Rome Psych Fest day 2 @ Monk [Roma, 18/Novembre/2017]

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Ci sono delle sostanziali differenze rispetto alla serata d’esordio dello Psych Fest capitolino. La presenza fiume di partecipanti che regolano i conti sul libro mastro alla voce praticamente sold out e il freddo a braccetto con l’umidità più perversa che ha solo voglia di penetrarti fin dentro le ossa. Differenze importanti. Come quelle che sulla carta fanno preferire al sottoscritto il giorno 2 rispetto al giorno 1. Non fosse altro per la presenza dei tedeschi Lali Puna tornati con un nuovo album a quasi vent’anni dal debutto ‘Tricoder’. Ma al fin della pariglia le speranze si dissolveranno in una nuvola di (probabilmente prevista) delusione. Ma sarà meglio andare con ordine. (R)incontrare gente sembra essere la parola d’ordine. Vecchi amici, vecchi parenti, vecchi conoscenti, ex-diqualcosachenonricordoproprio, personaggi, Nick, i soliti, noi insomma. I Malihini in trentaminuti tagliano il nastro del sabato psichedelico, accolti dalla Memphis Industries, coppia artistica e nella vita (Giampaolo Speziale/About Wayne e Federica Caiozzo/Thony), giustamente traslocati a Londra, forti di un EP (‘Lose Everything’) dai tratti magnetici, preludio al disco lungo già segnato sulla lisa agendina hardcover sotto ascolti “interessanti”. Set e suoni scarni, essenzialità al servizio dell’intensità, anche se a non convincere è la voce di Speziale, o meglio il timbro british e una certa riuscita live se prendiamo a confronto (sbagliando?) le tracce in studio. Comunque: rompere il ghiaccio assieme agli indugi non è mai facile per nessuno. Il rimbalzo è breve. Il palco Fuzz Club apre ai New Candys. Un fottuto cazzo di gruppo italiano che fortunatamente suona senza carta d’identità. Musicisti del mondo. E ‘Bleeding Magenta’ un’ulteriore conferma. Belli a vedersi, con attitudine e stile (abbigliarsi di merda andrebbe bannato dall’associazione “dimmi come ti vesti quando fai musica e ti dirò chi sei”), liquidi, oleosi, indiegaze oppiaceo, psych nel trip che coinvolge e riporta ai ’60 sdraiati sui floreali marciapiedi londinesi. Contemporaneamente ai veneti nella piccola sala ribattezzata Soundreef Stage, stracolma di avventori e vino rosso, si esibisce la rivelazione Black Snake Moan (e ogni volta che digito questo nome non mi appare il pioniere Blind Lemon Jefferson ma un’intensa Christina Ricci impantanata nel sudato Mississippi del film omonimo) che suona eccome, che catalizza eccome, che è bravo eccome.

La produzione di Mario Thaler che aveva già curato a meraviglia ‘Scary World Theory’ e ‘Faking The Books’ mi aveva fatto diventare uomo ottimista dell’anno. Per il nuovo disco ‘Two Windows’, infatti, avevo lasciato libero un posto tra l’1 e il 5 nella bozza della Top del 2017. Ben presto però i Lali Puna sono rimasti fuori dalla celebrazione. A parte due-tre brani risolti come ai tempi d’oro, quello che una volta era un nome scritto a caratteri cubitali nella ristretta cerchia dell’indietronica, ibridazione tra elettronica, dream pop, sentimenti shoegaze, plinkerpop di marca tedesca e tanto amore romantico, oggi è solo un lontano ricordo. Ridotti a trio – Valerie Trebeljahr, Christoph Brandner e Christian Heiß – pagano forse il tempo ingrato, la mancanza di un fuoriclasse come Markus Acher, la scaltrezza che avrebbe permesso loro di trovare nuove strade da percorrere. Nell’ora di esibizione live, al cospetto di un club totalmente gremito, i Lali Puna difettano, non incantano, rimanendo linea piatta, traccia unica, delusione cocente. Così come i dirimpettai Sonic Jesus a supporto del recente ‘Grace’, votati alle atmosfere stra>battute e stra>impostate che hanno come base portante sempre e solo quell’inchiostro nero che ha colorato le stagioni di fine ’70 e inizio ’80 tra la caligine britannica griffata post-punk.

Lo Psych Fest si licenzia con il ritorno del Moon Duo che nell’anno in corso ha pubblicato i due volumi di ‘Occult Architecture’ riuscendo a pieni voti nell’impresa ardita (e un po’ vintage). Ripley Johnson e Sanae Yamada se ne vanno a zonzo per il Monk curiosando tra le esibizioni dei colleghi (avvistati ai Lali Puna onestamente durano poco!) e quando la mezzanotte ha ormai salutato il giorno nuovo fanno la loro apparizione tra luci taglienti e visual ipnotici. La formazione è ovviamente triangolare perchè completata dal batterista John Jeffrey (Yukon Blonde/Sparrow Sleeps) e rispetto ad alcune precedenti noiosissime esibizioni a cui avevo assistito con forza e tanta volontà, stavolta i californiani riescono a “prendermi”, forse perchè il viaggio psichedelico che intraprendono è più amichevole, a lambire territori semi-pop-mainstream, idee fantasykraut, in una sorta di riassunt(in)o del genere a cui non si può dire di no. Conosciamo già tutto ma abbiamo voglia di risentirlo. “La psichedelia è uno stato mentale a largo raggio ed è insita in ognuno di noi”. E allora a giochi fatti non posso che appoggiare le sagge parole del mio caro buddy Cristiano Cervoni. Alla prossima edizione. Al prossimo grande freddo.

Emanuele Tamagnini

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1 COMMENT

  1. Contento per la tanta gente, ho presenziato solo alla seconda giornata benché avrei rivisto volentieri The Underground Youth il giorno prima ma, a dispetto delle belle parole di Cervoni, non ci sarei riuscito a rivedere i(l) Liars ora, dopo quella ciofeca di disco. In generale, ho apprezzato più gli outsider del SoundReef Stage alla seconda giornata (oltre a Black Snake Moan, il più “intrippante” del giorno per me è stato uBik), per il resto Malihini carini (posso dire un pò “i Chromatics de noantri”?), le proposte italiche di casa Fuzz Club invece non mi hanno preso molto, comunque meglio i New Candys dei Sonic Jesus. Dei Lali Puna mi ha ipnotizzato il batterista che immaginavo illuminato dalla luce di Liebezeit, Moon Duo tripposi ma dopo 4-5 scorribande soniche effetto “sentita una, sentite tutte”. Per prossimo anno, spererei in una band di casa Rocket o qualche altra proposta italica anche oscura, in fondo l’anno scorso furono Winstons e Julie’s Haircut a contribuire alla riuscita della serata, in questo mese a Roma poi son passati Gnod e Gianni Giublena Rosacroce che ci sarebbero stati bene. E sarebbe bello pensare in due o tre edizioni a un bill lungo a partire dal pomeriggio e davvero su modello dei Psych fest europei più rodati.

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