Russian Circles @ Monk [Roma, 2/Marzo/2017]

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Gli appassionati di math-rock ricorderanno sicuramente i Dakota/Dakota, autori di un unico disco nel 2003 dal titolo “Shoot In The Dark”, gemma preziosa che avrebbe meritato sicuramente migliori fortune. Dopo il loro scioglimento il chitarrista Mike Sullivan e il bassista Colin DeKuiper formano i Russian Circles, insieme al batterista Dave Turncrantz, conosciuto poco prima in occasione di uno split tra la band di Chicago e i suoi Riddle Of Steel. Pubblicano un EP omonimo alla fine del 2004 e due anni dopo è la volta dell’esordio “Enter”, mantenendo le sonorità vicine alle loro band di provenienza. Dekuiper lascia alla fine del 2007 e il suo posto è preso da Brian Cook, ex bassista dei Botch e dei These Arms Are Snakes. Con questa formazione il trio strumentale sposta il suono verso un post-rock di matrice psichedelica, alternando aperture più eteree a dosi massicce di metallo fuso. Pubblicano cinque dischi, due per la Suicide Squeeze Records prima e tre per la Sargent House poi, alternando produttori come Matt Bayles, Brandon Curtis e Kurt Ballou. Girano in lungo ed in largo, in tour a proprio nome o condividendo il palco con artisti come Tool, Isis, Boris, Minus The Bear, Pelican, Deafheaven e Chelsea Wolfe. Giungono sul palco romano del Monk Club nel mezzo del tour europeo di promozione dell’album “Guidance”, pubblicato ad agosto del 2016. Fa piacere che ad accoglierli questa sera ci sia una sala gremita e curiosa. I Cloakroom, dal Nordest dell’Indiana, ci propongono il loro show di apertura pochi minuti dopo le 22.00. Un album e qualche singolo all’attivo. In sette brani e una quarantina di minuti senza pause, il trio sciorina il proprio linguaggio in equilibrio tra stoner e shoegaze. Un basso profondo, la chitarra che non lesina il fuzz, la batteria quasi catartica ed una voce che purtroppo non regala particolari guizzi. Bravi per carità, ma alla fine sembra che il tutto possa scivolarti addosso tranquillamente. Approfitto della pausa per avvicinarmi e dare uno sguardo veloce alla disposizione sul palco. A giudicare dal muro di amplificatori e dalle due pedaliere di effetti esagerate che vedo, la serata si preannuncia interessante. La conferma non si farà attendere molto.

Alle 23.10 la band è sul palco e le note di “Asa” avvolgono la sala, lasciata volutamente al buio per tutta la durata del pezzo. Quando il brano scivola nella tribalità di “Vorel” (così come accade anche nell’incipit dell’ultimo disco) le luci di scena si accendono all’improvviso ed il pubblico inizierà quel movimento sussultorio della testa che non lo abbandonerà per tutta la durata del concerto. I brani sono legati tra loro da loops, effetti, feedback e drones, come a voler creare un unico mantra. L’esecuzione di “Deficit” (tratto da “Memorial” del 2013) e di “309” (tratto da “Empros” del 2011) portano ad atmosfere marziali, quasi doom, dalle strutture monolitiche. Gran pezza! Book suona tutto, principalmente basso, ma anche seconda chitarra. Ha un moog taurus al suo fianco insieme ad un campionatore, da cui manda loop e basi su cui stratificare il suono. Sullivan alterna arpeggi post-rock delicati e reverberati a delay e fuzz psichedelici, mischiandoli con distorsioni metal e quella caratteristica grattugia che in alcuni contesti ha sempre un grande appeal. Turncrantz è preciso e potente, percuote i tom con sagacia e ha una gran padronanza degli accenti spostati, così come dei colpi non dati. L’uso massiccio della macchina del fumo e le luci sparate anche sul pubblico rendono i musicisti poco visibili sul palco. Eseguono “Afrika” (da “Guidance”), “Harper Lewis” (tratto da “Station” del 2008) e “1777” (da “Memorial”), in cui giocano con le dinamiche e con dosi massicce di acidume vario, passando dal post-punk allo psycho-metal. L’intro quasi Krauta di “Mota” (da “Guidance”) ruba il pensiero e lo lacera nell’evoluzione protometal che la chiude. La conclusiva “Mladek” (da “Empros”) sintetizza quasi chimicamente diversi tagli di psichedelia, con riffoni metal e il math rock degli esordi. Anche Il bis è quasi un unicum in questo magma sonoro. Un boato accoglie una versione epica di “Youngblood” (da “Station”), che chiude al meglio una performance che ha suscitato molti applausi convinti. Ora l’headbanging può cessare. Per me l’unico rammarico è che nell’ora e mezzo di durata non abbiano eseguito nulla da “Geneve” del 2009.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

 

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