Roskilde Festival [Roskilde, 2-3-4-5/Luglio/2009]

469

Il Roskilde festival è tra le principali vetrine del rock alternativo ed indipendente nonché insieme al Glastonbury festival il più “antico” evento del vecchio continente visto che la prima edizione risale al 1971. La sua importanza è andata via via crescendo grazie alla partecipazione di tutte le più importanti band che nel corso degli anni si sono susseguite sui suoi numerosi palchi. Allo stesso modo, purtroppo, è cresciuto anche il prezzo del biglietto che dai circa 5 € del ’71 è passato a 250 € di oggi. Ma questa è un’altra storia ed il gioco vale la candela soprattutto se si è disposti a macinare chilometri, dribblare persone, scavalcare qualsiasi ostacolo per spostarsi da un palco ad un altro agevolmente e prima dell’1-2-3-4 iniziale. Qualche numero: 4 giorni, 7 palchi; oltre 130 band. Roskilde è noto, ainoi, anche per la morte di 9 ragazzi durante la performance dei Pearl Jam nell’edizione del 2000. Chris, compagno di viaggio e co-reporter dell’evento lo ricorda bene. Un dramma che ha segnato profondamente gli organizzatori, oltre che i danesi, tanto da averli spinti ad intensificare sino al paradosso la sicurezza durante i concerti: no hard pogo; no crowd surfing; no jumping. Pena il “cartellino rosso”; ma siamo all’esagerazione. Arriviamo a Roskilde mercoledì 01/07, il giorno prima del fischio d’inizio della 39esima edizione del Roskilde festival. Troviamo posto in uno dei 7 settori-campeggio. Montata la tenda scheduliamo giorno dopo giorno, gruppo dopo gruppo, i vari step in maniera maniacale al fine di evitare perditempo e goderci al meglio il festival tracannando un cartone di birra in lattina. Purtroppo la logica anglosassone di far suonare contemporaneamente su più palchi le band non permette pause neanche quella “toilette”. Fortunatamente, per questa esigenza – ed altre chiaramente – uomini e donne sembravano totalmente in sincronia con la natura e le strutture circostanti del parco messo a disposizione dal comune di Roskilde.

Giovedì 02/07: nessuna sveglia. Il sole alle 9 am, già picchia sulla tenda da vicino, più vicino rispetto al sud europeo. I segni sulle nostre carni (specie su quelle caucasiche-svizzere di Chris) saranno evidenti già al termine del primo giorno. Facciamo colazione con un paio di latte di birra residuate dalla sera precedente. Alle 17 siamo lì sotto l’Odeon Stage (capienza 5.000 persone) ed attendiamo i Wolves In Throne Room, primissimo gruppo della giornata oltre che dell’intero festival. Memori dell’ottima prestazione tenuta ad inizio anno al Magnolia di Milano ci aspettavamo molto da questi 4 black metallers atipici. Purtroppo la dimensione festival non è congeniale ai lupi del nord-ovest americano e l’acustica dell’Odeon è decisamente sotto la media del festival. Suoni impastati e virate verso sonorità quasi post rock solo accennate. Band poco convinta e pubblico, via via calando, dallo sbadiglio facile (2/5). Ci spostiamo frettolosamente, birra alla mano verso il più piccolo Pavilion Stage (2.000) per assistere ai canadesi Fucked Up che col loro american HC ci riportano ai giri tagliati dei Black Flag e all’energia degli Husker Du. Notevole Pink Eyes, il cantante, che pur con la sua tonnellata di peso si abbandona frequentemente sul pavimento del palco, si stampa una latta di birra in testa provocandosi una profonda ferita, salta sinuoso come fosse Dumbo (5/5). Ci mangiamo qualcosa prima di tracannarci un’altra latta e dirigerci all’Arena Stage (17.000) dove si stanno per esibire i padroni di casa Mew che suoneranno un melodic dream pop poco convincente (2/5).

