Russian Circles + Helms Alee @ Init [Roma, 2/Aprile/2015]

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I Russian Circles li ho conosciuti grazie ai Boris. No, non conosco personalmente Takeshi Ohtani e compagni, anche se ho condiviso con loro il palco del Desert Fest a Londra la scorsa primavera, ma in quell’occasione da veri giapponesi maestri dell’”hikikomori” (una sorta di estrema asocialità molto diffusa nel Sol Levante) non mi rivolsero neanche di sfuggita la parola. I Russian Circles li ho scoperti nel 2011 in apertura ai Boris al Traffic di Roma, e più che per le loro capacità musicali mi avevano colpito per il nutrito seguito di ragazzini festanti sotto al palco, un’entusiasta corte di aficionados addirittura maggiore rispetto a quella accorsa per la band nipponica. Non che poi Boris e Russian Circles siano lontanamente comparabili dal punto di vista strettamente musicale, maestri dell’eclettismo i primi, tutto il contrario i secondi, ma devo dire che il live della band americana, molto curato e formalmente impeccabile, non mi lasciò indifferente e mi portò a scoprire buona parte della loro discografia. Non perdo quindi l’occasione, dopo quattro lunghi anni, di rivederli dal vivo, questa volta in un concerto da protagonisti e non più nelle vesti di opening band. Il “casus” ce lo offre l’Init Club, la cui programmazione è ultimamente sempre più ricca di eventi interessanti, forse complice la recente chiusura del Circolo Degli Artisti che ha dirottato la maggior parte dei concerti nel limitrofo locale all’ombra dell’acquedotto Felice. Arrivo in un Init stracolmo di gente che gli Helms Alee hanno già aperto le danze e, a giudicare dai commenti di qualche spettatore poco paziente vicino a me, anche gli zebedei. L’esibizione del trio sludge di Seattle non è sicuramente coadiuvata da un bilanciamento dei suoni eccellente. La sei corde del nerboruto e fulvo vichingo chitarrista Ben Verellen si perde completamente nel mix d’insieme, soprattutto nelle parti più pesanti, esaltando così in maniera eccessiva l’ottima sezione ritmica – tutta al femminile – della bassista Dana James (anch’essa abbastanza nerboruta) e della batterista Hozoji Margullis, facile bersaglio degli apprezzamenti un po’ sboccati e sessisti provenienti dalle prime file. Il gruppo esce comunque di scena tra gli applausi.

Russian Circles fanno il loro ingresso on stage per un rapido line-check e posso già constatare con gran disappunto il terribile gusto in fatto di abbigliamento del bassista Brian Cook che si presenta sul palco con una mise (camicia e bretelle) forse più adatta a una goliardica sbronza con gli amici all’Oktober Fest che a un concerto rock. Le luci si spengono e a irradiare timidamente la fitta nebbia emessa dalle macchine del fumo artificiale rimangono solamente le fioche e colorate spie degli amplificatori. Il granitico riff di ‘Deficit’ (dall’ultimo disco ‘Memorial’) rompe gli indugi e destabilizza l’amniotica omeostasi raggiunta dopo il prolungato buio e silenzio. Il trademark dei Russian Circles è chiaro sin dalle prime battute del primo pezzo: un’incessante dialogo strumentale tra le sezioni luciferine – tutti quegli arpeggi e i monolitici riffoni (purtroppo non tanti come avrei voluto) che rivisitano in chiave un po’ più sludgy le atmosfere black alla Darkthrone – e le parti più canonicamente post rock come i vari crescendo, le smandolinate strappalacrime alla Mono e i momenti più struggenti. Questa formula è abbastanza ripetitiva e si ripresenta più o meno invariata per tutto il concerto. Come ripetitiva è d’altronde la tecnica di tapping arpeggiato (non saprei come altro definirla) che usa praticamente in ogni pezzo il chitarrista Mike Sullivan. Le prime volte dona ai brani un’inusitata e gradevole epicità barocca, a lungo andare appiattisce e confonde il tutto. “Ma ‘sto pezzo non l’avevano già fatto?” è la domanda ricorrente che si pongono un po’ tutti. La band attinge da tutti e cinque i full length pubblicati fino ad oggi, dal primo ‘Enter’ all’ultimo ‘Memorial’, passando per ‘Empros’, probabilmente il loro album più valido, da cui vengono eseguite una spaccaossa ‘309’ e la più intensa ‘Mladek’. Ad arricchire le atmosfere cupe ed eteree dei brani contribuisce in maniera considerevole la spiccata teatralità dell’illuminazione del palco. Il buio è l’elemento dominante dell’esibizione del trio statunitense, soprattutto nelle pause tra un pezzo e l’altro. Pian piano, a seconda dei brani o delle parti suonate, dei faretti posti in basso vicino alle pedaliere e all’altezza della cassa della batteria illuminano con varie intensità, singolarmente o simultaneamente, i musicisti, ampliando in questa maniera l’aura mefistofelica dello spettacolo. L’attenzione maniacale per il dettaglio estetico (oltre ai giochi di luce la band fa un massiccio uso del fumo artificiale e di un piccolo ventilatore nascosto dietro gli amplificatori che scompiglia costantemente la folta chioma del batterista Dave Turncrantz) si riflette anche nella cura meticolosa del suono, tutto è perfettamente livellato, equilibrato, studiato. Ed è forse questa precisione da primi della classe, che sa un po’ di patinato, a stancare la mente dopo poco più di un’ora di esibizione, un difetto che era già evidente sui dischi e che purtroppo non migliora in sede live. Sia chiaro, quello degli americani si è rivelato uno show molto piacevole, ma in fin dei conti era proprio quello che mi aspettavo di vedere, nulla di più, nulla di meno. I Boris evidentemente non sono stati dei bravissimi maestri.

Dario Iocca

Foto David Gallì