Russian Circles @ TNT Club [Milano, 19/Marzo/2010]

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Non è passato nemmeno un mese dalla sua apertura e finalmente oggi riesco a vedere il TNT, club nato all’interno di una ex officina circondata da palazzi. Locale di chiara ispirazione americana con un biliardo e comode poltrone un po’ ovunque. Ambiente rilassato ed un bancone che offre una scelta per l’abbeveramento piuttosto ampia. Il piccolo palco del locale è in un angolo, circondato da ampie vetrate che danno su un cortile interno. Suggestivo ed anche un po’ preoccupante, facile prevedere problemi di vicinato e dei volumi piuttosto limitati, confermati da un impianto non proprio all’altezza. Comunque sia incrocio le dita, di locali live a Milano ce ne sono ben pochi. Nonostante la concomitanza di 16 e Orange Man Theory al Leoncavallo, di gente ne arriva parecchia e quando i tre Russian Circles saltano sul palco siamo discretamente pressati. Purtroppo nel locale ci sono ancora delle migliorie di fare e già dall’iniziale ‘Harper Lewis’ si capisce che le luci rimarranno accese, minando non poco l’atmosfera del concerto. Tra i presenti si vedono tanti metallari e quindi il livello di headbanging in sala, rispetto al concerto dei Mono, è un pizzico più dignitoso. Sul palco Mike Sullivan sforna tapping a non finire e suda, Brian Cook (Botch, These Arms Are Snakes) ricorda lontanamente Aaron Turner nelle movenze e suda un po’ di più e Dave Turncrantz picchia preciso sulla sua batteria e suda tantissimo. Anche tra il pubblico la temperatura sale parecchio e le uniche sventagliate che si vedono sono quelle delle finestre che vengono aperte furtivamente tra un pezzo e l’altro.

Musicalmente fanno quello che si legge in giro, sempre in bilico tra aperture melodiche alla Explosions In The Sky e post-metal mastodontico con una marcata propensione quasi prog. Fin quando picchiano tutto va bene, quando però si aprono a soluzioni più post rock sembra mancare qualcosa e d’altronde la formazione limitata a trio non permette dei crescendo particolarmente epici e stratificati e lascia nell’ascoltatore la sensazione di un pezzo lasciato a metà, senza nulla togliere al drumming davvero convincente e potente di Turncrantz e alla indiscussa versatilità di Sullivan. A parer mio, una seconda chitarra darebbe una marcia in più, aprendo a diverse nuove soluzioni. L’intensissimo uno due finale di ‘Carpe’ e ‘Station’, comunque sia, vale il prezzo del biglietto e mi porta stordito verso il bancone del bar. Lì ci sono i Russian Circles che si fanno fotografare, firmano autografi e chiacchierano tranquillamente con i presenti. Soddisfatti, anche se avrebbero gradito, come gran parte del pubblico, un volume generale più consono al nome del locale. Ma, vista la zona ed i tempi, meglio adattarsi e gioire per l’apertura di questo nuovo ritrovo in una sempre più desolata Milano.

Chris Bamert