Roy Ayers @ Monk [Roma, 5/Dicembre/2017]

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Roy Ayers è uno dei vibrafonisti più noti della musica afroamericana. Jazzista losangelino, classe 1940, nato musicalmente nell’hard bop e consolidatosi nel fulgore post bop dei Sixties, ha conquistato il successo nella scena R&B degli anni ’70 e ’80. Influenzato dallo stile di Lionel Hampton, ha iniziato a lavorare come sessionman per Curtis Amy, Jack Wilson, e Chico Hamilton. La svolta arriva suonando quattro anni per Herbie Mann, che nel frattempo gli produce i primi tre dischi solisti per l’Atlantic. Il distacco dal grande flautista si compie con la nascita dei Roy Ayers Ubiquity, in cui nel tempo militeranno musicisti come Sonny Fortune, Billy Cobham, Omar Hakid ed Alphonse Mouzon. Sarà Il suo momento migliore, che coincide con l’approdo alla Polydor e la pubblicazione di ben tredici album tra il 1970 ed il 1978. Tra questi ricordiamo il jazz rock dei meravigliosi “Ubiquity” e “He’s Coming”, la blaxpoitaiton della colonna sonora di “Coffy”, il funk e la disco di “Vibrations”, “Everybody Loves The Sunshine” e “Lifeline”. Con “You Send Me” si apre una proficua fase solista neo soul, che avrà come gradita eccezione la collaborazione a quattro mani con Fela Kuti per l’album “Music Of Many Colors” del 1980. Dagli anni ’90 le sue produzioni non saranno particolarmente rilevanti, rimanendo comunque ottimo performer ed autore per artisti mainstream. Sarà il periodo in cui la sua musica precedente verrà giustamente recuperata, ponendolo come pioniere dell’acid jazz, padrino del neo soul e argomento di citazione e campionamento nell’universo hip hop. Lo troviamo ospite di Guru nel seminale primo volume di “Jazzmatazz”, di Eryka Badu in “Mama’s Gun” e alle prese inaspettatamente anche con l’elettronica dei Masters At Work. In tempi recenti ha collaborato con Tyler The Creator e Talib Kwely, mentre persino Pharrell Williams lo ha indicato tra le proprie fonti d’ispirazione.

Va bene il clima freddo, il fatto che sia un martedì e l’appeal della Champions League, ma da un appuntamento del genere ci saremmo aspettati un pubblico ben maggiore delle duecento persone che occupano la sala. Ci spiace per gli assenti e per quello che probabilmente non avranno modo di rivedere. Alle 22:40, appena qualche minuto dopo il triplice fischio sui campi di gioco, ha inizio la partita tra una leggenda vivente e la sua trasposizione musicale. Dei tre sodali che lo accompagnano sul palco, riconosciamo soltanto Everett Freeman Jr alle tastiere. Inutile dire che saranno tutti tecnicamente ineccepibili e con un suono ed un gusto di qualità sopraffina. Ayers non è affatto bollito, suona vigorosamente un vibrafono midi con l’expander e canta con ottima presenza, sia vocale che scenica. Nei momenti in cui non lo fa, osserva i suoi musicisti andare in assolo e sembra sostenerli bonariamente, giggioneggia con il pubblico e sfodera un piglio invidiabile, percuotendo per gioco i piatti del drum set. Freeman fa da seconda voce e suona un korg poliedrico, che diventa all’occorrenza rhodes, pianoforte ed archi, oltre a maneggiare un synth, da cui estrae un moog con cui dispensa assoli memorabili. Il bassista è lucido è preciso, ha uno strumento a sei corde e produce un suono caldo e profondo. Il batterista è l’elemento più giovane del combo, ma non tradisce alcuna incertezza, anzi dinamico e vitale, si mostra il più vicino al leader e funge anche da suo annunciatore personale. “Searching” da inizio alle danze e si snoda morbida, languida e sinuosa. “Everybody Loves The Sunshine” conquista subito tutta la sala trascinandola, oltre che nel ballo, anche nel canto sul refrain finale, di rientro dai virtuosismi degli strumentisti. La formula è quella classica: brani lunghi e pedalare. Assistiamo quindi all’alternanza di assoli ed incisi strumentali da parte di tutti i musicisti, senza che risultino mai pedanti. Le prime note di “We Live In Brooklin, Baby” alzano ulteriormente l’asticella. Il suono del basso è poesia e la ritmica ipnotica non accetta compromessi, il synth fa un gran lavoro e Ayers guarnisce tutto con un solo di gran classe. Nelle pause tra un brano e l’altro è loquace e preso bene, almeno quanto la gente che lo ascolta e che apprezza l’interplay che proviene dal palco. Ha carisma anche mentre si aggira con fare interrogativo, cercando gli asciugamani durante l’esecuzione del brano. Prima di “Red, Black & Green” recita uno spoken word in cui spiega i significati metaforici dei tre colori, prima di abbandonarsi ad un incedere funk che lo lascia assorto nel groove. “I Wanna Touch You Baby” è di grande effetto, soprattutto nell’interpretazione vocale incastonata in una trama soul funk d’eccezione. “Love Will Bring Us Back Together” si annuncia funk e si compie virando verso una disco educata. Il giusto preambolo per una “Running Away” di rara efficacia, che non può non coinvolgere tutta la sala in un movimento ondulatorio collettivo. Ed è subito Studio 54! Il tempo di ricordare l’amico Rick James con cui ha collaborato anni fa e le note di “Sweet Tears” chiudono degnamente ottanta minuti di concerto. Il bis è un piccolo mistero. Richiesto a gran voce dal pubblico, è oggetto di scherzo da parte di Ayers, che però sembrava ben disposto a concederlo. Improvvisamente il batterista si fa avanti, gli dice qualcosa e disannuncia lo show. Ayers rimane sul palco, si sporge dalla parte frontale ed inizia a firmare autografi e dischi, concedendosi con pazienza all’affetto dei fan, che ordinatamente aspettano per una foto ricordo. Con almeno un bis sarebbe stata la serata perfetta. Poco importa, that’s entertainment!

Cristiano Cervoni

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