Venerdì 03/07: tiriamo per un’ora in più nei sacchi a pelo. Giornata campale, devastante per la presenza di molti gruppi interessanti che – grazie al cielo – non si sovrappongono nel “tracciato” del festival da noi prescelto e segnato. Birra alla mano siamo seduti nel tendone di fronte all’Astoria Stage (3.000). Il caldo ce la fa trasudare tutta, cosicché facciamo di nuovo la fila al banco rifornimento e poi pensiamo bene di reiterare il processo per una terza volta. Gli Orka vengono annunciati e rapidamente si posizionano sul palco. Gruppo proveniente dalle Isole Faroe e grande sorpresa della giornata. Come gli Einstürzende Neubauten si presentano sul palco con una miriade di strumenti atipici e fai da te. Rispetto ai tedeschi le sonorità sono meno estremizzate. Si nota un forte tribalismo percussivo ma anche intrecci vocali piuttosto poppeggianti. Concerto godibile e pubblico in delirio (3/5). Seguono i Mono al Pavilion Stage. I 4 di Tokyo sono ormai da considerarsi tra i pesi massimi del post rock. A differenza dei più blasonati Explosions In The Sky la loro evoluzione é stata costante senza rimanere imprigionata negli stretti confini del genere. Perfetti, quasi troppo per un’esecuzione dal vivo (4/5). Torniamo di corsa all’Odeon Stage per assistere agli americani Isis. Il loro sound che i media sono soliti definire “thinking man’s metal” è compatto e ben omogeneizzato. Viene smorzato da passaggi strumentali che ricreano atmosfere sinfoniche simili a band post rock come Mogwai e Explosions In The Sky. Una brutale bellezza che avvolge le circa 5.000 persone presenti (3/5).  Abbiamo si e no 5 minuti per attraversare una sterminata pianura e raggiungere l’Orange Stage (60.000), palco principale, ed assistere i mitici Faith No More. L’attesa è tanta e lo scetticismo pure. Il gruppo si presenta con degli orrendi completi color pastello, invecchiati di undici anni. Anni che sentono tutti a parte Patton. Sulla sua voce e sulla sua presenza scenica c’è poco da dire, è semplicemente il migliore. Non si discute. Per il resto bisogna ammettere che l’alchimia sul palco non ci sembrava delle migliori, il concerto è filato via liscio per 75 minuti, godibile ma non trascendentale a parte quando attaccano ‘Surprice You’re Dead’. Certo che quando hai in scaletta pezzi come ‘Be Aggressive’, ‘The Real Thing’,  ‘We Care A Lot’, ‘Easy’, ‘Epic’, ‘Midlife Crisis’, ecc. ti puoi permettere di non strafare ed uscire comunque vincitore (4/5). Tocca adesso a Nick Cave & The Bad Seeds. Restiamo emozionati come fosse la prima volta che li vediamo di fronte a questa leggenda trentennale così bella eppure così dannata. Cominciano con qualche pezzo tratto dall’ultimo lavoro ‘Dig, Lazarus, Dig!!!’ per poi riportarci rapidamente al passato e precisamente alle fantastiche ‘The Weeping Song’, ‘The Ship Song’ e ‘Deanna’. Sono a circa venti metri da noi eppure sembrano anni luce distanti da quello che le rock band, con la complicità delle major, oggigiorno sfornano. Nicola Caverna è ancora fresco e giovanile nei movimenti che l’hanno reso celebre già ai tempi nichilisti e post punk dei Birthday Party. Ci saremmo immolati tranquillamente su di un palo appuntito se solo avessero suonato ‘The Carny’ oppure ‘From Her To Eternity’ (ricordate ne “Il Cielo Sopra Berlino”?) ma va bene ugualmente. Energizzanti (5/5). Mangiamo qualcosa prima di ascoltare i “fratelli” Omar e Marcel Rodriguez Lopez con i loro Mars Volta. Siamo ai margini dell’Arena Stage. Troppa gente. Ci gustiamo le loro interminabili jam session dagli immensi monitor piazzati ai due lati del palco. Nulla di diverso rispetto a quanto visto a Milano: stessa energia e stessa potenza. Come si dice a volte: “uno spettacolo già visto” (3/5). Ci andiamo a rilassare per un attimo nei pressi del Pavilion Stage prima dell’inizio dei Gang Gang Dance che si rivelano “strani forti”, ma quantomeno divertono. Si danza senza controllo tra tribalismi assortiti, elettronica e qualche tocco orientale. La voce della tizia a tratti straccia le palle ma va bene così (3/5). All’orange Stage è tutto pronto per i Nine Inch Nails. Dopo 20 anni eccoci arrivati al tour d’addio. All’1 am Trent e soci attaccano con ‘Somewhat Damaged’ e continuano con ‘Terrible Lie’, ‘Heresy’, ‘March Of The Pig’s e ‘Piggy.’ La scaletta, salvo un’intermezzo rilassatissimo di 3 pezzi che alle 2 rischia di farti addormentare, è perfetta. Purtroppo c’è un però, Reznor e soci mancano di fisicità e, increduli, stentiamo a crederlo. Giusto a questo punto chiudere l’avventura. Belle le cover di ‘Metal’ (Gary Numan) e ‘I’m Afraid Of Americans’ (David Bowie) mentre ‘Hurt’ qualche lacrimuccia la fa scendere (3/5).

