Rudi Protrudi & The Midnight Plowboys @ Spazio 211 [Torino, 13/Dicembre/2007]

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Quelli che gli fanno slacciare la tracolla, giura, sono gli unici demoni voodoo che si porta appresso dai tempi degli orrorifici Fuzztones. Le mascherate e tutto il bagaglio halloweeniano hanno ormai lasciato il posto ad un’impeccabile tenuta da cowboy: dopo averci portato il garage, Mr. Protrudi ha tutte le intenzioni di introdurre noi indigeni al sacro verbo del country & western. Gli si vorrebbe spiegare che Johnny Cash e la Carter Family godevano e godono tutt’ora di una discreta distribuzione persino qui da noi! Ma è troppo tardi, la lezione è già iniziata e nel giro di un paio di microcanzoni lo Spazio 211 si trasforma in un Western Saloon, come testimoniano il fastidioso chiacchiericcio gastronomico di fondo e un pubblico che, sebbene non ci sia un solo bosco nel giro di chilometri, sembrerebbe selezionato fra una comunità di taglialegna. Il valigione di Rudi mette a disposizione tutto il materiale della sua carriera da solista: due dischi del ’94 e del ’97 che soltanto ora ottengono la stampa e tutto la roba di ‘Lady Killer’, che è l’album più fresco ma che suona comunque vecchio come il cucco. Ogni singola ballata è introdotta dalle note a piè pagina del professor Protrudi, e da ciò che dice capisci cosa davvero lo attrae del candido mondo di Nashville: “in South america you can go out and get drunk on Monday, Tuesday, Wednesday and every fucking night ‘til Saturday night: just remember to go to Church on Sunday!” E’ il lato inquieto che giace sotto la tranquilla vita di campagna quello delle sue murder ballads, che cantano di amore, morte e sbevazzate da fine settimana, di tradimenti e conseguenti delitti d’onore. Sotto la placida lingua del country si intravede la verve morbosa di sempre e gli stessi temi che gli furono cari già ai tempi dei Fuzztones: sono soprattutto le occhiate assassine, alle macchine fotografiche che lo immortalano e alle pupe che lo bramano, a tradire la presenza del vecchio Rudi. Tra gli ultimi colpacci della scaletta c’è spazio per qualche rimembranza rockabilly nella difensiva pericolosamente sudista di ‘White Trash Thing’, e in un’ultima ode a quella “cosetta che fa diventare matti” noi maschietti e che Protrudi e i suoi hanno avuto il fegato di ribattezzare “The Funnel of Love”. Poca eleganza e ancor meno intelligenza, se non siete disposti a ballarci sopra.

Simone Dotto

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