Rome Psych Fest day 1 @ Monk [Roma, 17/Novembre/2017]

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Il Rome Psych Fest giunge alla seconda edizione e come nella precedente, irradia per due giorni con suoni e colori le sale del Monk Club. Anche questa volta troviamo tre palchi. Il principale è denominato Lupertola Stage e accoglie le esibizioni di Rainbow Island, Andrea Laszo De Simone e Liars. Si alternerà con il Fuzz Club Stage, posto di fronte all’altro nella sala grande, dove suoneranno band che incidono per l’interessante etichetta britannica a cui è dedicato. Questa sera è il turno di due tra le migliori proposte del catalogo: Ju Ju e The Underground Youth. Il terzo palco suona in concomitanza con gli altri due ed è allestito nell’adiacente sala camini. Patrocinato da Soundreef da cui prende il nome, ospita la performance degli Happy Meals e quella di Matteo Vallicelli. Lo spazio esterno tra le due sale, senza considerare la temperatura, sembra quasi estivo. Vi sono stati allestiti i banchetti con il merchandise dei gruppi e lo stand di Radiation Records con dischi e magliette. Inoltre c’è una consolle colorata da luci proiettate e nascosta da un enorme tulle trasparente che la avvolge, in cui i djs della Radiation Supreme Dj Team Extend selezionano sapientemente musica a tema. Una menzione particolare merita l’intero progetto grafico dell’artwork ufficiale, realizzato per questa edizione dall’inglese Lewis Heriz, autore di diverse copertine per la Soundway Records. Spicca anche l’ottimo uso di proiezioni ed arti visive, che accolgono lo spettatore sin dopo aver oltrepassato il botteghino delle tessere in entrata e occupano lo spazio esterno ed interno delle sale, trasformandolo in un profondo universo psichedelico.

La serata ha inizio alle 21:15 ed i primi ad esibirsi sono i Rainbow Island sul main stage. Il trio italiano si presenta con pad, laptop ed effetti, voce filtrata e loop ed una batteria acustica. In studio li ricordo autori di un’elettronica sperimentale, oscura ed astratta. Il primo brano che propongono è tra krautrock ed esoterismo. Il secondo è più tirato, proto punk con inserti noise e con bei suoni di synth. Coinvolgente e di ottima fattura. Terzo brano che vira tra un’elettronica tribale ed ipnotica, ethno-dub e post punk. Il quarto alza il ritmo ma non cambia gli elementi precedenti, se non sostituendo la componente etnica con una di sapore wave e sfoderando un’evoluzione finale quasi dance. Nel quinto si torna tra il tribale e l’elettronico, con una marcata componente afrobeat, dai pattern della batteria, alle manipolazioni digitali, fino alle voci effettate. Non sarebbero mai scesi dal palco e hanno occupato in maniera notevole la mezzora a disposizione.

Ad incastro sul palco di fronte inizia il set di JuJu, ovvero il progetto solista di Giole Valenti, artista siciliano già dietro ad esperienze come Lay Llamas e Herself. Ci presenta il suo secondo album “Our Mother Was A Plant”, uscito quest’anno e che lo ha visto collaborare con Capra Informis, il percussionista dei Goat. A vederlo dal vivo non sorprende affatto il successo ottenuto all’ultima edizione del Liverpool Psych Fest. Sul palco sono in cinque: Gioele chitarra e voce, un batterista, un bassista, un tastierista e un secondo chitarrista. Psichedelia acida e stoner dal suono corposo e graffiante. Fuzz e distorsioni. Il primo brano conquista subito I presenti. Il secondo mantiene il mood precedente aggiungendo strutture e melodie shoegaze, con la voce riverberata ben inserita nel suono d’insieme e mai sopra le righe. Terzo psycho-dance ritmico e contagioso, che mostra uno sviluppo interessante e più pop. Il quarto brano ha un drumming più cadenzato e mastica wave sperimentale inglese, a braccetto con sonorità più scure. Il quinto ha l’incipit da desert rock di sostanza e voci spiritiche, l’assolo di chitarra è emblematico e clamorosamente efficace e si chiude in una lunga coda da indian summer, prima di esplodere in tutto il suo splendore. Finale lungo e progressivamente coinvolgente. Da approfondire.

