Rufus Wainwright @ Auditorium [Roma, 18/Luglio/2008]

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Standing ovation. Tre. Alla fine dell’esibizione “solo” del quasi trentacinquenne Rufus Wainwright. Un’altra gemma da vivere nella cavea. Tra eleganti signore e giovani borghesi. Tra la brezza serale di un’estate d’improvviso diventata mite e la curiosità di vedere uno dei più importanti cantautori ed interpreti degli ultimi dieci anni. Rufus si porta sulle spalle il cognome gravoso di una famiglia di musicisti a cinque stelle. Che sia da parte di padre e di madre non importa. Perchè Rufus si porta dentro un’infanzia violata, violentata, difficile. Un episodio drammatico che lo segna all’età di quattordici anni. Prima c’erano stati gli studi classici. Il piano. Suonato anche in tour assieme alla McGarrigle Sisters And Family gruppo folk che comprende la sorella Martha, la madre Kate e la zia Anna. L’adolescenza a Montreal e la scelta di ritornare nella natia New York. L’amore per l’opera, per Edith Piaf e Judy Garland (di questi giorni l’uscita proprio del live tributo alla Garland ‘Rufus Does Judy At Carnegie Hall’), la mediazione del padre Loudon verso l’amico Van Dyke Parks. Ma soprattutto l’outing sulla sua condizione omosessuale. E gli albori del nuovo millennio segnati dalla droga sintetica e da un pronto recupero riabilitativo nel Minnesota consigliato da Elton John. E poi c’è la musica. Racchiusa in cinque album bellissimi. Intensi come i colori del cielo di questa sera.

Un lucidissimo pianoforte a coda aspetta l’entrata dell’artista. Rufus sale sul palco alle ventuno e quindici. La mia folle corsa per non arrivare in ritardo viene premiata. Rufus sprizza simpatia anche dall’abbigliamento. Sembra il fratello minore di Jim Carrey. Vagamente. Completo bluastro con righe bianche a ricamare colletto, bordi e polsi della giacca. Un brillocchetto stile texano a chiudere la camicia. Ed un amabile sandalo in pelle che fascia la parte anteriore del piede lasciando scoperto il tallone. La voce è profonda. Perfetta. Miracolosamente armoniosa. Al termine del primo brano inizia il suo divertente show oratorio. Parla dell’Auditorium. Di come sia rimasto impressionato da questo posto per lui simile a degli “hippopotamus bum-bums”, ossia dei… sederini di ippopotamo. Quando poi si alza per alternarsi alla chitarra acustica la parlantina si fa più serrata. Racconta del pomeriggio in giro per Roma. Racconta più volte della visita a Castel S. Angelo. Di come sia salito in cima e abbia scrutato il panorama (il Vaticano). Contagiosa simpatia. La mano piegata passata tra i capelli accentua la sua spensieratezza gay. Tanto che ad un certo punto afferma che Roma è la migliore città del mondo perchè in fondo è stata fondata da omosessuali. Le canzoni scorrono sincere. Le migliori quando Rufus si siede al suo amato piano. Tecnica e sentimento. Altre storie. Divertito racconta che nel suo girovagare per la città (impegnato a fare anche “costosissimo shopping”) si è imbattuto in un edificio dove una targa commemorativa ricorda la morte di Pietro Mascagni (quell’edificio è l’Hotel Plaza dove il musicista livornese morì nel 1945, nda). Uno dei suoi compositori preferiti. Dice di aver rubato molto a Mascagni. In particolar modo dalla commedia lirica “L’amico Fritz” e dalla “Cavalleria Rusticana”. Quel qualcosa di “sottratto” è incastonato nel brano che presenta di seguito all’acustica. Una trascinante ‘Greek Song’ estrapolata dal secondo (meraviglioso) ‘Poses’ dal quale sceglierà spesso e volentieri. Quindi una canzone dedicata all’amico Giorgio. L’acme toccato dalla metà in poi. Quando parte una toccante ‘Going To A Town’ brano cardine dell’ultimo ‘Release The Stars’. Parla della luna. La luna piena che giganteggia in lontananza. Passa un aereo. Chiudo gli occhi. La voce abbraccia e scalda. Livello superiore. Non sono poi così solo. ‘Poses’ è da brividi. Così come quella dedicata a tutte le donne. Tutte. E anche se lui candidamente si dichiara “A true omosexual” al quale piacciono i “penis” la gente applaude e apprezza. E chiama Rufus di nuovo sul palco quando questi dopo un’ora saluta. Timidamente. Tutti in piedi. Ritorna. Un bis che di fatto è una sorta di seconda parte. Dove spicca l’intrigante ‘Cigarettes And Chocolate Milk’. Ispirato. Sofferto. Burlone. La terza uscita coincide con altri tre momenti. Il penultimo dei quali è riservato all’omaggio a Leonard Cohen con la classica ‘Hallelujah’. E all’improvviso torna alla memoria l’interpretazione di Jeff Buckley che Rufus incrociò per le vie di New York agli inizi. Quando Buckley pubblicava ‘Grace’ consegnandosi suo malgrado alla storia, Rufus era un giovane di ottime speranze che tentava di chiudere qualche serata (fu respinto tre volte al noto club Sin-é dove invece Buckley iniziò la sofrtunata ascesa). Rufus omaggia Cohen ma di riflesso omaggia Buckley (anche se lo aveva già fatto scrivendo ‘Memphis Skyline’ inclusa in ‘Want Two’ del 2004). Il finale è in francese. Per prepararsi alla successiva data di Nizza. Ma nella testa rimangono ancora le note di ‘Hallelujah’ che aprono un divario. Jeff Buckley era un angelo. Rufus Wainwright un bellissimo cherubino. Amen.

Emanuele Tamagnini

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