Rome Psych Fest day 1 @ Monk [Roma, 9/Novembre/2018]

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Stasera riconosco di avere (avuto) un problema. Nessun artista salito sul palco di questa prima giornata della terza edizione dello Psych Fest mi ha infatti realmente colpito, affascinato, attratto, fatto sobbalzare. Dentro di me ha regnato un’insanabile noia. Siate clementi. Non tirate in ballo l’età (in fondo la strada verso i 48 può essere un’aggravante?), non mettete in mezzo la mia proverbiale idiosincrasia verso tutto ciò che in musica porta su scritto “made in Italy”. Non sparate sulla Croce Rossa per la mia schiena malandata, che senso avrebbe? Piuttosto leggete oltre. Ora vi spiego. Quando arrivo con le mani in tasca dentro il mio navigato deck jacket A-2 hanno appena iniziato gli Any Other. Cioè la brava Adele Nigro che probabilmente i più avranno lasciato sbizzarrirsi come multistrumentista “infedele” nell’orchestra di Colapesce. ‘Two, Geography’ il nuovo album che l’artista propone assieme alla sua band davanti ad una sala che andrà riempirsi piano piano. Ma l’elettricità dal fortissimo sapore seconda metà ’90 del precedente lavoro si è (purtroppo) trasformata in una più delicata e impervia ricerca sonora. Tra citazioni colte e sofisticate, cerebrali se vogliamo, di stampo (s)bilanciato tra post e jazzy rock. Trasportato live questo piccolo cambiamento non ammalia. Lascia la Nigro in balìa di un’inevitabile impalpabilità e quasi scollegata dal resto del gruppo, colore neutro, nessun lampo, nessuna lacerazione inflitta. Fino a ieri erano Weird Black (‘Hy Brazil’ la testimonianza). Oggi li ritroviamo Weird Bloom (‘Blisstonia’ la testimonianza). Ma la terra promessa raccontata dal titolo purtroppo rimane una lontanissima chimera. La lisergia copia-incolla presente sul disco si fonde all’immagine forzata e kitsch dei musicisti. Quando seguire un trend può essere altamente controproducente. Si perde di spontaneità, sincerità, credibilità. Un fumetto disegnato male. Ai confini di un livello di pura amatorialità. Il palleggio di palco, dopo una salutare boccata d’aria e umidità, ci trascina al cospetto degli Ought. I canadesi freschi di terzo album ‘Room Inside The World’ hanno purtroppo “svoltato” in peggio. E un certo ardore  (senza mai urgenza) presente nei primi due capitoli (la mano della Constellation era abbastanza chiara) è completamente svanito per far posto ad un suono brutto, tedioso, senza colori e con Tim Darcy (forse ancora memore della sua sbiadita finestra solista, ‘Saturday Night’ anno 2017) avvolto, attorcigliato, avviluppato sempre più alla sua impostazione vocale assolutamente discutibile (ma quale post-punk). Impossibili. Cerchiamo ristoro nei Go!Zilla che stanno meritatamente svolazzando tra la selvaggia natura del loro terzo ‘Modern Jungle’s Prisoners’. Anche per loro si tratta di un bivio importante. Psichedelia e garage rock si arricchiscono di schegge acide e background tribale (“afro” tanto dona su tutto). I primi due brani non convincono per la troppa invadenza delle tastiere ma è solo un inciampo se è vero che il set – trascinato anche da un pubblico agguerrito, presente, fumante – alla fina della fiera sarà anche quello più riuscito e calato nella parte dell’odierno happening. A tratti furente, sciamanico, liquido. La chiusura è dedicata ai Dead Meadow. Il power trio di Washington D.C. pensiamo abbia ormai una casa in affitto da queste parti visto il gran numero di volte che han dovuto pagare il pedaggio al casello di Roma Nord per entrare in città. Una fidelizzazione totale. Come una tessera punti all’Esselunga. E musicalmente sempre lì rimangono. Immersione per tutti in mezzo al semifangoso suono che arriva anche dall’ultimo ‘The Nothing They Need’. Vapori e saturazione cromatica. Psichedelia rombante, acidula e prettamente ’70. Una garanzia inamovibile. Anche troppo. Un blocco di pietra grezza. Mestiere e viaggio cosmico. Wah wah. Io avrò pure avuto un problema stasera. Ma a tutto, dopotutto, c’è anche un limite.

Emanuele Tamagnini

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