Alle 22:20 sul Lupertola Stage, prende vita l’atteso primo live romano di Andrea Laszo de Simone. Nell’ora d’esibizione prevista ci presenta l’album di debutto “Uomo Donna”, che uscito quest’anno, ha fatto parlare molto bene di sè. Laszo si occupa di cantare, suona la chitarra acustica e le tastiere. Con lui ci sono un pianista al fender rhodes, un tastierista con synth, moog e wurlitzer, un chitarrista solista, un bassista e un batterista. “Uomo Donna” unisce Battisti e il progressive. L’attacco è ottimo e l’esecuzione impeccabile. Il pubblico lo acclama e ascolta con curiosità. “Sogno D’Amore” mi riporta agli ascolti progressivi da adolescente, ma con uno spirito ancora più sixties soprattutto nelle voci. Già, le voci. Sia quella principale che i cori, realizzati da tutti i componenti della band sono melodicamente coinvolgenti. Questo live è capace di far scaturire un deja vu continuo, rimanendo comunque personale. Ci distacchiamo dai singoli brani e ci lasciamo coinvolgere dalla sensazione generale che la musica ci suggerisce. Tutto è così straordinariamente vintage ed evocativo. Dal palco si sprigiona una grande energia che investe i pubblico. Percussioni collettive freak, clap e cori. Cantautorame citazionista immerso nella migliore tradizione degli anni Settanta. “Vieni A Salvarmi”, “Eterno Riposo” “Solo Un Uomo” e il resto del tempo a chiedersi “Se questo amore è amore..” Psichedelia jazzata su un tappeto di rhodes, che vira in derive progressive con incastri di voci. Qualcosa che potrebbe essere stucchevole ma che si ferma sempre in tempo prima di diventarlo. Hai ragione Laszo: “Che meraviglia stare con te.” La chiusura del live, come nel disco, è affidata a “Sparite Tutti” la cui esecuzione fa venire in mente la sola cosa più recente tra tutte le suggestioni avute, ovvero una versione vagamente retrò dei Radiohead. Magari è vero: “Si salvi chi può, ma non si salva nessuno…”.

Alle 23:20 The Underground Youth, duo di Manchester che ruota intorno alle figure del cantante chitarrista Craig Dyer e della percussionista russa Olya, prendono posto sul Fuzz Club Stage. I due compagni sia nell’arte che nella vita, ci offrono le loro trame psichedeliche affiancati da un bassista e un secondo chitarrista. Partono suonando psychobilly, come fossero dei Cramps sott’acido e lei non ha una batteria completa, ma solo rullante e timpano. Procedono lacerati e laceranti, saltando dai Chrome Cranks ai Gallon Drunk, dai Velvet Underground agli Spacemen 3. Il terzo brano che eseguono ha un’atmosfera sinistramente garage, corrosiva e marziale. Il seguente acquista un marciume noise newyorkese, con un finale acido che non da scampo. L’ultimo che riesco a vedere è post punk misto wave, dalla chitarra ammaliante e il basso pulsante. Dopo questa manciata di brani sono costretto a spostarmi nella sala camini per non perdere del tutto il secondo live del Soundreef Stage. A questo punto però torniamo indietro e facciamo una considerazione.

La terza sala che suona in concomitanza con le altre, aumenta l’offerta del festival, ma ne diminuisce la fruizione. Per giustificare l’esistenza della sala e dell’eventuale pubblico ad usufruirne nella concomitanza, o si ha un numero altissimo di partecipanti all’evento, per cui la sala principale è piena e lo sfogo è necessario, oppure si ha nomi grossi da far spostare il pubblico dalla principale a quella secondaria. Altrimenti capita che il povero cronista per documentare cosa facciano gli Happy Meals, sia costretto ad abbandonare il live di Laszo, per trovarsi nell’altra sala con un numero esiguo di persone. Il duo di synthpop ed electropop scozzese, dalla voce femminile ed influenzati dalla wave, sono artefici di un’ottantata ben strutturata, leggera e divertente, ma niente di più. Per cui è meglio tornare con qualche interrogativo al live in sala grande e goderselo fino in fondo, per poi scoprire che in precedenza si trattava della band di supporto del tour europeo dei Liars. Ancor peggio va al povero Matteo Vallicelli, batterista e compositore italiano, già in forza nella formazione dal vivo dei The Soft Moon, che ci presenta il materiale del suo debutto solista dal titolo “Primo”, album elettronico inciso per l’etichetta Captured Tracks. Influenzato dalla Berlino contemporanea suona elettronica di ricerca e sperimentale. Usa rumori e loop, synth atmosferici e si fregia di ottimi visuals. L’approccio tedesco ed anglosassone è lampante. Dalla coda krauta dei ’70, alle esperienze idm dei Future Sound Of London e dei ’90. Un set glaciale ed astratto, almeno fino alla partenza del beat, che arriva in assolvenza e conquista la scena. Il resto è un crescendo di strati sintetici, trance e cassa dritta, anche se di bpm contenuto. Avvolgente ma non invasivo, sicuramente non male. Peccato che eravamo ancor meno che in precedenza e che tantissimi non erano neppure in sala grande in quel momento, ma fuori a fumare e ad intrattenersi in convenevoli, cosa che inspiegabilmente sembra avere ancora più gusto se fatta pagando un biglietto. Contenti loro.

