da ‘Peaceful Valley’ alla rutilante ‘Shakedown On 9th Street’, fendono e stendono in maniera definitiva. Ryan Adams è gigante assoluto, uno dei più veri, uno dei pochi, uno degli ultimi. “I listen to Ryan Adams because I love Satan”.

Emanuele Tamagnini

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