Sabato 04/07: siamo al terzo giorno, sempre più sciatti, frantumati, maleodoranti ma ancora pronti a bere birra di prima mattina. Alle 12 in punto attaccano all’Astoria Stage i finlandesi Paavoharju. Band che a quanto pare conduce una vita particolarmente ascetica suonando pochissimo. Aleggiano tra il folk e l’ambient. Buoni per recuperare dalle troppe birre del giorno prima (3/5). Con trepidazione, attendiamo l’arrivo dei …And You Will Know Us By The Trail Of Dead. Questi fottuti texani spaccano sempre e comunque. Sprigionano passione e grinta a quantità industriali. Meno violenti e distruttivi rispetto ad un tempo, ma più compatti ed epici. Su ‘Caterwaul’, Jason Reece si fa la solita passeggiata tra il pubblico. Vincono il premo di performance più sudata dell’intero festival (4/5). All’Arena ci attendono gli Elbow. Carismatici e perfetti nell’esecuzione. Atmosfere mistiche come sempre, spesso sono associati a Radiohead o Muse, ma a noi piace immaginarli in un insieme a se (3/5). La perfezione della macchina organizzativa è tale che nella giornata di Sabato comincia a girare la voce che Lil Wayne non ci sarà e che verrà sostituito addirittura dai Gogol Bordello. Così è stato. Ci vediamo cinque pezzi di Eugine Hunz e compagnia, da lontano. Stessa energia di sempre, meno che il surfing sulla grancassa sul pubblico. Dopo 5 volte che li vedi, un po’ stufano (2/5). Rimaniamo delusi per i The Dodos. Una noia mortale! Minimali e flosci nel loro rockettino semplice semplice. Ci viene un calo di pressione tale da spingerci a sdraiarci fuori dal Papilion Stage (1/5). Seguono dopo di loro i Cut Off Your Hands. Questi neozelandesi sono degli sbarbatelli e già questo un pizzico ci irrita. Guardano all’Inghilterra degli anni ‘80 ed ogni tanto piazzano qualche pezzo un pochettino più garage. Sono convinti dei propri mezzi e col tempo potrebbero anche sbancare. Nel frattempo i 2 pezzi migliori sono delle cover, ‘The Witch’ (Sonics) e ‘Shark Attack’ (Split Enz) (2/5).

Ci separiamo per la prima volta: Tony Allen al Cosmopol Stage (6.000); The Chap all’Astoria. Due diverse esigenze. Tony sembra non accusare per niente l’età. Se Brian Eno lo definisce “forse il più grande batterista che sia mai esistito” un motivo deve pure esserci. L’inventore dell’Afro Beat, il batterista ed amico di Fela Kuti non ha tradito alcuna attesa. La sensazione più tenera è stato vedere la sua band che lo sosteneva anche quando, per così dire, sembrava aver dimenticato il numero di giri prima del classico stop-loss di batteria che caratterizza il 70% dei suoi pezzi. Highlander (4/5). Dal canto loro, The Chap suonano un mix tra discosound, funk e rock che tanto piace agli inglesi. Molto ben fatto e nemmeno scontanto. Paraculi a sufficienza per ritagliarsi un posticino nei cuori dei moderni indie-kids da discoteca. Divertenti i balletti delle due donzelle che hanno contagiato lo sparuto pubblico. A giorni suoneranno al Parklife Festival di Milano (3/5). Torniamo al Pavilion per seguire i The Pains of Being Pure At Heart. Francamente tutto l’hype che gira intorno a questa band proprio non si capisce. Capiamo ancora meno i roboanti paragoni che si tirano in ballo parlando di loro. Paragoni con Jesus & Mary Chain e The Smiths? Maddai! Davvero dei ragazzi troppo acqua e sapone, troppo innocui per lasciare un segno. Quando il cantante si è messo a parlare di Cobain abbiamo seriamente temuto che attaccassero qualche pezzo dei Nirvana. Fortunatamente ci hanno risparmiato (2/5). Per finire la giornata decidiamo di “rilassarci” (tanto per dire) con i Black Dice. Cinque album alle spalle per dei giovanissimi cresciuti tra i rave di mezza America. Sonici e perforanti seviziano le manopole dei multieffetti, dei pedali posti sui tavoli di fronte a loro fondendo le nostre sinapsi. Non siamo nel 2029 come si legge sulla loro presentazione, ma poco ci manca (4/5).