A mezzanotte precisa è il turno dei Liars. In questo momento potremmo definirlo il progetto solista di Angus Andrew, unico superstite rispetto al nucleo originale che si formò ben diciassette anni fa. Una storia in continua mutazione espressiva e geografica, in cui fondamentalmente hanno sempre fatto comunque quello che volevano. Dal post punk degli inizi newyorkesi, proseguendo con la caccia alle streghe in salsa wave e la svolta krauta berlinese, fino alla deriva elettronica losangelina dell’ultimo periodo. Una libertà notevole, per cui Andrew farà di tutto per meritarsi di esserne depositario. Partono a cannone con “Coins in My Caged Fist”, psycho beat ed asprezze varie. La gente ora finalmente rientra in massa in sala. Sul palco sono in tre: un batterista, un polistrumentista con tastiere, basso e chitarra elettrica e Andrew al synth, sequencer e voce. Con “Scarecrows on a Killer Slant” continua l’assalto. “Houseclouds” parte di getto, appeal più pop e lui si mostra in gran forma indossando con fierezza il suo tutù rosa. Durante “Scissor” la macchina del fumo regna sovrana. Il brano parte pacato con le voci, quindi devasta tutto in un assalto sonico, prima di implodere per poi esplodere di nuovo. “Cred Woes” è zeppo di manipolazioni ritmiche ed elettroniche, ma alla lunga non buca, anche se le numerose teste che si muovono a tempo tra il pubblico facciano pensare al contrario. “Mr You Are On Fire Mr” ci riporta indietro di qualche lustro, post punk di testa, di pancia e di cuore. Splendido. “Mess On A Mission” sembra un videogioco impazzito nella trance degli anni ’90. Schizoide e coatto a tal punto da creare fomento in sala. “Clear Island” è un gancio al mento che non ti stende, ma ti lascia stordito e barcollante. Lo chiameremo rock trasversale. “It Fit When I Was a Kid” è tribale e serrato, Andrew si muove sinuoso e canta con fervore quasi sciamanico. Tra un brano e l’altro smanetta sul synth e fa da collante. Con “The Overachievers” si torna al post punk e all’assalto acido. La chitarra fende l’aria e le dosi massicce di fumo e lui si agita strapazzando la gonna. “Brats” vira sul rock dance coinvolgente, mantenendo distorsioni e voce effettata. La fase centrale del brano è quasi ascensionale e genera una catarsi generale. “Staring at Zero” parte sincopato e suadente, ma con dei suoni potenti e definiti e si abbandona ad un incedere lisergico. “Plaster Casts of Everything” è un punk tirato e feroce di grande potenza. A questo punto chiudono con una “Broken Witch” tagliente e incisiva, destrutturata e abrasiva. Un finale spaziale dopo un’ora di concerto. Escono tra gli applausi.

Nella sala Soundreef si chiude degnamente la serata con il djset di Emanuelle & Françoise, un’intrigante commistione di freakbeat, garage e psych pop. Incamminarsi verso l’uscita con “We Love You” degli Stones nelle orecchie e lasciarla in testa fino a casa, è la migliore conclusione della serata. Si ragionava sul cartellone generale presentato dal festival e sul fatto che esplorasse il concetto di psichedelia nell’accezione più ampia del termine. Si è notato che in alcuni casi si riferisse più all’attitudine e all’approccio degli artisti presenti, piuttosto che alla loro effettiva deriva musicale. Si è convenuto che alla fine poco importa. Del resto la psichedelia è uno stato mentale a largo raggio ed è insita in ognuno di noi. Ognuno ha la sua forma, basta cercarla ed è inutile pensare di rimanerne immuni.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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