Domenica 05/07
: ci alziamo con le nuvole verso le 11 am. Un freschetto piacevole che ci rimette in sesto velocemente. Erano giorni che si scherzava sul quel bischero di Pete Doherty. Le allusioni al fatto che le sue storie fossero semplici montature dei media e che in fondo Kate Moss non era altro che una bambola robot ci teneva a galla nei momenti di apatia e stanchezza. Comunque, curiosi ci dirigiamo verso l’Arena e ci poniamo a debita distanza rispetto alle fan più esagitate che già piangevano e gridavano per lui a quindici minuti dall’inizio della sua performance. Le cose più simpatiche viste sono stati i lanci di oggetti tra lui ed il pubblico: ai reggiseno, slip, cappelli, il nostro Pete ha risposto con il lancio di una ventina di latte di birra che grazie al cielo non hanno colpito in testa nessuno. Scontato atteggiamento di chi ha ormai poco da dire/cantare (2/5). Rilassati e divertiti attendiamo il cambio palco. E’ il momento dei Neurosis e per vederli meglio ci appoggiamo alla transenna di fronte al palco. Al cospetto dei Neurosis non ci rimane che inchinarci, ogni volta ci lasciano senza parole e con un torcicollo bestiale. D’altronde a scuotere il testone su e giù per 80 minuti si finisce così. Ma ne vale sempre la pena. Non siamo più bimbi e concordiamo sul fatto che al mondo ce ne sono poche di band che suonano in modo tanto viscerale ed intenso. Su questo piano sono irraggiungibili. Il loro più che un concerto sembra un vero e proprio rito d’invocazione. ‘Water Is Not Enough’, ‘Times Of Grace’, ‘No River To Take Me Home’ e la conclusiva ‘Through Silver In Blood’ sono da pelle d’oca. L’unica pecca è che i visual non si vedevano a causa troppa luce (5/5). Abbiamo un po’ di tempo per rilassarci prima dell’atteso massacro: The Bronx. Un concerto purtroppo rovinato dalla sicurezza (come si accennava all’inizio). Ebbene sì, nonostante i Bronx suonino un mix perfetto tra r’n’r e HC la gente praticamente non poteva dar sfogo alle proprie pulsioni. Ci ha pensato il cantante a scendere tra la gente e movimentare un po’ le cose, ma la sicurezza si é mossa subito a placare gli animi in malomodo e facendosi prendere per il culo da Matt. Peccato, peccato davvero, perché avrebbero potuto fare un casino pazzesco visto che i loro pezzi sono fatti su misura per farti muovere il culo. Ottima la scaletta che pesca abbondantemente da tutti gli album. Speriamo che si decidano a tornare in Italia (4/5). La giornata ed il festival non poteva chiudersi meglio: è il momento degli italianissimi Zu al Pavilion Stage. Arriviamo in anticipo sotto il palco per salutarli e tentare di fare la conta degli italiani presenti a Roskilde. Con nostro stupore ci accorgiamo che in tutto ce ne saranno una quindicina. Un festival poco battuto rispetto al Reading e allo Sziget. Gli Zu escono di fronte ad un Pavilion non al completo; in fin dei conti all’Orange Stage stanno suonando i Coldplay. Senza troppi preamboli ci scagliano addosso il loro pesante ed energico sound, che viene liberato in aria come colombe nel momento che Jacopo Battaglia si invola in pause free jazz e Luca Mai in dissonanti e strazianti soli di sax. Cosa aggiungere ad un gruppo che da anni suona in italia e all’estero e viene recensito positivamente da tutta la critica. Le collaborazioni con Nobukazu Takemura o lo stesso Patton di cui sopra sono referenze non di poco conto. Avrei voluto domandare a Massimo Pupillo (che saluta tutta la redazione di Nerds Attack!, sempre grande Massimo-ndr) se ha provato a chiedere a Patton di salire sul palco questa sera dato che ha cantato in alcune date live in Italia. Comunque, un concerto che li eleva sempre di più tra i migliori gruppi sperimentali a livello internazionale (4/5)…. To be continued….

Andrea Rocca & Christian Bamert

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here